LA SEMINA DEL SOVESCIO

L'agronomo Barozzi fa il punto su dosi e modalità di colture che hanno un ruolo sempre più importante nei Psr

foto FlavioDiversi risicoltori chiedono indicazioni sulle dosi e modalità di semina delle colture intercalari da sovescio, che sono attualmente in pieno svolgimento. Come noto l’ interesse verso questo tipo di colture, che costituiscono comunque un valido strumento per attuare dei “mini avvicendamenti” nella monosuccessione risicola ed in alcune circostanze per incrementare la fertilità dei suoli attraverso le capacità di azotofissazione delle leguminose utilizzate come specie da sovescio, è stato incrementato dall’ inserimento della pratica nell’ambito delle misure agro-ambientali finanziate dai PSR.

Sia Regione Piemonte che Regione Lombardia, aree in cui si concentra la maggior parte della coltivazione risicola italiana, hanno previsto di incentivare le colture da sovescio attraverso la concessione di un contributo collegato ad alcune operazioni previste dalla misure agro-climatico-ambientali.

In specie Regione Piemonte prevede la pratica del sovescio come impegno aggiuntivo alle op. 10.1.1 (integrata), 10.1.2 (biodiversità nelle risaie), 10.1.3 (conservativa). Purtroppo, come segnalato da Riso Italiano (leggi l’articolo) il numero di domande ammesse, in particolare per l’agricoltura integrata, è davvero estremamente esiguo e tale da dare adito a polemiche (leggi l’articolo) sul complessivo depotenziamento delle misure agro-ambientali che ne deriva.

In ogni caso Regione Piemonte indica come impegno la semina per almeno 2 anni nell’ arco del periodo in cui l’ azienda è vincolata al rispetto delle misure agro-ambientali di “un erbaio da sovescio autunno-vernino con prevalenza di graminacee” da mantenere in campo “fino all’epoca usuale di preparazione del terreno nella primavera successiva”. Limitatamente alla risaia “è ammesso l’erbaio di leguminose, anche consociate”.

Relativamente alle dosi Regione Piemonte è piuttosto generica stabilendo che la quantità di seme deve essere “adeguata alla superficie interessata” e deve essere verificata attraverso “la documentazione di acquisizione del seme” (non si fa esplicito riferimento ad obblighi di utilizzo di semente certificata), mentre pone un vincolo temporale nella data del 15 novembre per il completamento delle operazioni di semina. (Si segnala – a comprova della tortuosità del percorso amministrativo, che con un documento “semiclandestino” – in quanto, tale documento, che è intitolato “Adeguamento giustificazione premi”, non è stato pubblicato sulla “home page” della DG Agricoltura né nella sezione PSR, ma su una pagina interna al sito della Regione… – emesso il 30 settembre scorso Regione Piemonte fornisce alcune indicazioni che chiariscono alcuni aspetti e forse ne complicano altri: innanzi tutto sulle dosi di seme vengono indicati come quantitativi minimi necessari 50 kg per ettaro per veccia villosa, 30 kg per ettaro per trifoglio incarnato, 120 kg per ettaro per le graminacee e 64 kg per ettaro per il miscuglio al 50% leguminose graminacee. Poi ricompare la colza (brassicacea) che non risulta nel bando originale, ma qui viene ammessa alla dose di 40 kg per ettaro. Parimenti (ed un poco curiosamente) viene considerata corretta una dose di 40 kg per ettaro di miscuglio leguminose-colza, che salgono a 80 kg per ettaro nel miscuglio graminacee-colza. Vengono esposti dei costi di riferimento del seme, che sono chiaramente riconducibili a seme certificato. Molto curiosamente il prezzo della veccia preso a riferimento è “aggiornato” al 2013 ed ha per fonte….un fornitore lombardo! Infine, per accerscere l’ incertezza una “informativa”, emessa da Regione Piemente il 25 ottobre  fornisce ulteriori indicazioni piuttosto contraddittorie rispetto a quanto riportato nel bando e nella nota di “Adeguamento” del 30 settembre, per cui ci stiamo attivando per capirne l’ effettivo impatto sulle operazioni di semina, che peraltro sono già in stadio piuttosto avanzato) SCARICA IL DOCUMENTO “CLANDESTINO”

