«LA GRANDINE DEL ’25 ERA DAVVERO TANTA»

Il 24 settembre 2025 la grandine colpì il Vercellese quando una parte rilevante del riso era ormai prossima alla raccolta. L’evento pesò sul risultato finale della campagna: nelle aree più investite le prime ricognizioni parlarono di perdite fino al 50%. In alcuni comprensori, Ente Nazionale Risi segnalò rese medie scese da circa 75 a 60 quintali per ettaro, mentre la grandinata contribuì a ridimensionare l’incremento produttivo atteso rispetto all’anno precedente.

A rendere il caso particolarmente istruttivo non è, però, soltanto l’entità dei danni ma il tipo di grandinata, informazione ricostruita dalla tecnologia Hypermeteo.

La mappa della dimensione dei chicchi mostra, infatti, una fascia molto ampia interessata prevalentemente da grandine di 1-2 centimetri. Solo porzioni limitate risultano interessate da chicchi di grandine con dimensione maggiore di 2 centimetri. La carta delle precipitazioni restituisce invece un evento esteso, con accumuli generalmente compresi tra 20 e 50 millimetri e nuclei locali con cumulate superiori ai 50 millimetri. Secondo le elaborazioni illustrate da Gianluca Ferrari, co-founder e CTO di Hypermeteo, in alcune zone l’accumulo complessivo, espresso in millimetri equivalenti di precipitazione, si avvicinò a 80 millimetri, equivalenti a 80 litri d’acqua per metro quadro caduti, principalmente, in un periodo temporale molto ristretto (un paio d’ore).

CHICCHI PICCOLI, IMPATTO ELEVATO

«Nel Vercellese non abbiamo stimato una grandine di dimensioni eccezionali: parliamo soprattutto di chicchi da uno a due centimetri. Il problema è stata la quantità, perché ne è caduta davvero molta», spiega Ferrari.

È il punto da cui dovrebbe partire anche la lettura peritale. Il diametro è una variabile importante ma, in agricoltura, non coincide con la severità del danno. Una grandinata fitta di piccole dimensioni può investire in modo uniforme pannocchie, culmi e foglie; pochi chicchi molto grandi possono, invece, provocare lesioni profonde ma su una quota più limitata della coltura.

Contano, inoltre, durata, vento, angolo d’impatto, densità dei chicchi e percentuale effettiva di superficie interessata.

Nel caso del riso, a queste variabili si aggiunge la fase fenologica. Nelle prime fasi vegetative una coltura ben insediata può recuperare almeno in parte la perdita di superficie fogliare o l’eliminazione di alcuni culmi, purché rimangano tempo, temperature e risorse sufficienti per compensare. La vulnerabilità cresce procedendo verso la fase riproduttiva.

Dall’inizio della formazione della pannocchia in avanti, la grandine può danneggiare i tessuti che stanno differenziando l’infiorescenza. Tra botticella, spigatura e fioritura possono verificarsi rotture dei culmi, difficoltà di emissione della pannocchia, lesioni del rachide e delle rachille, sterilità e perdita di spighette. Durante il riempimento della granella, la riduzione della superficie fotosintetica e i danni diretti alle pannocchie possono diminuire peso e regolarità delle cariossidi.

A FINE CICLO NON C’E’ COMPENSAZIONE

Quando la coltura è prossima alla maturazione, come accadde nel settembre 2025, la capacità di compensazione è sostanzialmente esaurita. La grandine può determinare sgranamento, spezzatura delle pannocchie, allettamento e perdita diretta del prodotto già formato.

Anche dove le piante rimangono in piedi, la raccoglibilità può peggiorare e una quota di granella può essere lasciata a terra o non intercettata correttamente dalla mietitrebbia.

È, inoltre, necessario distinguere il danno immediatamente visibile da quello che emerge successivamente. Le rotture e lo sgranamento possono essere valutati già nel primo sopralluogo; perdite di peso, sterilità, sviluppo irregolare e peggioramento della raccolta richiedono invece una verifica differita. Nei casi più complessi, la sola visita eseguita subito dopo il temporale può quindi non restituire ancora la perdita definitiva.

Le due mappe Hypermeteo aiutano a interpretare il caso vercellese: non una singola “bomba” di grandine gigante, ma una vasta impronta dell’evento, con chicchi generalmente contenuti e precipitazioni localmente molto abbondanti. Il dato è coerente con un impatto potenzialmente elevato su risaie mature e cariche di prodotto, ma non consente da solo di assegnare una percentuale di danno.

LA MAPPA NON SOSTITUISCE IL CAMPO

Attraverso la tecnologia di Hypermeteo «ricostruiamo la componente meteorologica: dove è caduta la grandine, con quale intensità e con quale dimensione stimata. La traduzione di questa informazione sul riso, in una determinata fase fenologica, richiede poi la valutazione agronomica», precisa Ferrari.

Per arrivare al danno reale servono quindi la delimitazione dell’appezzamento, la varietà, la data di semina, lo stadio raggiunto, lo stato della coltura prima del sinistro e rilievi rappresentativi dopo l’evento. Occorre inoltre separare le perdite provocate dalla grandine da quelle riconducibili ad allettamento preesistente, patologie, disformità della coltura o maturazione non omogenea.

Il contributo della tecnologia è, però, rilevante. La ricostruzione ad alta risoluzione può verificare data e coerenza spaziale della denuncia, evidenziare le aree più investite, orientare i sopralluoghi e permettere confronti più solidi tra appezzamenti vicini.

Il caso Vercelli insegna però soprattutto una cosa: nel riso il diametro del chicco non è il danno. Il risultato nasce dall’incontro tra fenomeno meteorologico, quantità caduta, vulnerabilità della coltura e fase fenologica. Autore: Azzurra Giorgio

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