MAGNAGHI SPIEGA LA CLAUSOLA

Al Meeting di Rice Up il direttore generale dell'Ente Risi illustra come si sia arrivati alla votazione del 4 dicembre e cosa succederà dopo

Scaletta di argomenti ricchissima al meeting di Rice Up, che si è svolto ieri pomeriggio presso il Centro Polifunzionale di San Genesio ed Uniti (PV). L’associazione di risicoltori della Valle del Po che sta cercando di lanciare la nuova Igp ha presentato con un intervento di Paolo Ghisoni l’analisi dei dati di semina e le prospettive del mercato, con Stefano Sacchi del Laboratorio Fitopatologico SFR Regione Lombardia – Sezione di Nematologia agraria ha offerto ai presenti una analisi delle problematiche legate alla presenza di nematodi in risaia e con Anna Chiara Fumagalli, ERSAF – SFR Regione Lombardia, ha trattato il monitoraggio del nematode M. graminicola. Argomenti su cui torneremo nelle prossime ore per dedicarci adesso a illustrarvi il “fuori programma”, cioè l’intervento con cui il direttore dell’Ente Nazionale Risi Roberto Magnaghi ha illustrato a un folto parterre cosa succederà con l’applicazione della clausola di salvaguardia (leggi l’analisi di Risoitaliano di ieri), argomento cruciale in queste ore come hanno commentato dopo di lui il presidente di Confagricoltura Lombardia Antonio Boselli e il presidente onorario del comitato per l’Igp Valle del Po Andrea Desana. (HAI SCARICATO LA NUOVA APP DEI RISICOLTORI?)

Magnaghi ha esordito ricordando che il 4 dicembre si terrà la votazione di approvazione della clausola a cui prenderanno parte i rappresentanti degli Stati Membri a Bruxelles. «L’accordo tra Unione Europea e PMA si è trasformato subito in un regalo a questi ultimi e permettendo le esportazioni a dazio 0 si è destabilizzata l’economia di alcuni prodotti tra cui il riso, che è sempre stato considerato un prodotto sensibile poiché presenta costi produttivi assai diversi in Europa e negli altri continenti. Il dazio prima è stato ridotto e dal 2009 è stato azzerato con la conseguenza che le importazioni di riso lavorato sono passate da 8150 a 372.472 tonnellate. Dal 2016, è iniziato un massiccio ingresso nell’Ue anche di pacchetti pronti alla vendita e questo è stato un elemento importante per dimostrare che l’intera filiera era minacciata». Magnaghi ha confermato quindi che la clausola di salvaguardia è stata richiesta sull’Indica lavorato perché è quel tipo di importazioni che sono esplose con le concessioni, anche se poi gli effetti indiretti hanno danneggiato anche gli altri stadi di lavorazione e le altre tipologie di riso. Come conseguenza diretta, anch’essa facilmente dimostrabile,  sono crollati gli ettari di riso Indica (da 158.000 a 92.000).

Quindi si è soffermato sulla norma che regola l’adozione di misure di salvaguardia, cioè l’articolo 22 Regolamento UE n. 978/2012: qualora un prodotto originario di un paese beneficiario di uno dei regimi preferenziali di cui all’articolo 1, paragrafo 2 (i PMA), sia importato in volumi e/o a prezzi tali da causare o rischiare di causare gravi difficoltà ai produttori dell’Unione di prodotti simili o direttamente concorrenti, i normali dazi della tariffa doganale comune possono essere ripristinati per detto prodotto.

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L’esperto ha sottolineato l’importanza del significato di gravità a cui si è potuto essere conformi solo grazie alle grosse quantità di prodotto già lavorato (capace di competere con tutta la filiera) importato: nella sola campagna 2017/2018 le importazioni nell’Unione europea di prodotto proveniente dai PMA sono state di 368.000 t di riso lavorato e semilavorato, 747 t di risone e 2528 t di riso semigreggio. Partendo da questi dati, ha detto Magnaghi, si è potuto dimostrare che le importazioni di riso semilavorato e lavorato dai PMA in esenzione del dazio hanno garantito un grosso vantaggio agli importatori europei di riso lavorato, che hanno risparmiato un dazio di 175 euro alla tonnellata, agli esportatori cambogiani e birmani, che hanno incrementato a dismisura le proprie esportazioni verso l’Unione europea, e agli investitori (anche europei) che hanno finanziato la costruzione di impianti di lavorazione del riso in Cambogia e Myanmar. «Queste informazioni hanno aperto gli occhi alla Commissione che ha deciso di accettare la richiesta e indire la votazione». Le cose però non sono progredite senza intoppi, come spiega Magnaghi: «Inizialmente si decise per marzo 2019 ma grazie all’intervento del Governo e delle nostre forze in campo siamo riusciti ad ottenere lo spostamento al 4 dicembre, per permettere a tutta la filiera di organizzare la prossima campagna conoscendo la situazione del mercato europeo. La collaborazione delle parti è stata determinante per il buon esito dell’indagine». La richiesta è partita infatti dal governo ma è stato poi l’Ente Risi a gestire il dossier, allorquando si è dovuto raccogliere i dati specifici per dimostrare il danno patito dalla filiera: non è stato sufficiente raccogliere dati e pareri, si è dovuto affrontare una vera e propria inchiesta nei bilanci aziendali. Fortunatamente, grazie alla compattezza della filiera, le risultanze di tale inchiesta sono state tali che la Commissione non ha più potuto negare il danno patito dal riso europeo e ha dovuto chiedere formalmente ai governi dell’Unione l’adozione della clausola.

«Ricordiamo però, – ha detto ancora Magnaghi- che la clausola ha un periodo di reintroduzione dei dazi non superiore a tre anni, con un valore scalare dell’importo stesso: 175 €/ton nel 2019, 150€/ton nel 2020 e  125€/ton nel 2021; una proroga è possibile ove sia giustificata da particolari circostanze. Se si riesce a dimostrare la violazione dei diritti umani per fini produttivi di riso e zucchero in Cambogia e Myanmar, quei Paesi verranno fatti uscire dall’accordo. Speriamo che nei prossimi tre anni ciò posso avvenire arrivando alla vittoria dell’intera guerra; per il momento continuiamo a  combattere questa battaglia fino in fondo, sperando che la votazione del 4 dicembre sia favorevole. Anche se lo fosse, comunque,  non dobbiamo adagiarci: infatti le conseguenze in seguito all’adozione della misura di salvaguardia,  primo caso assoluto nell’ambito del regime SPG, dovrebbero necessariamente essere:

1. possibile recupero del collocamento dell’indica italiano;

2. creazione di presupposti per un maggiore investimento di riso Lungo B, se supportato da un prezzo remunerativo;

3. abbandono di una logica rinunciataria di autoriduzione delle superfici in Italia;

4. impulso ad una nuova logica di filiera che responsabilizzi tutti gli attori e le istituzioni in modo da creare le condizioni di competitività del riso italiano sul mercato dell’Ue, anche dopo il triennio di applicazione della clausola». Autore: Ezio Bosso (HAI SCARICATO LA NUOVA APP DEI RISICOLTORI?)

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