Abbiamo atteso che il famoso “tavolo” organizzato al Ministero partorisse una qualche soluzione alla crisi del riso, ma la riunione si è conclusa con tante richieste e nessuna decisione. Segno che ci sono molte idee, ma nessuna credibile.
FIGURA EMBLEMATICA: NATALIA BOBBA
Forse la figura più emblematica della gravità di questa crisi a tenaglia – siccità e prezzi – è la presidente dell’Ente Risi, Natalia Bobba, che dopo esser stata scelta dal ministro Lollobrigida, il quale si è compiaciuto pubblicamente (e prematuramente) dell’efficacia e dell’efficienza della nuova leadership, ha portato il risotto in vertici internazionali e cerimonie ministeriali ma, quando ormai la situazione era sfuggita di mano, ha preso le distanze dal governo rivendicando maggiore attenzione per la filiera da parte della politica.
RESPONSABILITA’ POLITICA
Se sul piano umano è comprensibile il tentativo di chiamarsi fuori dalle responsabilità politica, dobbiamo ricordare però che stiamo parlando dell’unico ente interprofessionale che potrebbe e dovrebbe ricucire i rapporti tra settore primario e trasformazione.
Una leadership autorevole e convinta servirebbe proprio ora, in tempi di crisi. Se l’Ente Risi non sa che pesci pigliare, va detto che anche i sindacati sembrano spaesati. La ragione è che tutti lo siamo di fronte a due variabili apparentemente incontrollabili.
LA SICCITA’
Partiamo dalla siccità. Al famoso tavolino, Cia e Confcooperative hanno posto con forza il problema di nuove politiche irrigue. Bene, perché i consorzi irrigui, pur con tutti i limiti, stanno facendo l’impossibile per portare l’acqua che non c’è dove non arriva neanche quando c’è.
Non siamo al 2022, perchè questa volta le turnazioni hanno evitato di lasciare intere aree a secco e la sofferenza – grave – si sta manifestando a macchia di leopardo. In una materia ad alto tasso tecnico e che richiederebbe la massima programmazione, come abbiamo scritto, l’80% dei risicoltori ha deciso di seminare in asciutta.
LA SEMINA IN ASCIUTTA
Si sapeva che questa soluzione avrebbe comportato una concentrazione della domanda irrigua in un periodo difficile, ma ha prevalso la libertà di intrapresa. Qualcuno potrebbe dire: hai scelto liberamente, ora arrangiati. In realtà, non è così, perché i consorzi ricevono dall’utenza il pagamento dell’acqua che ci sia o non ci sia e questa impostazione non è in linea con l’economia liberale.
Si obietterà che il sistema, inventato da Cavour, sta in piedi solo così: ne siamo consapevoli. Ma non può stare in piedi nè a danno di alcuni, né a vantaggio di altri. Altrimenti è inevitabile assistere a guerre fratricide, sospetti di favoritismi e idrovore pirata.
LA LOMELLINA PAGA COME GLI ALTRI
C’è chi sostiene che la Lomellina non sia terra da riso e che non dovrebbe assorbire tanta acqua da Est Sesia, lasciando a secco il Novarese.
Ma quali aree il consorzio in questione sia in grado di servire e con quanta risorsa non spetta agli utenti stabilirlo: dev’essere chi vende un bene scarso come l’acqua a comunicare, ben prima dell’emergenza, quali aree riceveranno la risorsa e quanta ne riceveranno, in base a proiezioni sulla disponibilità che è possibile ipotizzare, consentendo alle aziende di scegliere liberamente il proprio investimento. Perchè per esser liberi, e quindi responsabili, occorrono due requisiti: certezza delle regole e trasparenza nell’informazione.
NON SI PUO’ NON CAMBIARE
Oggi lo scenario è diverso: si va avanti sul “si è sempre fatto così” (ma il clima è cambiato e non si può far come prima) e correttivi che hanno dei limiti, come dimostra il fatto che Est Sesia prima ha approvato un regolamento delle turnazioni e poi ha fatto ciò che poteva fare.
