Rileggendo “La botanica del desiderio” di Michael Pollan — un’opera che osserva il mondo attraverso la prospettiva del regno vegetale — ho ritrovato una straordinaria assonanza con il mio percorso professionale e con la mia visione scientifica.
Il cuore del saggio risiede nell’analisi della complessa e reciproca interdipendenza tra l’essere umano e la natura, interpretata a partire dal punto di vista delle piante: una chiave di lettura suggestiva, capace di coniugare libertà d’interpretazione e solido rigore scientifico.
COSA COLTIVARE?
Quando definiamo quali specie coltivare nei nostri spazi, che si tratti di un piccolo orto o di estese superfici agricole, tendiamo a considerare tale scelta come un atto d’indirizzo esclusivo.
Tuttavia, al di là dell’agricoltura o dell’appassionato, figurano attori dal ruolo ancora più determinante: i genetisti e i costitutori vegetali, responsabili di aver selezionato, stabilizzato e introdotto sul mercato quel preciso ecotipo o varietà. Sorge dunque un interrogativo fondamentale: nelle nostre decisioni biologiche, siamo davvero i soggetti promotori o ne rappresentiamo, in fondo, gli strumenti?
L’APE E IL FIORE
L’emblematica relazione tra l’ape e il fiore offre una risposta chiarificante. L’insetto agisce con la percezione di essere il soggetto dominante che attinge al nettare di un organismo passivo. La realtà biologica mostra tuttavia una dinamica opposta: il fiore orienta abilmente il comportamento dell’ape attraverso un raffinato codice di segnali, garantendosi il trasporto del polline.
È l’essenza stessa della coevoluzione ancestrale: nutrimento in cambio di veicolazione genica. In questo scambio reciproco e inconsapevole, la dicotomia tradizionale tra soggetto e oggetto perde ogni valore. In tale prospettiva, le intuizioni umane si traducono in evidenze naturali e il processo di addomesticamento svela un intreccio ben più profondo e affascinante di quanto la visione antropocentrica lasci presagire. Incapaci di muoversi, le piante hanno sviluppato strategie di adattamento straordinarie, affermandosi come autentiche alchimiste della natura: con la comparsa della fotosintesi clorofilliana hanno imparato a convertire la luce in nutrimento, perfezionando al contempo una chimica organica di eccezionale complessità.
L’immobilità costituisce il presupposto evolutivo che ha indotto il mondo vegetale a sintesi chimiche sofisticate, concepite sia per difesa che per attrazione. Circa cento milioni di anni fa, l’avvento delle angiosperme ha segnato lo spartiacque decisivo: le piante hanno iniziato a reclutare il mondo animale per la dispersione del proprio patrimonio genetico, sviluppando infiorescenze vistose, tessuti di ancoraggio per il vello dei mammiferi, segnali cromatici per i pronubi e frutti nutrienti capaci di ingaggiare inconsapevoli vettori biologici e ghiande che scoiattoli trasportano da un bosco all’altro, seppelliscono e, di tanto in tanto si scordano di mangiare.
DIECIMILA ANNI FA…
Diecimila anni fa, l’evoluzione ha compiuto un ulteriore passaggio strutturale con la nascita dell’agricoltura. Un gruppo specifico di angiosperme — le graminacee — ha affinato la propria strategia relazionale individuando una specie del tutto singolare: un bipede dotato di mobilità globale e capace di elaborare e tramandare strutture di pensiero complesse.
Con straordinaria efficacia evolutiva, queste specie hanno orientato l’azione dell’uomo a proprio vantaggio, seducendolo con la promessa del sostentamento e spingendolo a dedicare energie, terreni e risorse alla loro coltivazione e tutela. Molte delle grandi tappe umane sono l’esito di contingenti convergenze biologiche.
L’affermazione dell’agricoltura può così essere interpretata come il momento in cui le graminacee hanno arruolato l’umanità per la propria diffusione continentale. Tra queste, il riso occupa un posto di primario rilievo nella storia della civiltà: una specie che ho scelto di porre al centro di una testimonianza personale e scientifica.
PARTNERSHIP COEVOLUTIVA
Il rapporto che mi lega alle varietà che seleziono riflette esattamente questa dinamica: una partnership coevolutiva radicata in diecimila anni di storia. Il patrimonio genetico del riso costituisce un prezioso archivio storico e colturale, in cui ogni singolo granello racchiude la traiettoria della nostra evoluzione alimentare e tecnologica.
Un cammino condiviso che ha visto l’uomo modellare la specie attraverso la selezione artificiale, guidando la transizione dai genotipi selvatici di Oryza rufipogon alle forme coltivate di Oryza japonica, fino all’origine della sottospecie indica, nata circa 4500 anni fa nel subcontinente indiano dall’ibridazione con forme spontanee di Oryza nivara.
LE TAPPE DI UN PERCORSO
Un percorso scientifico e umano che si articola in alcune tappe fondamentali. Il primo snodo risale al 1974, in occasione del concorso pubblico per ricercatore presso gli Istituti di Sperimentazione Agraria del Ministero. Tra i temi d’esame previsti per la prova di miglioramento genetico, scelsi d’impostare la mia trattazione scientifica proprio sulla specie riso. Negli anni successivi, dopo un lungo periodo di attività e a seguito della direzione dell’Istituto di Cerealicoltura di Roma, maturò l’opportunità di proseguire il lavoro a Vercelli.
Nel 1992 giunse la chiamata del professor Bianchi a rilevare la direzione della Sezione di Miglioramento Genetico dell’Ente Nazionale Risi a Castello d’Agogna, d’intesa con la presidenza del Ragionier Carrà. Furono cinque anni di intensa attività scientifica dedicati allo studio della variabilità genetica della specie, caratterizzati da scambi internazionali con le principali stazioni di ricerca in Cina, Argentina e Brasile, e dall’ampliamento delle collezioni di germoplasma. Un grande progetto di selezione che tuttavia, per dinamiche istituzionali, si interruppe prematuramente, lasciando in sospeso importanti materiali genetici nelle prime fasi di segregazione.
RIGORE E ETICA DEL LAVORO
La mia matrice culturale — legata al rigore delle origini ossolane e alla profonda etica del lavoro assimilata nell’esperienza bergamasca — mi indusse a non disperdere questo patrimonio di competenze. Scelsi dunque di proseguire la ricerca in forma autonoma, avviando una diretta collaborazione con il mondo agricolo: una sfida scientifica che continua tuttora a offrirmi profonda gratitudine e inalterata passione accademica. Nel corso dei decenni si è consolidato un legame di vera e propria sintonia biunivoca con questa pianta.
I programmi di selezione fenotipica da me impostati hanno condotto alla costituzione di varietà di grande successo, che a vent’anni dalla loro iscrizione continuano a presidiare il mercato con posizioni di assoluto rilievo: oltre il 70% della superficie a Carnaroli, la totalità del segmento Baldo e un significativo 20% del comparto Arborio, affiancati da tipologie tonde ed aromatiche di grande prospettiva. Il risultato di una vita di ricerca condotta in profonda armonia con il riso. Autore: Eugenio Gentinetta (nella foto) e Chiara Pavan, MISE
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