«FINTO BIO, URGONO CONTROLLI»

FacebookLinkedinTwitterWhatsAppPrintEmailNel mondo del riso è scoppiato il “caso bio”. Dopo la trilogia di Sarasso su Risoitaliano.eu, che ha focalizzato i punti deboli delle produzioni biologiche, i risicoltori hanno iniziato...

angaNel mondo del riso è scoppiato il “caso bio”. Dopo la trilogia di Sarasso su Risoitaliano.eu, che ha focalizzato i punti deboli delle produzioni biologiche, i risicoltori hanno iniziato a dividersi su questo metodo di produzione ed è emerso un forte malcontento dei produttori di riso convenzionale, provocato sostanzialmente dal differenziale di prezzo del risone, ma anche una turbolenza tra i risicoltori biologici, un malessere che in verità covava da tempo, a proposito dell’esistenza di produttori di “finto bio”. Leggenda metropolitana (pardon, rurale) o verità? Man mano che passano i giorni il caso monta. Contribuisce al nervosismo la notizia che Report, la popolare trasmissione Rai, sta preparando una puntata proprio su questo caso. Insomma, ci sono gli ingredienti per una polemica nazionale, se non uno scandalo vero e proprio, che farebbe male a tutta la filiera. Per questa ragione i giovani risicoltori di Anga-Confagricoltura delle province in cui si coltiva riso si sono mobilitati e hanno elaborato un documento che, partendo dalla segnalazione di Risoitaliano, fa il punto sulla vicenda e prende una posizione molto chiara e coraggiosa, chiedendo di riformare il settore a tutela dei produttori biologici onesti. Il documento è diretto alle istituzioni del settore ma è opportuno che sia conosciuto da tutti i risicoltori e per questo lo pubblichiamo integralmente: «Le sezioni A.N.G.A. delle province risicole di Piemonte, Lombardia, Veneto e Calabria intendono con il presente documento portare all’attenzione del Legislatore Europeo alcune evidenze in merito al fenomeno del “finto riso biologico” a tutela dell’intero comparto risicolo ed in particolare delle Aziende Agricole Italiane che producono o intendono produrre riso biologico nel rispetto della regolamentazione. Tale documento vuole inoltre essere parere tecnico e istanza per la revisione del regolamento sulle produzioni biologiche in ambito risicolo. Mentre in passato (cfr. www.archiviostorico.corriere.it/ del 7/12/2002) si è assistito alla scoperta di truffe sul riso biologico che hanno visto coinvolte ditte di trasformazione e di intermediazione in relazione al commercio di “finto riso biologico”, ora sembra che il problema nasca dalla fase di produzione, come ormai evidenziato anche dagli organi di stampa (cfr. articolo del 09/09/2014 sulla testata “Riso Italiano” cfr. http://www.risoitaliano.eu/la-trilogia-del-biologico-2/ , e articolo sul settimanale “La Gazzetta” del 15/09/2014 (cfr. www.lagazzetta.info/)).
Da un confronto tra le diverse sezioni A.N.G.A. risulta che il fenomeno sia esteso pressoché su tutte le maggiori province risicole italiane. In riferimento al Regolamento Europeo n.834/07, dove si definisce la produzione biologica come “… un sistema globale di gestione dell’azienda agricola e di produzione agroalimentare basato sull’interazione tra le migliori pratiche ambientali, un alto livello di biodiversità, la salvaguardia delle risorse naturali, l’applicazione di criteri rigorosi in materia di benessere degli animali e una produzione confacente alle preferenze di taluni consumatori per prodotti ottenuti con sostanze e procedimenti naturali”, si rileva infatti, che l’attuale regolamento sulle produzioni biologiche impone una serie di divieti e obblighi per la Aziende produttrici, che nel comparto risicolo paiono assolutamente inadeguati poiché le condizioni di coltivazione sono differenti rispetto ad altre colture e conseguentemente divengono inadeguati i mezzi di controllo previsti dalla norma. Confidare fideisticamente sull’utilità degli attuali protocolli di verifica significa quindi negare a priori il problema, significa sostenere che il problema non esiste perché esistono strumenti di verifica anziché interrogarsi sulla validità di tali strumenti.
