Il 5 Novembre presso la cascina Lasso di Morimondo (Milano), si è svolto il primo del ciclo di 4 incontri organizzati da Agricola 2000 e dal Distretto Rurale Riso e Rane in collaborazione con la Regione Lombardia e con il finanziamento del PSR intitolato “Riso sostenibile – conoscere per coltivare”.
All’incontro hanno partecipato circa 50 risicoltori e tecnici del settore delle due principali regioni risicole italiane, Lombardia e Piemonte. Marta Guarise di Agricola 2000 ha introdotto le presentazioni che si sono avvalse della collaborazione dei tecnici delle ditte VALORYZA e SeCe, Maurizio Tabacchi e Sergio Cerioliì.
L’incontro era incentrato sulle tecniche di coltivazione che meglio possono garantire una coltivazione sostenibile del riso e ha ripreso i temi già svolti negli anni scorsi da SAI (Sustainable Agricolture Initiative) PLATFORM; l’iniziativa voluta da alcune industrie (tra le quali UNILEVER – HERBA – MIGROS.- MUNDI RISO) di trasformazione del riso e portata avanti negli scorsi anni da Ente Nazionale Risi. L’obiettivo resta la diffusione di una autovalutazione delle aziende risicole della sostenibilità ambientale delle proprie coltivazioni, l’efficientamento nell’utilizzo dei mezzi di produzione e la mitigazione dei rischi per l’ambiente. SAI PLATFORM rappresenta il primo tentativo di un coordinamento tra produttori, trasformatori e ditte di commercializzazione del riso.
TABACCHI ILLUSTRA LA CONCIMAZIONE
La prima delle relazioni tecniche è stata tenuta da Maurizio Tabacchi e ha riguardato il corretto impiego dei concimi, nell’ambito di una riduzione dei costi per le aziende risicole, un risparmio di tempo e risorse e un miglior accesso al mercato. Tabacchi da detto tra l’altro che «in Europa si assiste ad una riduzione delle richieste di riso “biologico” e ad un sempre maggiore aumento di quella di prodotto ottenuto rispettando le regole di sostenibilità». Nel suo intervento ha diviso le possibili concimazioni in organiche ed inorganiche, specificando che è necessario la costituzione di un chiaro piano di fertilizzazione e la garanzia di fonti di approvvigionamento certe per i concimi. Per la costituzione del piano di fertilizzazione si devono valutare diversi fattori: utilizzo o meno del sovescio, gestione del suolo, presenza di contaminanti, disponibilità di acqua di irrigazione, tipo di semina e conseguente emissione di gas serra. Per il corretto utilizzo dei concimi è anche importante valutare la fisiologia del riso, la fertilità del suolo oltre, naturalmente, all’apporto dei principali nutritivi: Azoto, Fosforo e Potassio. Di fondamentale importanza è la valutazione dei due momenti più critici nello sviluppo della pianta: la differenziazione della pannocchia (che avviene ad inizio levata) e la microsporogenesi ossia la differenziazione del polline (che avviene quando i collari dell’ultima e penultima foglia della pianta si allineano). Si tratta in entrambi i casi di momenti critici in cui qualunque stress (eccessivo caldo, eccessivo freddo, eccessiva concimazione) possono danneggiare la pianta. Un altro fattore che può essere influenzato dalla concimazione è il contenuto in proteine del seme. «Nel caso del riso da Sushi il contenuto di proteine deve essere basso per migliorare il gusto del riso cucinato e l’eccessivo apporto di azoto può essere controproducente», ha affermato Tabacchi.
Sempre parlando della concimazione azotata Tabacchi ha ricordato l’importanza del suo impiego in modo “frazionato” (fornendo azoto in quantità da tale da essere assorbito dalla pianta e non disperso), della metodologia di applicazione (l’applicazione migliore è su terreno asciutto e con una sommersione entro 24 ore), della dose di somministrazione (varia a seconda dei terreni e della varietà), e del tipo di concime. Tabacchi ha inoltre precisato: «vista la diffusione che ha raggiunto la semina “interrata a file” potrebbe, a mio giudizio, essere di fondamentale importanza l’impiego di concimi in modo localizzato sulla fila, massimizzando il loro utilizzo da parte della pianta». Di grande importanza anche l’impiego di concimi a”lenta cessione”, siano essi di origine organica, inorganica o mista, oltre a quelli ricoperti con pellicole semipermeabili, addizionati di inibitori della nitrificazione o dell’ureasi o di complessati minerali. La valutazione di una concimazione si effettua, in genere valutando i kg di risone raccolto in rapporto all’azoto assorbito dalla pianta. Massimizzare questo indice è il principale obiettivo della concimazione stessa. Da ultimo risulta di fondamentale importanza la capacità genetica della pianta di riso: maggiore è la sua capacità di utilizzare l’azoto (es. Risi ibridi) maggiore deve essere l’apporto dello stesso.
