LA SOIA VOLA E IN RISAIA SI SEMINANO I LISTINI

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MINOIA-SISLa Sis lancia il classico sasso nello stagno. E viene su di tutto. Paure, ragionamenti, calcoli e anche qualche appetito. La notizia è semplice: a parere della Società italiana sementi, questo sarà l’anno della soia, con aumenti delle semine nell’Italia Settentrionale dal 25 al 30 per cento. Il motivo? Il calo del mais, legato alle quotazioni, alla Pac e alle micotossine. Ma quanti risicoltori si stanno facendo tentare? Alla Borsa merci di Bologna, a fine marzo, la soia italiana ha raggiunto il prezzo massimo di 390 euro a tonnellata, con un incremento del 7 per cento, rispetto al precedente listino settimanale. Nulla a che vedere con i 550 euro del 2013, ma abbastanza per muovere il settore. Sis, che ha investito molto nella soia, con Bahia, medio-precoce, e Ascasubi, con «Aires» e «Pepita» (ultraprecoci) e «Luna» e «Blancas» (tardive) è grasso che cola. Anche perché la politica della società – controllata dai consorzi agrari e quindi dalla Coldiretti – è tutta versata all’Ogm free, un campo in cui c’è molta domanda e poca offerta, che nel caso della soia diventa addirittura pochissima. In breve, un’impennata della soia italiana – teoricamente – non ha un limite. Ma il punto non è quanto Sis ci guadagni, bensì quanto il riso italiano ci possa perdere, in termini di ettarato, a tutto vantaggio del pisello, oppure del sorgo, un’altra coltura che va per la maggiore in casa Sis (con la neonata cultivar «Kalatur» in evidenza).  Insomma, gli investimenti dei risicoltori potrebbero spostarsi pesantemente verso altre coltivazioni, come la soia? «Il boom della soia è confermato – risponde Carlo Minoia, responsabile riso della Società italiana sementi (foto piccola) -, quanto meno in termini di prenotazioni del seme, ma non a scapito del riso, bensì del mais, al quale è stato fatale il crollo di redditività dello scorso anno, determinato soprattutto da problemi di qualità. In questo senso, si può dire, adattando il proverbio, mal comune nessun gaudio, perché il fattore climatico incombe pesantemente su tutti i cereali coltivati tra Piemonte, Lombardia ed Emilia, giacché è questa l’area dove le tre colture si fanno concorrenza». Per quanto riguarda il riso, Minoia sostiene che «vanno forte i risi della tradizione italiana, cioè quelli destinati al mercato interno e alla preparazione del risotto: Carnaroli, Arborio, Volano, Sant’Andrea, Baldo…» Anche quest’anno, malgrado gli appelli e le notizie che girano, i risicoltori italiani hanno seminato gli ultimi listini, ossia le varietà meglio quotate. Unica eccezione, il ribasso delle prenotazioni di seme tondo: la recente fiammata dei prezzi – con il Selenio passato da 32 a 45 euro al quintale – è rimasta infatti sulla carta, per carenza di offerta. (04.04.15)

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Risicoltura
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