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Perché la Brexit fa tanto paura (anche alla filiera del riso)

Brexit: il Regno Unito importa dalle UE prodotti agroalimentari per oltre 40 miliardi di euro l’anno, pari al 72% delle importazioni totali, e rappresenta il terzo mercato di sbocco per il riso italiano nel contesto europeo. Il settore primario del Made in Italy concorre per 3,5 miliardi. Ora però si rischiano i dazi e c’è chi paventa una crisi di settore. Le confederazioni agricole concordano sulla necessità di un accordo commerciale tra Unione Europea e Regno Unito, che permetta di gestire una prossima fase di instabilità sui mercati agricoli europei. Così Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, mette in guardia dai rischi di una mancata concertazione delle future relazioni commerciali a partire dal gennaio 2021, che potrebbe portare al ritorno dei dazi e dei controlli alle frontiere secondo le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. Le osservazioni di Confagricoltura sorgono anche e soprattutto di fronte alle crescenti difficoltà che sta incontrando il negoziato tra la Commissione UE e il governo di Londra: le divergenze di vedute fondamentali riguardano infatti le questioni relative alla libera concorrenza ma soprattutto il nuovo progetto di legge sul mercato interno, che prevede anche la modifica unilaterale di alcuni aspetti dell’accordo di recesso dalla Ue firmato lo scorso anno. In particolare, il nuovo progetto di revisione prevede parziali modifiche al protocollo sulla Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, che potrebbe ledere l’integrità del mercato unico europeo e la possibilità di controllare il rispetto delle regole a tutela dei consumatori. Anche l’organizzazione degli agricoltori britannici (NFU), del resto, intende fortemente mantenere gli elevati standard produttivi e sostenibilità ambientale garantiti dalla normativa dell’Unione. Inoltre, per ovviare al rischio di un ritorno dei dazi e dei controlli alle frontiere, Confagricoltura rincara la dose proponendo anche una vera e propria “task force” per supportare le imprese nel caso di un mancato accordo con il Regno Unito, e per includere anche il settore agricolo tra i beneficiari della riserva finanziaria di 5 miliardi di euro messa in campo dal Consiglio europeo per gestire l’impatto determinato dalla Brexit. Anche Coldiretti è in allarme: con l’ultima minaccia di revisione unilaterale da parte del premier inglese Boris Johnson la Gran Bretagna rischia infatti di diventare il porto franco del falso Made in Italy extracomunitario e d’Oltreoceano in Europa, se non interverrà un’appropriata tutela giuridica dei marchi dei prodotti alimentari italiani. Sui nuovi provvedimenti del Governo Britannico aleggia inoltre lo spettro dell’etichetta nutrizionale a semaforo sugli alimenti che boccia ingiustamente gran parte del Made in Italy a denominazione di origine (Dop). Cia-Agricoltori Italiani a sua volta richiama la Ue all’ordine affinché faccia quanto in suo potere per agevolare il dialogo ed evitare una “hard brexit” con il ritorno dei dazi. In primo piano c’è la tutela delle 400 mila aziende agroalimentari italiane che esportano Oltremanica.

La filiera si mobilita

In questo panorama di incertezza ed instabilità dei mercati, anche il settore risicolo è in allarme: il pericolo della reintroduzione dei dazi era già stato paventato dall’Ente Risi lo scorso luglio con una nota del responsabile dell’area mercati Enrico Losi, di fronte alla scelta del Governo del Regno Unito di non avvalersi della possibilità di una proroga oltre il 31 dicembre 2020 del periodo di transizione della Brexit. Rischi che sembrano diventare sempre più nitidi dato che il Governo britannico ha già fissato alcuni dazi alle importazioni che applicherà dal 1° gennaio 2021, considerando un tasso di cambio convenzionale di 0,83687 con l’intento di fissarli a livello europeo, unitamente al sistema delle preferenze tariffarie generalizzate dell’Ue agli stessi Paesi che ne beneficiano attualmente. Nel frattempo Airi lavora ad una strategia di filiera che tuteli gli equilibri di scambio e lo spazio di mercato del riso italiano in Gran Bretagna, studiando a sua volta le possibilità di un accordo di libero scambio che metta in primo piano l’origine dei prodotti, anche al fine di evitare che il riso italiano, importato nel Regno Unito a dazi inferiori, possa essere riesportato dal Regno Unito verso l’Unione Europea, scongiurando cioè, per quanto possibile, il rischio di triangolazioni. Autore: Milena Zarbà

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