Regione Lombardia (che al momento non ha ancora reso note le graduatorie per l’ammissibilità a finanziamento delle domande per la misura 10) prevede viceversa l’utilizzo come specie da sovescio di leguminose eventualmente consociate a graminacee (ma in caso di miscela le leguminose devono essere prevalenti) come impegno aggiuntivo alle op. 10.1.01 (integrata), 10.1.03 (biodiversità o “fossetti delle rane”) e 10.1.04(conservativa). La coltura deve essere mantenuta in campo fino alla fine di febbraio dell’ anno successivo alla semina, anche se è abbastanza evidente che l’ipotesi di sovesciare ai primi di marzo appare molto criticabile da un punto di vista tecnico, risultando fortemente riduttiva dei potenziali effetti benefici derivanti dalla pratica. Solo nel caso di “cover crop” seminate come impegno supplementare all’op.10.1.04 (agricoltura conservativa) è consentita la “terminazione” chimica della coltura con trattamenti fitosanitari (ovvero, allo stato attuale, con un intervento a base di glifosate).

trifoglio-incarnato-gen-2016-foto1Relativamente alle dosi ed alle fonti di approvvigionamento del seme i bandi di Regione Lombardia (quello originario è stato integrato e modificato) specificano che si dovranno conservare in azienda le “fatture di acquisto della semente” e le “etichette dalla semente utilizzata” (par di capire siano i “cartellini” Ense, il che comporta un implicito obbligo di utilizzare seme certificato). I bandi specificano inoltre che “ i quantitativi di seme acquistati dovranno risultare idonei a garantire la copertura della superficie sotto impegno, secondo le indicazioni relative alla dose di semina riportata in etichetta”. Quella della “dose d’etichetta” è purtroppo una formulazione che può dar luogo a molte interpretazioni e che infatti sta creando più di una incertezza tra gli operatori. Premesso che le “etichette” dei sacchetti di sementi delle specie normalmente utilizzate per sovescio non riportano indicazioni di dosaggio, la suddetta enunciazione appare infatti alquanto opinabile e forse necessiterebbe di un opportuno chiarimento.

veccia-06-02-16-foto-2I cataloghi pubblicitari delle maggiori ditte sementiere indicano in alcuni casi dei dosaggi di semina per specie quali veccia vellutata e trifoglio incarnato, ma tali dosaggi sono riferiti al loro impiego come colture foraggere in purezza, il cui scopo è la produzione di importanti masse di vegetazione da affienare o insilare, e non all’ uso come coltura da sovescio per il quale essi risultano al contrario generalmente eccessivi.

Non si vuole, né è possibile, fornire in questa sede indicazioni di valore assoluto. Tuttavia, sulla base delle esperienze maturate in questi anni in varie situazioni, sembrerebbe corretto indicare un dosaggio variabile tra i 30 ed i 50 kg per ettaro come congruo per la semina di veccia vellutata (Vicia villosa) e tra i 20 ed i 30 kg per ettaro per quanto riguarda Trifolium incarnatum. Può essere opportuno utilizzare le dosi più elevate nei terreni in cui non si è mai attuata la pratica del sovescio, portandole su livelli più contenuti negli anni successivi, in cui i rizobi azotofissatori si sono generalmente meglio insediati nel suolo.

L’utilizzo di dosaggi superiori ai 50 kg per ettaro per veccia vellutata e ai 30-35 kg per ettaro nel caso di trifoglio incarnato appare sconsigliabile . Innanzitutto per ragioni di carattere economico: ai prezzi attuali il costo delle sementi, delle operazioni di semina, dell’ eventuale preparazione del terreno per la semina e della “terminazione” della coltura intercalare sarebbero infatti superiori al contributo previsto (di 180 euro per ettaro), che nello spirito del legislatore ha appunto lo scopo di coprire i maggiori costi che le aziende devono sostenere per attuare pratiche “virtuose” per l’ ambiente. Ma l’impiego di semente in dosi superiori a quelle sopra richiamate espone anche al pericolo di eccessivo lussureggiamento della successiva coltura di riso, con aumento dei rischi di tipo fitopatologico legati ad attacchi di Pyricularia e dei rischi di allettamento.

veccia-10-feb-16-foto-3Se mi è consentito un cenno ad una esperienza personale vorrei riferire quanto accadde alle prime sperimentazioni di sovescio con Vicia villosa iniziate da chi scrive nel lontano 1998. A quell’epoca, non disponendo di indicazioni specifiche, si fece riferimento ad alcuni dati reperiti in bibliografia che indicavano per altri impieghi della veccia come coltura intercalare dosaggi tra 70 e 100 kg*ha-1  di seme e si decise di operare a 75 kg per ettaro. Nonostante l’ assoluta assenza di successiva concimazione minerale azotata (si somministrarono solo fosfatici e potassici) la rigogliosissima coltura di riso seguente fu colpita da un violentissimo attacco di Pyricularia (è vero che all’epoca non c’era il triciclazolo…ma non è detto che chi sia ancora in futuro) con produzione finale intorno a 4 tonnellate per ettaro.