Questo è un problema che i giovani di A.N.G.A riscontrano sul territorio dove alcune aziende risicole di tipo misto riescono a produrre in modo ottimale, senza infestanti, tanto da non distinguere gli appezzamenti biologici da quelli convenzionali, essendo peraltro condotti tutti in monosuccessione colturale e in totale assenza delle corrette pratiche agronomiche come sovescio invernale, rotazione, riposo, che come indicato dai testi di scienze agrarie sono indispensabili per l’ottenimento e la sostenibilità delle produzioni biologiche. Sulle suddette SAU aziendali non si rilevano inoltre, tra particelle convenzionali e biologiche,
differenze ambientali apprezzabili, non si osserva nessuna applicazione di salvaguardia delle risorse naturali o di criteri rigorosi per il benessere degli animali oltre ad alcuna differenza in termini di biodiversità; persino gli argini di delimitazione tra le particelle paiono esattamente trattati nello stesso modo.
Si precisa che la pratica della monosuccessione è permessa dall’art. 3 D.M. MIPAAF 18354 del 27/11/09, che prevede, per la risaia biologica, in deroga rispetto alle altre colture, la possibilità di eseguire la monosuccessione per un periodo di 3 anni seguiti poi da altre colture per almeno due anni; per quanto riguarda la Regione Piemonte tale vincolo è stato cancellato dalla D.G.R. 55-.954 del 03/11/2010 che permette la monosuccessione per un periodo illimitato a fronte di sovescio invernale.
Oltre alla pratica agricola adottata e all’aspetto visivo degli appezzamenti è poi chiaro, visibile e misurabile il dato produttivo. Sarebbe quindi altrettanto interessante misurare in campo la produzione dei campi “bio” e confrontarla a quelli più vicini di tipo convenzionale. Del resto non si vuole affermare che la totalità del prodotto risicolo bio sia “finto riso biologico”, però sicuramente sorgono interrogativi sulla percentuale reale. Con la possibilità per un’Azienda di essere “mista” (convenzionale e bio) ci si trova di fronte a realtà in cui convivono parallelamente la coltivazione del riso convenzionale e “biologico”, rendendo così agevole ed ingovernabile il controllo delle pratiche agricole adottate sulle singole particelle di terra destinate a produzioni biologiche o convenzionali e conseguentemente sulla qualifica delle derrate alimentari da esse derivanti. La volontà del Legislatore di definire la produzione biologica come sistema globale di gestione dell’Azienda Agricola nasce certamente dalla maggior facilità di applicazione dei protocolli di controllo in un contesto univoco rispetto a uno misto ma anche dalla volontà di sposare da parte dell’Imprenditore agricolo la “filosofia bio”. In particolare per il comparto risicolo, il sistema globale di gestione dell’azienda agricola deve trovare piena applicazione in quanto la pratica risicola necessita più di ogni altra coltura di uno degli elementi di trasporto per eccellenza: l’acqua. Esprimiamo la nostra perplessità sulla possibile esistenza per il comparto risicolo di aziende miste, cioè particelle di coltivazione prossime o adiacenti che utilizzano la medesima acqua di sommersione e che per il solo principio dei vasi comunicanti defluisce da particelle convenzionali, trattate con prodotti chimici, a particelle bio poi a fossi, in cui scaricano altre particelle convenzionali, e poi di nuovo a bio ed il tutto all’interno della medesima SAU aziendale; questo appare in pieno contrasto con la volontà del Legislatore e con l’applicazione della norma soprattutto nei confronti del Consumatore che pretende e immagina di acquistare un prodotto sano. Anche riporre l’attenzione del controllo a tutela del Consumatore sulle verifiche analitiche del prodotto biologico ottenuto a posteriori del ciclo colturale (il parametro sui residui chimici di 0,01 mg/kg di prodotto) non è di per sé indicativo per stabilire se un prodotto sia stato trattato o meno in coltivazione con prodotti chimici poiché nel caso del riso, essendo un cereale “vestito”, il residuo sul prodotto finale ottenuto risulta inferiore a tali limiti anche per i prodotti derivati da agricoltura convenzionale e quindi trattati con prodotti chimici.
Una volta accertato che le risaie biologiche delle aziende miste, gestite in monosuccessione, si presentano sostanzialmente identiche a quelle convenzionali per assenza di infestanti e quantità di prodotto presente, e accertato che i residui presenti sul prodotto finale di entrambe le colture sono identici e conformi ai valori previsti dalla legge, risulta evidente che l’attuale modello di verifica è inadeguato, anche in ragione del gap di prezzo esistente tra risone convenzionale (240€/ton) e risone biologico (800€/ton). Tale differenza alimenta quindi, vista l’assenza di regolamentazione funzionale di tutela, oltre che la frode verso il consumatore, la scorretta competitività industriale nei riguardi delle Aziende Agricole unicamente convenzionali, ma soprattutto nei confronti di quelle che svolgono e seguono correttamente i protocolli BIO e che si vedono minare il corretto prezzo di vendita da un’offerta al mercato drogata da partite di “finto riso biologico”.
