IL GRANDE INGANNO BIO

Un terreno agricolo condotto senza un adeguato reintegro di sostanza organica animale assomiglia in modo sorprendente a un organismo umano sottoposto a un lungo digiuno forzato. Nelle prime fasi, il corpo brucia le proprie riserve interne per garantire le funzioni vitali e mantenere prestazioni apparentemente normali. Con il passare del tempo, tuttavia, il metabolismo rallenta, la microflora intestinale si degrada e la struttura biologica va incontro a un crollo inevitabile. In agronomia si verifica esattamente la stessa dinamica. Il suolo non è un semplice supporto inerte da riempire di elementi chimici, ma un ecosistema vivo e complesso. Pretendere di fare agricoltura biologica su larga scala eliminando il contributo del settore zootecnico significa ignorare la natura stessa della terra.

SOSTANZA ORGANICA SOTTO L’1,5%

I dati raccolti dalle analisi pedologiche, ossia dalle scienze che studiano la formazione e la composizione chimico-fisica del terreno, mostrano un quadro preoccupante per le principali aree agricole della Pianura Padana. Negli ultimi trent’anni il tenore medio di sostanza organica nei suoli ad uso agricolo intensivo è progressivamente sceso al di sotto dell’1,5 per cento, con ampie superfici che registrano oggi valori inferiori all’1,2 per cento. In agronomia, la soglia dell’1,5 per cento segna il confine oltre il quale un terreno entra in una fase di forte degrado strutturale: la terra perde la capacità di trattenere l’acqua nei periodi di siccità, diventa compatta e causa l’asfissia radicale — ovvero il vero e proprio soffocamento delle radici per assenza di aria e ossigeno nel terreno —, diventando incapace di sostenere lo sviluppo delle colture.

FERTILITA’ DEL TERRENO E RESE


I fatti di cronaca che periodicamente riportano l’attenzione sui controlli e sulle irregolarità nelle certificazioni del settore biologico sono la conseguenza diretta di questa sofferenza agronomica. Quando la fertilità naturale del suolo si azzera e le rese per ettaro crollano, la sostenibilità economica delle aziende vegetali entra in crisi, spingendo verso scorciatoie e prassi scorrette. La radice del problema non è puramente etica o burocratica, ma risiede nella chimica agraria: il sistema biologico non può reggersi nel tempo se viene separato dal mondo dell’allevamento.

TUTTO DIPENDE DALLA MICROFLORA


La fertilità del terreno si fonda sulle attività dei microrganismi tellurici, vale a dire la vastissima popolazione di batteri e microfunghi benefici che abitano gli strati profondi del suolo. Per svolgere il loro lavoro di trasformatori della sostanza organica, questi organismi necessitano di un alimento bilanciato.

L’apporto di concime animale maturo garantisce un equilibrio ottimale tra carbonio e azoto, con un rapporto numerico compreso tra dieci e quindici — il che significa che per ogni parte di azoto ve ne sono da dieci a quindici di carbonio. Questa proporzione rappresenta la combinazione ideale per la biologia del terreno.

I MICROBI POSSONO AFFAMARE IL TERRENO CON UNA DIETA SBAGLIATA

Se questo valore supera quota venti, come accade quando si sotterrano solo paglie o residui vegetali secchi, i batteri si trovano costretti a sottrarre l’azoto già presente nel terreno. Così, la microflora riesce a decomporre il carbonio in eccesso, affamando temporaneamente le radici delle piante. Un valore compreso tra dieci e quindici permette invece una decomposizione armonica: circa il 60 per cento dell’azoto viene rilasciato gradualmente alla pianta durante la stagione vegetativa. Invece, il restante 40 per cento contribuisce alla formazione dell’humus stabile.

CAPACITA’ DI SCAMBIO CATIONICO

L’humus è la vera ricchezza del suolo. Questa componente organica aumenta la capacità di scambio cationico. Si tratta di un valore chimico che misura la forza con cui la terra riesce a trattenere gli elementi nutritivi carichi positivamente, come potassio, calcio e magnesio, cedendoli lentamente alle radici ed evitando che le piogge li dilavino trascinandoli nelle falde acquifere.