Le prove sperimentali condotte da Ente Nazionale Risi e pubblicate sulla Relazione 2015 confermano che tra dosi di semina della veccia vellutata a 30, a 50 ed a 75 per ettaro non si riscontrano differenze significative a livello produttivo, anche se con dati leggermente più bassi in corrispondenza delle densità più elevate.

Per contro i dati pubblicati da Ente Risi evidenziano un minore apporto di azoto di origine “biologica” in corrispondenza delle minori dosi di seme di Vicia villosa e nel caso di impiego di Trifolium incarnatum.

Anche questo è un aspetto che merita una riflessione. Infatti apporti di N derivante dall’ interramento della coltura da sovescio dell’ ordine di 40-45 kg*ha-1 (come rilevato nelle tesi con trifoglio incarnato) o di 55-60 kg*ha-1 (come riscontrato nelle tesi con veccia vellutata a 30 kg per ettaro),se da un lato riducono il “risparmio” di fertilizzanti azotati minerali rispetto ai 100-160 kg*ha-1 di N apportato, secondo i dati ENR, dalla veccia seminata a 50 kg per ettaro (mentre la semina a 75 kg per ettaro non si è differenziata da quella a 50 kg in termini di apporti azotati), dall’ altro rendono più gestibile la successiva concimazione azotata, consentendo al tecnico ed al risicoltore di effettuare interventi più mirati rispetto alle effettive necessità della coltura e riducendo il rischio di manifestazione di avversità biotiche o abiotiche, specie in presenza di varietà di riso poco resistenti a Pyricularia  o all’ allettamento.

In ogni caso il successo della coltura da sovescio è strettamente legato all’andamento climatico dei mesi invernali ed alla natura dei suoli: in presenza di precipitazioni consistenti, di drenaggio lento o impedito, di concomitanza di fattori sfavorevoli quali ristagno idrico e gelo, la coltura da sovescio rischia di essere compromessa indipendentemente dal dosaggio del seme. Parimenti una primavera eccessivamente piovosa o estremamente siccitosa (in questo caso il terreno tende ad indurirsi limitando lo sviluppo dell’apparato radicale che è la vera “fonte” di azoto di origine biologica fissato dai rizobi simbionti) può risultare limitante per il buon esito della coltura.

E’ opportuno ricordare che mentre il trifoglio ha in genere un comportamento più “coprente” (cfr. foto 1 scattata il 29 gennaio 2016), la veccia durante l’ inverno assume un portamento prostrato, ha una colorazione bruno-violacea, e talvolta è persino difficile da individuare senza un poco di esperienza (cfr. foto 2, scattata il 6 febbraio 2016). Tanto che circola voce di alcuni casi in cui la coltura è stata frettolosamente data per fallita ed interrata prematuramente, quando con un poco di calma si sarebbe potuto probabilmente assistere al quasi “prodigioso” sviluppo primaverile della pianta.

In proposito può essere utile confrontare lo sviluppo di Vicia villosa riscontrato al 10 febbraio 2016 (foto 3), con quello evidenziato nello stesso punto (rilevato mediante georeferenziazione)  al momento della trinciatura, avvenuta il 28 aprile 2016 (foto 4). Negli appezzamenti da cui derivano i rilevamenti fotografici le dosi di semina erano di 25 kg*ha-1  per il trifoglio e di 35 kg*ha-1    per la veccia.

E’ certamente auspicabile a questo riguardo che i funzionari addetti ad eventuali controlli in campo siano adeguatamente formati (allo scopo potrebbe risultare utile l’ esperienza maturata da diversi colleghi agronomi che da anni seguono la pratica del sovescio) per evitare il rischio di ogni tipo di contestazione.