Tabacchi è poi passato a parlare dell’apporto di Fosforo, specificando che il maggior assorbimento dello stesso avviene durante le fasi di fioritura ma che è nelle prime fasi dello sviluppo che le radici del riso sono più predisposte a raccoglie il nutriente. La sommersione del terreno libera il fosforo in esso contenuto mettendolo a disposizione della pianta ma, in particolare nel caso della semina a file o di asciutte prolungate, il ritardo della presenza di acqua può causare carenza del fosforo influenzando lo sviluppo. Anche in questo caso può essere utile ricorrere ad una concimazione localizzata sulla fila. Per quanto riguarda il Potassio, il relatore, ha sottolineato l’importanza della sua presenza nella pianta per il buon sviluppo della stessa. Tuttavia, a volte, la presenza di potassio può inibire l’assorbimento dell’azoto e quindi è bene non esagerare nella somministrazione di questo nutritivo.
L’incontro è poi proseguito con una seconda relazione di Tabacchi incentrata questa volta sulle lavorazioni del terreno, sull’efficienza delle rotazioni e del sovescio, la conservazione della fertilità del suolo e sulla gestione dell’acqua di irrigazione. I protocolli ambientali mondiali valutano il riscaldamento globale sulla base delle emissioni di gas serra, cosa per la quale il riso è seduto “sul banco degli imputati”. Risulta quindi importante ridurre le emissioni di metano (principale gas serra) aumentando il mantenimento della sostanza organica nel terreno e per questo risulta fondamentale migliorare il più possibile la fertilità del suolo. «La fertilità può essere valutata come fertilità chimica (contenuto di nutrienti), fisica (tessitura del terreno) o biologica (presenza di microrganismi)», sostiene Tabacchi.
COME MIGLIORARE LA FERTILITA’
Poi il tecnico si è soffermato sull’agricoltura rigenerativa valutando le diverse possibilità di lavorazione dei terreni in particolare la “minima lavorazione”. Questo tipo di gestione del terreno, che prevede la movimentazione del suolo senza il rivoltamento tipico dell’aratura, presenta numerosi vantaggi:
– Copertura dei campi per tutto l’anno con piante o residui vegetali
– immagazzinamento e diffusione di aria nel terreno
– aumento della porosità del suolo
– accumulo di sostanza organica (che non essendo degradata riduce anche l’emissione di metano).
Secondo Tabacchi la combinazione della sommersione invernale con la coltivazione del riso con il sistema AWD (alternanza tra presenza di acqua e di terreno asciutto) in alcune prove ha ridotto l’emissione di metano anche del 96%, provocando tuttavia un incremento delle emissioni degli ossidi di azoto. L’intervento di Tabacchi ha ricevuto il sostegno della testimonianza di Riccardo Braggio, risicoltore a Zeme Lomellina – PV, che già applica le tecniche proposte dal relatore.
L’INTERVENTO DI CERIOLI
Nel pomeriggio Sergio Cerioli della ditta SeCe ha illustrato ai risicoltori cosa sono i Droni e il loro utilizzo in agricoltura. Come sappiamo, per drone si intende un aeromobile a pilotaggio remoto. I droni si dividono in due principali categorie gli “Open” (tipo 0, A1, A2, A3 a seconda del peso) e tipo “speciale”. Quelli di uso agricolo sono i droni “speciali” che sono di maggiori dimensioni e richiedono particolari autorizzazioni per il loro utilizzo. Come noto la legge 150/2012 dello stato Italiano proibisce l’utilizzo di fitopresidi con mezzi aerei e quindi l’impiego di questi mezzi è molto limitato. I droni sono autorizzati, tuttavia, al monitoraggio e alla mappatura dei terreni,alla impollinazione di specie erbacee ed arboree, alla distribuzione di insetti utili,alla lotta “biologica”, per la semina,per la distribuzione di concimi chimici sia liquidi che solidi e per la distribuzione di “biostimolanti”. Nella prova illustrata da Cerioli si utilizzava infatti un concime fogliare che fungeva anche da “biostimolante” e i risultati ottenuti (valutati in termini di indice di sviluppo delle piante) sono stati analoghi a quelli della parte di campo dove il prodotto è stato impiegato con i metodi tradizionali. Cerioli ha aggiunto:« i droni attualmente in uso hanno un volo utile di circa 7-8 minuti poi devono atterrare, una velocità di circa 8 m/s e questo consente di effettuare il trattamento di circa 16 ha per ora di lavoro. Naturalmente si possono impiegare più droni e non si possono valutare i “tempi morti” per la ricarica della macchina».
I principali vantaggi nell’utilizzo dei droni sono:
– niente calpestio del campo
– trattamenti indipendenti dal clima e quindi più puntuali
– trattamenti anche con terreni non in condizioni di sostenere il passaggio dei mezzi tradizionali
– utilizzo in aree prefissate (una volta individuato il perimetro di un campo si può riutilizzare più volte).
Per contro i droni non possono volare in determinate aree (i parchi, vicino agli abitati ecc,) e necessitano di speciali corsi con esami teorici e pratici per il loro utilizzo. Alcune regioni italiane come Lombardia e Piemonte hanno avviato una sperimentazione ma, come sempre nel nostro paese, gli adempimenti burocratici sono molto complessi e non sempre le autorizzazioni arrivano nei tempi previsti. Cerioli, nel suo intervento, ha informato della recente presentazione di una legge che tende a semplificare la concessione delle autorizzazioni ma che, tuttavia, è ben lungi dall’essere approvata. Autore: Franco Sciorati
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