L’HUMUS IN RISAIA

Nelle risaie, dove la pianta cresce spesso in ambiente di sommersione o con gestioni idriche alternate, il ruolo dell’humus e della sostanza organica animale diventa ancora più determinante. Il riso sviluppa un apparato radicale delicato, con radici avventizie che necessitano di un suolo soffice e ben strutturato per penetrare in profondità. Un terreno privo di sostanza organica tende a compattarsi e a creare strati anossici, cioè privi di ossigeno, causando il nerume radicale e la morte dei peli assorbenti. La presenza di un ammendante naturale come il letame o lo stallatico maturo stimola la biosintesi di acidi umici e fulvici.

ACIDI UMICI E FULVICI

Gli acidi fulvici sono molecole organiche più piccole e solubili che penetrano rapidamente nelle radici stimolando l’assorbimento minerale, mentre gli acidi umici sono molecole più complesse che agiscono come una colla biologica: si legano ai granelli di argilla e di limo, le particelle minerali più fini che compongono la tessitura del terreno, unendoli in piccoli aggregati di struttura che mantengono la terra permeabile, traspirante e soffice.

Questa struttura garantisce anche la solubilizzazione del silicio e dei microelementi come ferro e manganese. Il silicio, in particolare, viene assorbito dalle radici del riso e depositato nelle pareti cellulari del fusto e delle foglie, irrobustendo i tessuti della pianta, aumentando la resistenza meccanica all’allettamento, cioè il piegamento a terra delle spighe sotto l’azione di pioggia e vento, e creando una barriera naturale contro le infezioni fungine.

LA DIRETTIVA NITRATI

I parametri definiti dalle direttive ambientali comunitarie, prima fra tutte la Direttiva Nitrati — la regolamentazione europea nata per prevenire l’inquinamento delle acque sotterranee e dei fiumi causato dall’eccesso di azoto agricolo —, stabiliscono che nelle zone vulnerabili l’apporto massimo di azoto proveniente da effluenti di allevamento non debba superare i 170 chilogrammi per ettaro all’anno.

Dal punto di vista pratico, questo quantitativo richiede la presenza di circa 1,5 Unità di Bestiame Adulto per ettaro, indicando con tale Unità il parametro standard che misura il carico di nutrienti prodotto da un bovino adulto del peso di circa sei quintali.

Per capire l’impatto concreto di queste cifre si può fare un esempio semplice: un’azienda risicola o cerealicola di 100 ettari condotta interamente a biologico, per rispettare il tetto massimo dei 170 chilogrammi di azoto e mantenere la terra fertile, ha bisogno di distribuire nei campi circa 1.500 tonnellate di ammendante organico maturo ogni anno. Questo quantitativo equivale esattamente alle deiezioni prodotte nell’arco di dodici mesi da una struttura che ospita circa 150 bovini adulti.

L’AZIENDA DI PRODUZIONI VEGETALI HA UN GROSSO PROBLEMA


Qui si vede la spaccatura economica tra teoria e realtà del campo. Se nelle aziende ad indirizzo misto il ciclo dei nutrienti si chiude in maniera virtuosa ed economica — poiché il foraggio nutre gli animali e i reflui ritornano ai campi —, per le aziende puramente vegetali l’approvvigionamento esterno diventa un ostacolo insormontabile.

Il concime animale maturo è una matrice pesante, con un contenuto di umidità che può raggiungere il 70 per cento. Quando la distanza di trasporto tra la struttura d’origine e il campo da fertilizzare supera i 25 chilometri, i costi del trasporto e del carburante superano il valore effettivo del fertilizzante, rendendo l’operazione economicamente insostenibile.

