L’INDUSTRIA RISIERA SFRUTTA I ROHINGYA?

La Coldiretti chiede alle imprese industriali di svelare da dove viene il riso che lavorano

La visita del Papa in Birmania lascia il segno e lo lascia soprattutto il richiamo del Papa ai diritti delle minoranze perseguitate. Come i  musulmani Rohingya. Come abbiamo scritto, il governo di Myanmar li ha cacciati dai loro campi e vi ha iniziato a mietere il riso, che ora sarà venduto all’Europa a dazio zero. Sono aumentati del 736% rispetto al 2016 gli arrivi di riso dalla Birmania, mentre i Rohingya in fuga dalla repressione nello stato occidentale del Rakhine si sono rifugiati nel vicino Bangladesh.

le importazioni di riso in Italia dalla Birmania hanno raggiunto addirittura il valore record di 7,3 milioni di chili in soli otto mesi sulla base dei dati Istat. «Non è accettabile che l’Unione Europea continui a favorire con le importazioni lo sfruttamento e la violazione dei diritti umani» sottolinea Paolo Dellarole presidente di Coldiretti Vercelli e Biella con delega al settore risicolo. «La raccolta riguarda poco più di 28 mila ettari a Maungdaw, la zona a maggioranza Rohingya nello stato di Rakhine, in Birmania che,  nonostante l’accusa di pulizia etnica denunciata dalle Nazioni Unite, gode da parte dell’Unione Europea del sistema tariffario agevolato a dazio zero per i Paesi che operano in regime EBA (tutto tranne le armi). Questo scenario asiatico si ripercuote sulle nostre imprese risicole che stanno vivendo una stagione problematica proprio a causa del boom di importazioni a dazio zero, oltre ad un sistema della commercializzazione rimasto ancora ai tempi del Medioevo». I Rohingya sono una minoranza etnica della Birmania, di religione musulmana, che vive in una situazione di apartheid nella regione del Rakhine, al confine con il Bangladesh. Considerati come immigrati clandestini, infatti, è negata loro la cittadinanza birmana e i loro terreni vengono confiscati mentre la libertà di movimento è limitata per relegarli alla miseria dei loro villaggi.  Molti di loro, inoltre, sono da sempre sottoposti al lavoro forzato, anche nei campi di riso e, dall’inizio della repressione, sono numerose le testimonianze di violenze, addirittura decapitazioni avvenute nei campi di riso secondo fonti giornalistiche internazionali.  «Adesso le industrie italiane dicano per trasparenza, giusta informazione e per far compiere una scelta etica a tutta la società da dove proviene il riso che importano alla luce di quanto avviene in alcuni paesi asiatici dove, oltre alla criticità dei Rohingya, si stanno vivendo tensioni» afferma Dellarole (al centro della foto) insieme a Delia Revelli, presidente di Coldiretti Piemonte, e Bruno Rivarossa, Delegato Confederale.

«E’ necessario, inoltre, che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri a tutela del lavoro dei nostri imprenditori e della salute dei consumatori . Noi continuiamo la nostra battaglia, etica e di civiltà, tanto che, grazie alle sollecitazioni della nostra Organizzazione, il Governo italiano ha inviato a Bruxelles una richiesta di adozione delle misure di salvaguardia europee nei confronti dell’importazione di riso greggio asiatico del tipo indica a dazio zero dai Paesi asiatici EBA. Ricordiamo che a rischio c’è la risicoltura Made in Piemonte che conta numeri importanti con una superficie complessiva di 230 mila ettari, 1100 aziende ed una produzione di quasi 10 milioni di quintali» sostiene la Coldiretti.

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Risicoltura
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