EXPO, “RISOTTO BASMATI” E PICCOLE RISAIE

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risaietta-carnaroli2E’ difficile scrivere di riso e di Expo: si rischia di urtare la suscettibilità di chi ha messo la faccia in un evento che riesce sempre e comunque a deludere. E’ già successo, quando abbiamo espresso le nostre perplessità all’avvio della manifestazione (http://www.risoitaliano.eu/lexpo-dimentica-il-riso-video/). Probabilmente, la ragione per cui questo evento genera tanti malumori in coloro che vi hanno investito è nelle aspettative eccessive di cui è stato caricato l’Expo e nei costi che la società Expo 2015 ha imposto. Ovviamente, sono malumori che emergono in modo sporadico, anche perché, in virtù di un malinteso patriottismo, in questo Paese non si può parlare male dell’esposizione milanese. Malgrado tutto questo, vogliamo cercare ugualmente di offrirvi un bilancio equanime a tre mesi dall’inaugurazione e vogliamo offrirvelo dal punto di vista del riso, avvisando preventivamente gli Expo-entusiasti di astenersi dalla lettura e gli Expo-disfattisti di fare altrettanto.

Partiamo dalle aspettative. Come sappiamo erano tante e immense. Chi non ricorda i milioni di risotti immaginati dalla Giunta piemontese quando ancora si pensava che il Cluster del riso sarebbe stato alla portata della filiera italiana? E chi ha dimenticato le tirate d’orecchie dell’Assessore lombardo Gianni Fava ai risicoltori restii ad impegnarsi – anima e portafoglio – nell’impresa? Ricordarcelo aiuta a capire perché poi, quando si è capito che all’Expo il riso italiano non sarebbe riuscito a veicolare il proprio messaggio, sia rimasto tanto amaro in bocca.

Come ha ammesso su Risoitaliano il presidente-commissario-(presto)presidente dell’Ente Risi Paolo Carrà, l’unica presenza strutturata che fosse accessibile alla filiera risicola italiana era quella – che poi si è concretizzata – all’interno del padiglione Cibus è Italia. Scelta che non è piaciuta a tutti, perché ha significato sottomettere l’immagine del prodotto agricolo alle strategie dell’industria (il padiglione è di Federalimentare) e perché la location si è rivelata sfortunatissima, marginale nel percorso dei visitatori e abbandonata a se stessa dall’organizzazione di Expo. Colpa dell’Ente Risi? No. Furbizia, semmai, di chi gli ha presentato come remunerativo un investimento che rischia di non esserlo. Ovviamente, trattandosi di soldi che provengono dal diritto di contratto e quindi dalla filiera è lecito farsi delle domande ed infatti i risicoltori se ne sono fatte molte. Una su tutte: sono troppi seicento milioni di investimento per uno stand che nessuno visita, per qualche cena di gala e una terrazza dove organizzare incontri d’affari per quelle riserie che – avendo del prodotto lavorato da vendere – hanno aderito alla promozione a mille euro organizzata dall’Ente Risi? Se vi paiono troppi sappiate che all’Expo le cifre son quelle e che l’Ente Risi ha acquistato l’unico spazio disponibile con quella cifra. Insomma, se vuoi entrare in certi salotti devi comprare l’abito buono. Che costa assai.

Non sappiamo invece quanto sia costato tempestare il ben più visibile Cluster del riso, ubicato sul Decumano, dei logo Riso Scotti e ottenere così che l’immagine del riso mondiale veicolata dall’Expo in quello spazio divenisse tutt’uno con il “doooottor” della pubblicità. Scotti si rivolge al consumatore e la sua strategia di marketing è cosa diversa da quella dei risicoltori. A lui non interessa legare il brand all’italianità, prova ne sia che, pur avendo messo un chip anche nel padiglione di Federalimentare, si è concentrato sul Cluster del Basmati. Gli tornerà utile? Probabilmente sì, perché i visitatori penseranno che gli asiatici producono tanto riso e il dottor Scotti lo trasforma. Vero? Falso? Non pensiamo che il consumatore spacchi il chicco in quattro. Prende il messaggio che gli arriva.

Ma torniamo ai soldi. Sicuramente il gruppo pavese ha speso molto più di quanto ha dovuto sborsare la Sapise per allestire le mini-risaie che circondano il Cluster: un ottimo modo, quest’ultimo, per attirare l’attenzione dei buyer interessati alla semente di riso commercializzata dalla società vercellese. Quanto poi sia fuorviante e deleterio per la filiera il messaggio secondo cui nel Cluster del Riso straniero, proprio sotto le insegne di Cambogia e Pakistan, cresca un rigoglioso Carnaroli di Scotti – perché è questo che il visitatore capisce ad una lettura sommaria delle tabelle che appaiono ai bordi delle risaie Sapise, come si vede nella foto – lo lasciamo decidere ai nostri lettori. Così come non capiamo come mai un’azienda che ha costruito un impero sulla qualità del riso italiano abbia deciso di presentarsi a venti milioni di visitatori come il volto industriale del riso asiatico, perché, come abbiamo detto, a nostro avviso è proprio questa l’associazione spontanea tra il Cluster, così com’è, e lo sponsor pavese. Ma, ricordiamocelo sempre, diversamente da quello dell’Ente Risi, l’investimento di Scotti e Sapise è privato e pertanto insindacabile.

La sintesi del discorso, o per meglio dire la nostra impressione, è che i visitatori dell’Expo, persino quelli italiani, non potranno in alcun modo rendersi conto né del peso europeo né della ricchezza qualitativa del riso nazionale, perché un messaggio di filiera non può raggiungerli, colpirli, incuriosirli, né indurli a documentarsi. Semmai, qualcuno di loro, una volta tornato a casa, ricorderà la strana insegna del ristorantino del Cluster, ben visibile dal Decumano, che originariamente diceva: “Risotto Basmati Italiano” (foto grande). Ci siamo informati: vi si cucina il piatto tipico italiano con varietà di riso pakistano e il cuoco sostiene che venga benissimo… mah! Noi non abbiamo avuto il coraggio di provarlo. Fatto sta che l’Ente Risi circa un mese fa ha detto di aver chiesto al Ministero delle politiche agricole di far togliere quel cartello perché induceva il visitatore a pensare che il risotto fosse diventato un piatto straniero. A quanto si sa, il ministero non è mai intervenuto, anche perchè la competenza era della società Expo 2015; in compenso, a detta del ristoratore, si è presentato un funzionario della Regione Lombardia, la quale possiede uno stand nei dintorni; il risottaro, dal momento che gestisce due locali a Milano e non vuole avere rogne, ha modificato l’insegna, coprendone una parte con il nastro adesivo. Poiché però il titolare del ristorantino etnico ha delle ascendenze napoletane, ha subito trovato un accomodamento che lo accomoda: coperto l’aggettivo “italiano” , il cartello oggi recita “Risotto Basmati”. La toppa è peggio del buco, a parer nostro. Sempre per il fatto che il messaggio visivo all’Expo viene assimilato ma non elaborato criticamente, infatti, il visitatore sprovveduto ora è portato a pensare che il risotto si faccia col riso pakistano. (01.08.2015)

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