veccia-28-apr-16-foto-4Oltre alle domande sulle dosi, giungono in redazione richieste  riguardanti le possibili modalità di semina. Ovviamente, ogni situazione va vista  nello specifico, tenendo conto delle caratteristiche del terreno (con particolare riguardo alla sua capacità drenante) e della quantità di residui colturali. Tuttavia le  esperienze di questi anni hanno dimostrato la possibilità di seminare direttamente su stoppie e paglie trinciate senza alcun intervento preparatorio. Solo in presenza di residui colturali importanti o di irregolarità del fondo o costipamento del terreno può essere necessario ricorrere a leggere lavorazioni con erpici a dischi o stellari. Meno consigliabile l’ impiego di attrezzi azionati dalla pdp che comportano dispendi energetici ed economici non giustificati ma soprattutto espongono al rischio di formazione di “suole di lavorazione” che rendono più probabile il ristagno idrico. Per la semina risultano indicati gli spandiconcime a doppio disco, che in genere consentono regolazioni accurate e tali da  distribuire con precisione anche quantitativi di seme molto ridotti coprendo ampie superfici nell’ arco della giornata. Nel caso di miscele di più specie diventa obbligatorio tener conto della diversa massa apparente dei semi e della loro “granulometria”, per evitare sensibili irregolarità nella distribuzione. Basti ricordare che il manuale di uno dei più diffusi spandiconcime oggi in uso indica una larghezza massima di lavoro di 24 metri per veccia e di soli 16 metri per trifoglio incarnato che ha un seme di dimensioni molto inferiori. L’ utilizzo di seminatrici a file interrate, ancorchè consenta un lavoro molto preciso, comporta costi superiori a fronte di produttività del lavoro minori e maggiori rischi di fallimento qualora si dovessero verificare ristagni idrici su sementi non ancora emerse. Potrebbe essere interessante verificare la possibilità di impiegare mezzi aerei o droni, che tra l’ altro potrebbero consentire la “trasemina” delle colture da sovescio nel riso ampliandone il ciclo vegetativo e quindi la capacità di sviluppare biomassa.

Circa le specie più idonee le esperienze di questi anni hanno confermato (come ribadito anche dalla Relazione di Ente Risi sulle Prove Sperimentali 2015) la rusticità ed adattabilità di Vicia villosa, senza che siano emerse differenze particolarmente significative tra le varietà utilizzate. Leggermente più delicato risulta essere Trifolium incarnatum, mentre Vicia sativa risulta ad “alto rischio” in caso di inverni freddi ed umidi (la mitezza dell’inverno 2015-16, che ha consentito ad alcune colture di veccia sativa di uscirne indenni, non deve ingannare). L’ adattabilità di Vicia pannonica , dal seme leggermente più piccolo della villosa,è attualmente oggetto di sperimentazione e verifica. Esistono poi numerose possibilità di miscuglio tra varie specie, anche in consociazione con graminacee quali triticale, frumento, orzo, avena (che ovviamente hanno una buona adattabilità climatica, ma non forniscono alcun apporto nutrizionale limitandosi a dare “copertura” al suolo), sia attraverso miscele estemporanee che mediante prodotti commerciali pronti all’ uso. Naturalmente  nell’ utilizzo di eventuali miscugli l’ agricoltore dovrà tener conto delle diverse dimensioni dei semi per evitare irregolarità di distribuzione. In ogni caso, la pratica del sovescio va vista ed eventualmente applicata nell’ ottica delle specifiche caratteristiche ed esigenze aziendali, cercando di massimizzarne i benefici che vanno oltre all’ aspetto meramente economico legato ai contributi previsti dai PSR. (foto grande di Antonio Mairano: aratura di veccia discataAutore: Flavio Barozzi, dottore agronomo –  flavio.barozzi@odaf.mi.it

Note dell’autore ai commenti dei lettori:

  1. Per la Lombardia vige l’obbligo di conservare in azienda le “etichette” del seme: tradotto significa obbligo di seme certificato.
    In Piemonte il bando (che è di aprile 2016, per cui non si può parlare di cambiamento di regole in corsa, ma al limite di scarsa chiarezza) parla semplicemente di verifica della “documentazione di acquisizione del seme” senza riferimento esplicito a seme certificato. Peraltro trovare seme di leguminose non certificato è piuttosto improbabile… 
  2. Nessuno dei bandi delle principali Regioni “risicole” prevede l’ uso di brassicacee, che forse avrebbero un interesse agronomico maggiore rispetto alle graminacee per le proprietà “geodisinfestanti” di specie tipo rafano o Brassica juncea.
  3. In sede di giustificazione dei premi nei confronti di Bruxelles (perchè a ciò fa riferimento il documento di Regione Piemonte della precedente precisazione) Regione Lombardia indicava (salvo “adeguamenti” successivi al momento ignoti) dei costi di 130 euro per ettaro per le operazioni meccaniche di preparazione e semina della coltura da sovescio a cui aggiungere 86,30 euro per ettaro di costo della semente (che corrisponderebbero, ai prezzi attuali, a circa 25 kg per ettaro di trifoglio incarnato e 30-35 kg per ettaro di veccia villosa) e detrarre un beneficio di 22 euro per ettaro per minori costi di concimazione. Il che dava un “maggior costo” di 194,30 euro per ettaro, da cui deriva il contributo (ridotto poi per difetto) di 180 euro per ettaro previsto dal PSR.
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