Le sezioni A.N.G.A. sottoscritte ritengono che una revisione del regolamento più restrittiva, che non preveda per il settore risicolo alcuna deroga per aziende “miste”, di per se’ potrebbe limitare il fenomeno del “finto riso bio”, essendo nell’azienda totalmente bio più difficoltoso reperire ed utilizzare i vari agro farmaci e fertilizzanti di sintesi banditi dai protocolli di pratica del biologico; inoltre tale restrizione renderebbe di più facile attuazione l’applicazione di controlli non programmati da parte degli organi preposti che non dovranno essere costituiti da soli organismi privati ma anche istituzionali. A maggior tutela del consumatore e conseguentemente dell’intero sistema produttivo, si propone inoltre che l’organismo certificatore privato non sia pagato dall’Azienda Agricola bensì dal Consumatore a mezzo di una quota percentuale del prezzo del prodotto.
L’azienda mista avendo la possibilità di avere in carico presso i depositi aziendali gli agro farmaci comunemente utilizzati nella coltivazione convenzionale, ha di conseguenza la possibilità di operare con irroratrici colme di agro farmaci sui diversi appezzamenti limitrofi. Da non sottovalutare poi il preoccupante aumento del numero di furti di fitofarmaci nelle aziende agricole che potenzialmente potrebbe alimentare un consumo parallelo che va a soddisfare chi i prodotti li può comperare solo in misura limitata per la parte di azienda convenzionale.
La ventilata proposta di revisione del regolamento, che vuole nuovamente consentire il bio su aziende miste ma con appezzamenti ben delineati, non trova riscontro alcuno nel comparto risicolo delle province citate, poiché strutturalmente il territorio risicolo è composto da aziende con campi ben delineati e divisi gli uni dagli altri da confini naturali come argini, strade, fossi, ovvero la naturale e fisiologica delimitazione di una risaia indispensabile per il trattenimento dell’acqua e quindi per la sua coltivazione. Pare quindi ovvio che la modifica che consentirebbe la coltivazione di bio in aziende miste purché su appezzamenti ben delineati e distinguibili, non potrà avere alcun effetto restrittivo sulla pratica scorretta usata ed attuata dai produttori del “finto riso biologico”; anzi servirebbe solo ad incrementare il plotone dei potenziali produttori bio pronti a sfruttare la falla del sistema il tutto a danno del Consumatore, che non potrà godere con certezza di una produzione confacente alle proprie preferenze per prodotti ottenuti con sostanze e procedimenti naturali e nella tutela dell’ambiente circostante.
Le sezioni A.N.G.A. succitate ritengono che l’obbiettivo non sia quello di incrementare le statistiche di questo “bio finto” ma di costruire un’immagine di certezza per il consumatore, obbiettivo raggiungibile solo con le dovute restrizioni. Solo se è imposta all’intera azienda agricola la gestione biologica, per quanto riguarda il comparto risicolo, possiamo sperare che venga stroncata questa pratica scorretta che alcuni, attirati da un guadagno facile stanno attuando con una concorrenza sleale che di fatto porta a modificare nel tempo il panorama strutturale del territorio risicolo e dei propri Cittadini.
Chiediamo quindi a gran voce una revisione del sistema che regolamenta la produzione biologica nel suo insieme nel comparto risicolo in modo che sia gli onesti Produttori biologici sia quelli che operano nel convenzionale, oltre chiaramente al Consumatore, vengano tutelati dalla frode del “finto biologico”.
Chiediamo una riforma seria, basata sui binari fondamentali del “vero bio su tutta l’azienda risicola” certificato da Organi di controllo pubblici, senza preavviso e senza indulgenza.
Cordiali Saluti, I presidenti delle sezioni A.N.G.A. Lombardia, Piemonte, Veneto, Pavia, Vercelli-Biella, Novara-VerbanoCusiOssola, Milano-Lodi-Monza- Brianza, Torino, Cosenza» IL TESTO INTEGRALE DEL DOCUMENTO SI TROVA ANCHE SU: https://www.facebook.com/risoitaliano.eu (31.10.14)

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