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IL DANNO AMBIENTALE DELL’ASCIUTTA

da | 3 Ott 2021 | NEWS

Foto aerea semina in asciutta_Giotto droni

L’accelerazione della lotta ai cambiamenti climatici sta producendo la diffusione di una grande quantità di informazioni. Ogni ricercatore propone il suo punto di vista particolare. Si scrive che la sommersione delle risaie rilascia più metano in atmosfera rispetto alle coltivazioni asciutte. L’incremento della sostanza organica del terreno cattura grandi quantità di CO2, ma aumenta l’emissione di metano. Coltivare riso riducendo i periodi di sommersione (semina in asciutta e/o irrigazione turnata) porta a produrre meno metano ma più NO2, gas che incrementa l’effetto serra nell’atmosfera e causa le piogge acide. Recentemente l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha raccomandato di dimezzare la presenza di questo gas in atmosfera, perché nocivo per la salute.

Ridurre le emissioni inquinanti

Come informa Confagricoltura Piemonte, l’Agenzia dell’ambiente europea (EEA) ha appena pubblicato un rapporto in cui vengono presentati i progressi dagli Stati membri verso la riduzione delle emissioni dei principali inquinanti atmosferici disciplinati dalla direttiva NEC (ossido d’azoto, composti organici volatili non metanici, ammoniaca e diossido di zolfo), nonché gli sforzi ancora necessari per raggiungere gli impegni di riduzione delle emissioni per il 2030. Complessivamente, gli sforzi collettivi degli Stati membri hanno mostrato significativi segni di miglioramento, tanto che nel 2020 quasi tutti i Paesi hanno raggiunto i rispettivi obiettivi. Per quanto riguarda l’Italia, sono stati raggiunti gli obiettivi fissati per il 2020 per tutti gli inquinanti, mentre per il raggiungimento di quelli più stringenti, previsti per il 2030, occorrerà implementare ulteriori sforzi.

In particolare, l’EEA ha sottolineato come nel 2019 l’Italia, pur rimanendo al di sotto dei propri limiti nazionali, sia stata la maggiore emettitrice di PM2,5 seguita da Francia e Polonia, e la seconda (dopo la Francia) per quanto riguarda i composti organici volatili non metanici (COVNM). In tale contesto, il Ministero della transizione ecologica dovrebbe adottare entro breve il Piano nazionale di riduzione delle emissioni inquinanti, che contribuirà al raggiungimento dei nuovi obiettivi e conterrà anche misure di interesse per l’agricoltura, volte al contenimento delle emissioni di ammoniaca.

Gli interrogativi dei risicoltori

Cosa comporterà tutto ciò per il riso? Come sappiamo, nelle risaie della valle del Po quest’anno si è utilizzata largamente, specie in zona Lomellina, la semina in asciutta. Al momento della sommersione, pur con tutti i canali di derivazione da fiumi e torrenti al massimo della capacità, si sono verificate pesanti carenze irrigue, dovute al mancato rimpinguamento delle falde sotterranee ed al ritardato flusso delle colature. Questa tecnologia “rifiuta” l’utilizzo dell’acqua abbondante di primavera, lasciata fluire in mare, per presentare grandi necessità di acque estive, normalmente meno disponibili, e contese anche dall’irrigazione del mais. I climatologi prevedono piogge rade ma molto intense, per cui raccomandano la costruzione di invasi per accumulare l’acqua. Il rimpinguamento primaverile delle falde di risaia accumula 1,3 miliardi di metri cubi d’acqua, senza costruire dighe ed occupare terreni coltivabili. La FAO prevede che, se la popolazione mondiale continuerà a crescere con il ritmo attuale (abbiamo superato 7,9 miliardi), entro il 2050 bisognerà aumentare la produzione agricola del 50% per nutrire tutti. Alla luce di quello che si sa e di quello che si vuole, si possono ridurre le emissioni di NO2 limitando la somministrazione di azoto alle coltivazioni (Il Farm to Fork vuole dimezzarla), ma in questo modo, giova ricordarlo, si ridurrebbe la produzione agricola per ettaro. Quindi ci servirebbero più ettari da coltivare, e per farlo bisognerebbe bruciare altrettanti ettari di foreste, con l’emissione di molta CO2.

Ognuna delle indicazioni è in contrasto con le altre. Servirebbero quindi delle simulazioni quantitative per stabilire quali sarebbero i risultati ottenuti da diverse combinazioni di comportamento, e trarne un bilancio tra vantaggi e svantaggi. Ma se le emissioni di gas climalteranti entrassero, come lo fanno, in conflitto con la quantità di produzione agricola, a quale delle due si darà la priorità? Se scarseggerà il cibo, chi resterà senza? A questa domanda la risposta è semplice: chi non avrà denaro per acquistarlo. Non si può pensare che gli affamati se ne staranno tranquilli: emigrazioni e rivoluzioni sono sempre partite da scarsità di cibo. L’unica soluzione sarà quella di ricercare e mettere a punto tecnologie adeguate a produrre più cibo con meno impatto ambientale, anche mediante il miglioramento genetico tramite le nuove tecniche di evoluzione assistita. La Commissione Europea sta effettuando una indagine pubblica sull’autorizzazione delle nuove tecnologie di “genome editing”, attualmente aperta.

Data l’invasività delle varie associazioni ambientaliste, che sovrastano numericamente di gran lunga gli agricoltori e gli esperti di genetica, è facile prevedere un prolungamento degli attuali divieti. Invece, pure con le agevoli possibilità di comunicare tramite Internet, vediamo tenere, sull’evoluzione del clima, mega conferenze internazionali in presenza, che danno vita a moltissimi spostamenti a lungo raggio, super inquinanti, ma politicamente corretti.  La coperta è corta e tutti la tireranno disperatamente in tutte le direzioni. Quali saranno i risultati? Autore: Giuseppe Sarasso, agronomo

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