SE LA CINGHIA GIRA AL CONTRARIO…

Spettabile redazione, seguo le vostre azzeccate considerazioni (si legga l’articolo di Azzurra Giorgio su Granoitaliano.eu, che è il sito cerealicolo gemello di Risoitaliano) sul disastro annunciato degli accordi con il Mercosur per l’importazione di prodotti a dazio zero da gran parte del Sudamerica. E confesso che, come già accaduto, la vostra autorevole voce sia un grido nel silenzio.

DISASTRO MERCOSUR

Io arrivo dalla metà del secolo scorso, dunque ho traversato un bel pezzetto di risicoltura (fu) moderna, ma devo sottolineare che mai ho vissuto un periodo così difficile. Difficile per il sommarsi di pesanti ostacoli: non solo prezzi sotto i costi di produzione, ma anche problemi agronomici devastanti, scarsità e razionamento delle acque di irrigazione, costante diminuzione degli strumenti di controllo delle infestanti, resistenze in crescita esponenziale verso i diserbanti ammessi, costi dei mezzi di produzione in una ascesa inaccettabile. Ricordiamo le durissime proteste del recente passato, a Bruxelles, bene ora la situazione è peggiorata, ma tutto tace. Tacciono soprattutto le voci di chi rappresenta (pagato per questo) l’agricoltura.

Pensavo alla nota teoria della cinghia di trasmissione, secondo cui i rappresentanti di settore trasmettono alle stanze del potere quello che la base pensa o soffre. Bene oggi la cinghia gira al contrario, cioè gli organismi di rappresentanza di settore servono tranquillizzare la base sulle scelte assurde da parte dei governi locali e non.

Se non è così allora cosa succede?

Sostenere che l’accordo Mercosur sia una conquista per l’agricoltura italiana è semplicemente falso. Il problema è che l’agricoltura non conta niente.

CORSA ALL’AUMENTO DI SUPERFICIE

Vede, io ricordo le affollate conferenze di ministri di ogni colore, di presidenti di associazioni agricole di ogni tendenza, dove si ripeteva la solita cantilena: aziende troppo piccole, poco competitive. E gli agricoltori hanno iniziato una corsa infinita ad aumentare le superficie aziendali, una corsa in cui il traguardo si allontanava sempre più. E parlo di agricoltori perché è una pia illusione pensare che la risicoltura sia un mondo a sé stante, perché la sorte del riso non può essere isolata dal mondo. Anzi un mio amico saggio dice che il prezzo del riso lo fa quello del mais, perché se “butti giù” il mais tre quarti delle aziende non hanno alternative ai riso.

Oggi in risicoltura siamo a 150 ettari di media reale per azienda risicola, con il risultato che non abbiamo più peso politico – elettorale, che i costi dei mezzi di produzione sono aumentati a dismisura, che è aumentato il costo dei servizi necessari alle aziende, che i prezzi delle nostre produzioni sono crollati in termini reali. Potevamo permetterci una mietitrebbia ogni 50 ettari di risaia, oggi per avere una mietitrebbia che abbia un senso economico devi farla lavorare su 200 ettari. Quando proviamo a vendere il riso ci dicono che quello che arriva dall’estero costa meno. Intanto per aggiustare un trattore dobbiamo fare 50 chilometri e spendere 50 euro l’ora. E per comperare un trattore scarso dobbiamo vendere 2500 quintali di risone. Chissà se insieme al riso brasiliano arriveranno a dazio zero anche i trattori cinesi. Perché no?

E perché dovremmo vendere a prezzi internazionali e coltivare a prezzi e regole italiane?

CUCINA ITALIANA PATRIMONIO UNESCO

Cambio panorama. Ho gioito come tutti scoprendo che la cucina italiana è patrimonio mondiale Unesco. Ma non ho sentito o letto perché le materie prime della cucina italiana non sono prese in considerazione. Perché? Mentre in televisione vediamo quadretti bucolici di un’agricoltura che fu arrivano navi intere nei porti italiani. Chiedo quanto frumento importiamo dall’Ucraina? Quanta soia? Quanto mais? Quanto olio di girasole? In che condizioni sanitarie si trovano queste materie prime? Chiedo ancora: come mai sul sacchetto di pane, alimento base della nostra alimentazione, non sta scritto dove è stato prodotto il frumento utilizzato? E la mitica pizza del sabato sera con quale grano si ottiene?

Ma poi mi sono dato una risposta: non lo sanno. Non sanno la differenza tra il vino e l’uva, tra il latte e il formaggio, tra il grano e la pasta. I rappresentanti degli agricoltori e quelli che governano le istituzioni agricole temo vengano scelti non certo per la loro competenza, ma per altre grandi virtù. Magari per parentele giuste, per ruoli importanti in aziende dell’agroalimentare, che è ben altra cosa dell’agricoltura. Anzi è la parte opposta del tavolo.

AGRICOLTORI ROSICONI?

E’ buffo che ci raccontino che sul prezzo di formazione di un alimento sul banco del supermercato solo il 6 per cento spetta alla parte agricola. Ma come? E’ fatto apposta, sta bene a tutti. Anzi se gli agricoltori si lamentano magari si beccano dei “rosiconi”. Vede direttore io sono convinto che al ministero dell’agricoltura e della sovranità alimentare (oltre al danno la beffa) non sappiano davvero che la pasta sia una produzione industriale e il grano una produzione agricola. Se difendi la pasta non è affatto detto che difendi il grano, cioè gli agricoltori. Anzi ci sono paste fatte direttamente all’estero e considerate “patrimonio dell’umanità”. Il riso è diverso? Lo chiedo a lei, caro direttore. Io so per certo che le nazioni svantaggiate hanno solo riso da barattare con cannoni e tecnologia a basso costo. E temo che Roma sia ben disposta a portare qualsiasi materia prima alimentare sotto l’ombrello della “sovranità alimentare”. Sbaglio?

BRESAOLA DELLA VALTELLINA O DEL SUD AMERICA?

Invece oggi chi deve rappresentare e tutelare il mondo agricolo, e quindi risicolo, vuole convincerci che sia normale che la carne sudamericana diventi “Bresaola della Valtellina” e che presto il riso dei grandi produttori sudamericani possa bellamente prendere la via dell’Europa, tra l’entusiasmo di buongustai alle prese con mozzarelle fatte con il latte tedesco, o formaggio grana fatto con latte di vacche non solo rosse ma anche cecoslovacche. Chiudo. Gli agricoltori sono rimasti in pochi ma provino a lottare perché l’agricoltura rilanci la più preziosa produzione: il loro lavoro.

Se davvero i trattori saranno guidati da robot, se la folle corsa a spopolare le campagne continuerà, sarà sempre minore la capacità dell’agricoltura di essere tenuta in considerazione. E i traguardi da raggiungere sempre più dolorosi e lontani. Ricordiamo i dazi a chi pensa che difendere la sovranità alimentare sia far propaganda a chef milionari e che il risotto e il riso possano parlare lingue molto diverse.

Ricordiamo loro che certi antenati oggi tanto rimpianti facevano la battaglia del grano da coltivare in Italia, non di quello da scaricare al porto di Ravenna. Autore: Giovanni Rossi (immagine generata dall’AI)

L’Europa che firma l’accordo sul Mercosur vista dall’Intelligenza artificiale
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