A fine campagna, come sempre, si conteranno i morti ma, quasi certamente, si attenderà passivamente la prossima estate: è suicida. La prossima crisi già si annuncia uguale a questa se non si troverà modo di riequlibrare il rapporto sommersione-asciutta.
IMPOSIZIONI NON SONO LA SOLUZIONE
Ci si tolga dalla testa di “imporre” a un’azienda di cambiare un metodo di lavoro: si può invece rendere conveniente una tecnica per interi distretti, ma occorre dimostrare la necessità di determinate scelte e non imporle con la velata minaccia di lasciare a secco chi non si allinea. In questo senso, andrebbero esplorate due strade: una differenziazione dei canoni irrigui secondo il periodo di utilizzo dell’acqua e legare l’aiuto accoppiato alla sommersione.
I PREZZI
Passiamo al secondo tema. I prezzi. Per quanto si incazzino, i risicoltori non sono degli zulù e sanno di vivere in un mercato libero, regolato dal rapporto domanda-offerta. Sanno di vivere in Europa e di dover sottostare alle sue regole. Sanno che i prezzi mondiali del riso e dei fertilizzanti non li possono controllare. Ciò che non sanno più è a cosa serva l’Ente Risi: in un momento di forti speculazioni come quello che stiamo vivendo, un organismo interprofessionale (dove siedono un rappresentante di Coldiretti e uno della Cia) o fa qualcosa o implode.
NO ALL’AZIONE DI LOBBYNG, SI ALLA RICERCA
Tuttavia, anche l’Ente Risi deve rispettare le regole dell’economia di mercato e dell’Europa: avendo dimostrato che fare torte in giro per il mondo serve a poco e che l’attività di lobbying gli è preclusa (in passato la filiera poteva tessere alleanze a Bruxelles perché l’Ente era lasciato libero di farlo dal governo di turno), può investire maggiormente nella ricerca, con l’obiettivo di abbassare i costi di produzione, ma non può ripristinare l’ammasso o costringere gli industriali ad alzare i prezzi.
Esiste una convergenza sulla lotta alle importazioni, ma va gestita in modo che gli interessi convergano davvero: focalizzarsi sul riso confezionato significa difendere solo quelli dell’industria, in quanto non è detto che ridurre il flusso di riso extracomunitario confezionato comporti l’acquisto di prodotto europeo, cioè soprattutto italiano e spagnolo.
BASITI DALLA PROPOSTA COLDIRETTI PIEMONTE
Su questo punto, lascia basiti la proposta della Coldiretti piemontese, presentata al tavolo di crisi. La proposta consiste nel far partire subito un bando da 12 milioni per gli indigenti (oggi sono 6): fino a qualche anno fa, quel tipo di misura aiutava solo l’industria risiera ma non gli agricoltori italiani.
Il bando non poteva vincolare l’acquisto della materia prima a un’area interna all’Unione europea; a quanto ci dicono ora è possibile vincolarlo all’uso di materia prima nazionale se il Paese si fa carico di pagare (chissà da dove verranno presi quei 6 milioni aggiuntivi) ma non stabilire quale risone usare, perché sono gli enti assistenziali che lo richiedono e che normalmente si orientano verso parboiled e varietà di facile gestione (quindi scordiamoci il Carnaroli). Materia complessa.
AIUTI ALLE FILIERE
Un’altra proposta che è stata avanzata dai sindacati al tavolino di Roma riguarda gli aiuti alle filiere: questo strumento consentirebbe di valorizzare il prodotto nazionale ma va gestito in modo trasparente, se non si vuole che a guadagnarci siano solo le burocrazie. Anni fa, fu creata una filiera per la tracciabilità del riso nazionale: fu abbandondata dopo un anno, perché chi istruiva le pratiche guadagnava bene, l’industria rinnovò il proprio stabilimento e agli agricoltori restavano le briciole. Autore: Paolo Viana
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