I CONCIMI ORGANICI PELLETTATI

Le soluzioni alternative adottate dalle aziende vegetali pure mostrano limiti evidenti nel tempo. I concimi organici pellettati che si comprano sul mercato garantiscono un apporto rapido di azoto, ma contengono meno del 20 per cento di sostanza organica strutturata capace di formare humus.

Allo stesso modo, le colture da sovescio con piante leguminose, ossia la pratica agricola di seminare e poi interrare piante capaci di fissare l’azoto atmosferico nel terreno, riescono ad apportare mediamente tra i 40 e gli 80 chilogrammi di azoto per ettaro, coprendo meno della metà del fabbisogno di una coltura ad alta resa e non fornendo il complesso di acidi umici e fulvici necessari a rigenerare la struttura dei terreni argillosi e limosi.

LIQUAMI E FANGHI

Un discorso a parte merita l’impiego dei liquami zootecnici e dei fanghi di depurazione civile e industriale, spesso utilizzati per integrare il fabbisogno nutrizionale nei campi. I liquami, pur rappresentando un effluente animale prezioso, presentano una frazione liquida preponderante che libera azoto ammoniacale in modo estremamente rapido, ma apportano una quantità di sostanza organica complessa nettamente inferiore rispetto al letame maturo.

I fanghi di depurazione, d’altra parte, pur fornendo azoto e fosforo a basso costo, sono del tutto vietati nei disciplinari dell’agricoltura biologica e portano con sé gravi perplessità agronomiche e ambientali, legate al rischio di accumulo nel terreno di metalli pesanti, microplastiche e residui di farmaci o detergenti. Né i liquami da soli né tantomeno i fanghi civili possono sostituire l’azione strutturante del letame e dello stallatico maturo nella creazione di vero humus.

IL MODELLO BIOLOGICO NON VA ABBANDONATO


Nonostante queste enormi difficoltà pratiche, difendere e sostenere l’agricoltura biologica resta una scelta fondamentale per il futuro dei nostri territori. Il modello biologico non va abbandonato, ma aiutato a superare i propri limiti strutturali.

Se il contributo delle strutture zootecniche è così determinante per la salute della terra, per quale motivo molti agricoltori hanno deciso di chiudere le stalle e abbandonare gli animali? La risposta sta nella pesante insostenibilità gestionale ed economica che colpisce chi alleva.

Gestire un allevamento comporta costi fissi superiori di oltre il 40 per cento rispetto alla sola coltivazione dei campi, a causa degli investimenti necessari per le strutture, per gli impianti di stoccaggio dei reflui e per il rispetto di normative ambientali e sanitarie sempre più severe. A questo si aggiungono una burocrazia pesante, un lavoro quotidiano continuo senza pause stagionali e la forte instabilità dei prezzi di vendita di carne e latte.

Per moltissime realtà, fermare le attività di allevamento e dedicarsi solo alle coltivazioni è stata l’unica scelta possibile per ridurre i rischi e rimanere aperti.

SEPARAZIONE TRA ALLEVAMENTO E COLTIVAZIONE


Questa separazione tra allevamento e campagna sta però presentando un conto salato alla fertilità dei suoli. Promuovere davvero l’agricoltura biologica significa quindi creare ponti concreti sul territorio. Una soluzione praticabile è l’accordo di collaborazione tra aziende biologiche vegetali e aziende agricole vicine che gestiscono allevamenti, anche tradizionali o integrati, purché rispettosi del benessere animale.

Lo scambio di effluenti e di letame maturo a chilometro azzerato permette all’agricoltore biologico di nutrire la terra con materia organica vera e nobile, fornendo al contempo all’allevatore una gestione virtuosa dei propri reflui. La scienza della terra dimostra che il biologico non può essere solo un elenco di divieti sui prodotti chimici, ma deve diventare la ricostruzione attiva dei cicli naturali della materia, dove la presenza degli animali resta l’unico, vero motore per dare vita al suolo. Autore: Eugenio Gentinetta (nella foto) e Chiara Pavan, MISE

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