Dal governo aiuti concreti o semplici caramelline per addolcire la pillola? È questo l interrogativo che sorge spontaneo analizzando le recenti dichiarazioni del Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Durante la conferenza stampa successiva all ultimo Consiglio dei ministri, il ministro ha illustrato con orgoglio le misure messe in campo per il settore, facendo il bilancio dei primi 100 milioni di euro stanziati sotto forma di credito d’imposta sul gasolio agricolo per il periodo dal 1 marzo al 31 maggio. Secondo i dati governativi, sono state 138 mila le aziende agricole che hanno avuto accesso a questo beneficio. Come sappiamo, altri soldi sono stati promessi e/o stanziati dopo allora, ma proviamo a fare due conti sulla base delle informazioni di bilancio della deliberazione, fornite dal ministero. Scopriremo che la realtà non è entusiasmante.
Dividendo lo stanziamento totale di 100 milioni di euro per le 138 mila aziende beneficiarie, si ottiene una media secca di appena 724,60 euro ad azienda. Dalla quale vanno sottratti i costi della consulenza sindacale o professionale. Questa è la cifra che gli imprenditori agricoli potranno detrarre nella dichiarazione dei redditi entro il 31 dicembre 2026. Qualcuno dirà che è meglio di niente, ma definirlo un aiuto concreto per un settore in perenne sofferenza appare azzardato.
La vera nota dolente, tuttavia, emerge quando si confronta il numero delle aziende beneficiarie con la totalità del tessuto agricolo italiano. Secondo i dati Istat pubblicati a luglio 2026 e riferiti al 2023, in Italia si contano ben 1.130.358 aziende agricole. Numeri alla mano, significa che solo il 12,21 % delle realtà agricole del Paese ha potuto accedere al credito d imposta. L’87,79 % delle aziende è rimasto totalmente escluso.
60 MILIONI DI EURO CONTRO IL CARO CARBURANTI
È pur vero che non tutte le aziende censite dall’ Istat possiedono una partita Iva o risultano iscritte al Registro delle Imprese requisiti indispensabili per acquistare gasolio agevolato e accedere ai bonus, ma un tasso di inclusione così basso lascia profondamente riflettere. Tra i motivi del mancato accesso c’è sicuramente la sfiducia istituzionale, ma anche una banale valutazione di convenienza economica. Molti piccoli agricoltori, calcolatrice alla mano, si sono resi conto che i costi burocratici e le spese per la presentazione della domanda avrebbero quasi azzerato il magro importo da detrarre, preferendo lasciar perdere in partenza.
Aggiungiamo che il più recente decreto del Consiglio dei Ministri stanzia 60 milioni di euro per sostenere le imprese agricole contro il caro carburanti, promettendo un contributo fino a 45 centesimi al litro erogato direttamente da Agea con pagamenti diretti sul conto corrente delle aziende agricole associato al fascicolo aziendale. A una prima lettura la misura sembra una boccata d’ossigeno, ma la matematica solleva anche in questo caso dei forti dubbi sull’efficacia reale dell’intervento.
SPROPORZIONE TRA I FONDI E I BENEFICIARI
Il nodo critico è la sproporzione tra i fondi e la platea dei beneficiari. Se ad accedere al fondo fossero solo le 138 mila aziende in possesso dei requisiti base, l’assegno medio – stando sempre ai dati diffusi dal governo – si fermerebbe ad appena 434,78 euro per coprire ben quattro mesi e mezzo di rincari (dal 1° giugno al 15 ottobre 2026).
Nell’ipotesi in cui la platea dovesse allargarsi anche solo al doppio, la cifra scenderebbe all’irrisoria quota di 217,39 euro ad azienda. Con questi numeri, il provvedimento rischia di trasformarsi in un mero spot. Distribuire risorse a pioggia senza un budget adeguato non risolve la crisi strutturale delle campagne, ma si riduce a un micro-indennizzo che copre a malapena pochi litri di gasolio, lasciando gli agricoltori a fare i conti con i rincari di una stagione intera. Autore: Laura Burocco, risicoltore
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