NON E’ UN RISO DA EXPO

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parigiDopo la Cambogia, l’Expo. Non è un autunno felice quello del riso: e non sappiamo ancora come si rivelerà il raccolto… Venerdì a Vercelli, l’assessore piemontese al Turismo, Antonella Parigi (foto piccola) ha fatto cadere l’ultimo velo sull’Expo del riso. Rivelando a malincuore che nel «cluster» dedicato al riso non ci sarà né il Piemonte né l’Italia. Amara constatazione di un fallimento annunciato. Avvenuta a freddo davanti ai sindaci di Vercelli, Novara, Biella, Verbania e Casale Monferrato, riuniti per discutere le strategie in vista del grande appuntamento. Si è parlato, ovviamente, anche del prodotto principale di queste terre, uno dei protagonisti dell’Expo dedicato alla nutrizione del pianeta com’è logico che sia per un cereale che della nutrizione globale è la base. Antonella Parigi ha esaltato le eccellenze da valorizzare durante l’Esposizione e ha tirato le somme sull’area appositamente dedicata a presentare il riso – il cluster – dove non ci sarà lo spazio che la Regione Piemonte, sotto la precedente amministrazione, aveva annunciato di voler gestire. Parigi ha spiegato perché: «Aveva un costo troppo eccessivo che ci avrebbe prosciugato». E ha aggiunto: «La cosa che mi ha colpito è che i produttori risicoli non lo volevano, e neanche l’Ente nazionale risi. Quindi sono venuti meno i presupposti per istituirlo». Parole come pietre. Perché si sa che il riso sarà presente nel Padiglione Italia, nell’area di Federalimentare, accanto a tante altre filiere agroindustriali, ma è evidente che non avrà un’esposizione rilevante alla manifestazione. L’assessore ha detto che la Regione sta lavorando per «creare nostri spazi in Expo 2015 per cacao e cioccolato, ma stiamo trattando anche per il riso e vino». Resta la delusione, resa ancor più amara dalla sensazione di una gestione superficiale del dossier Expo. Per mesi, infatti, ci si è baloccati a vendre ai piemontesi (e ai lombardi) il sogno di una vetrina mondiale per il riso. Solo nel marzo scorso, giova ricordarlo, gli amministratori piemontesi promettevano “trentamila persone al giorno per sei mesi” ossia “5,4 milioni di commensali provenienti da tutto il mondo” nei “quattro ristoranti posizionati nell’area del cluster del riso, già opzionato dalla regione Piemonte”. L’assessore del tempo, Alberto Cirio, lo definì un “obiettivo ambizioso, non irrealizzabile”. Quell’assessore, nel mentre, è stato eletto in Europa e in qualità di europarlamentare ha promesso di “indossare il berretto giallo della Coldiretti” per interessare la Commissione Europea al problema delle importazioni cambogiane, perché “ci vogliono proposte concrete in seno al Parlamento Europeo”… sappiamo com’è finita.Ma torniamo all’Expo: quel che sorprende è la superficialità con cui a livelli molto alti si affrontano tematiche economiche talmente complesse. Il problema, lo vogliamo dire chiaramente, non è soltanto che siano mancati i soldi, ma che sia mancata la strategia. Perché se il Piemonte avesse trovato i finanziamenti per gestire l’Expo, il progetto era quello di infarcire il cluster del riso di chef stellati, strapagandoli: ma siamo sicuri che i problemi di questo prodotto possano essere risolti offrendo offrire sontuose cene di gala a selezionatissimi stakeholder e una grande abbuffata in piatti di plastica a tutti gli altri visitatori? Mesi fa, le nostre perplessità su quella candidatura, avanzata senza verificare che vi fossero le risorse necessarie a sostenerla, furono bollate come “disfattismo”. Si pensò che la soluzione per rispondere alle critiche fosse quella di ignorare chi le faceva o di liquidare queste argomentazioni come “gossip”. Perchè discutere, documentarsi, capire un problema è un costo insopportabile per la politica. Meglio annunciare l’impossibile e poi dire che non lo si è fatto perché gli altri si sono sfilati: «La cosa che mi ha colpito è che i produttori risicoli non lo volevano, e neanche l’Ente nazionale risi» riporta la Stampa e sarà l’Ente Risi a smentire l’assessore, se lo riterrà opportuno. A conclusione di questa farsa del riso nel cluster viene da chiedersi a cosa serva l’Expo. Ossia: perchè il governo finanzia un’opera che ha strutturato le sue iniziative in base a criteri esclusivamente immobiliari? Perché  l’Expo non ha studiato preventivamente le caratteristiche delle diverse filiere allo scopo di non escludere il riso made in Italy dalla vetrina più importante del secolo? Perché l’Italia, paese organizzatore, si presenta all’appuntamento senza aver maturato – a livello di ministero e di università – una propria posizione, ad esempio, su metodi di coltivazione, mutamento climatico, mercati e nuovi prodotti, Ogm e biologico… perché?Domande che pochi hanno il coraggio di porre e alle quali probabilmente nessuno risponderà. (20.09.14)
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