RISOBIOSYSTEMS: I NUMERI MANCANTI

Delusione per il silenzio sulle rese al convegno di presentazione del progetto sul "biovero"

Vi avevamo promesso di raccontarvi anche la seconda parte della conferenza di presentazione del progetto Risobiosystems, cioè quanto è avvenuto a Milano dopo l‘intervento del Ministro Centinaio, e ogni promessa è debito. Se non che abbiamo dovuto attendere diversi giorni per sciogliere un nodo che non siamo riusciti a sciogliere. Quello delle rese. Malgrado durante la conferenza siano stati riportati nelle slides alcuni dati relativi alle rese del riso prodotto con il metodo biologico “biovero” (come usano dire i promotori della ricerca) al termine dei lavori ci è stato comunicato che questi numeri non potevano essere divulgati. Ufficialmente, perché si attende che una pubblicazione scientifica li certifichi, dopo una serie di verifiche che dovrebbero comportare almeno tre anni di attesa. A quanto abbiamo capito, invece, perché non c’è ancora un accordo tra gli enti che hanno partecipato al progetto sulla metodologia attraverso la quale sono stati raccolti questi dati. A questo punto, ci chiederete perché accettiamo il diktat e non pubblichiamo ciò che è stato detto al convegno: perché non avrebbe alcun senso sparare dei numeri che non hanno validità scientifica. Allora ci chiederete perché riveliamo che i numeri ci sono eppure non li si vuole divulgare: perché il convegno di Milano è stato presentato dagli organizzatori come il redde rationem rispetto a tante polemiche dei mesi scorsi, si è creata attesa e – da parte del mondo biovero – si è voluto creare attesa, si è promesso che si sarebbe fatto chiarezza sul riso biologico. Risobiosystems è stata presentata come la ricerca che dovrebbe spiegare come si possa fare bio in Italia, per davvero e senza furbizie. Tanto rumore per nulla?

Le virtù della Loiessa

Ciò detto, vediamo cos’altro è emerso al convegno, limitandoci agli argomenti tecnici che interessano la risicoltura. Partiamo col dire che c’era Nicola Pecchioni, direttore del CREA, il quale però si è limitato a illustrare il progetto. Più interessante l’intervento di Stefano Bocchi, docente di agronomia dell’Università di Milano, il quale ha ricordato di aver applicato, per testare tecniche e determinare risultati, una metodologia di ricerca partecipata “Bottom-Up” (dal basso) e che i risultati produttivi hanno oscillato in modo importante, tanto da doverli riferire sia a media che a deviazione standard (differenza tra media e valore minimo/massimo). «A livello puramente scientifico abbiamo scoperto l’efficacia delle allelopatie tra le essenze di Loiessa e la germinazione di alcune infestanti acquatiche, come il Giavone. Quest’erba, usata come cover crop, viene fetta fermentare in risaia sommersa all’atto della semina del riso, liberando essenze che inibiscono principalmente il potere germinativo delle infestanti, attuando un ottimo controllo, mentre il riso mantiene la sua germinabilità più a lungo, permettendone la preservazione. Altro strumento interessante che abbiamo sfruttato è l’LCA (Life Cycle Assessment), un database che permette di calcolare l’importo ambientale di un processo produttivo inserendo alcuni input. Questo ha dimostrato che la tecnica biologica è meno impattante del convenzionale, sotto diversi aspetti, anche sa abbiamo avuto problematiche nel confronto a causa delle produzioni diverse che sono state riscontrate in agricoltura organica».

L’importante è partecipare

Bocchi si è quindi soffermato sugli aspetti positivi e negativi della ricerca partecipata: «accelera la produzione di conoscenze grazie alla condivisione di esperienze, permane e permette integrazioni. I punti di debolezza di questo procedimento sono: necessità di persone capaci di essere parte di tale processo, difficoltà di pubblicazione, diffidenza iniziale della comunità scientifica (abituata ad un processo opposto), dilatazione delle tempistiche, difficoltà nel reperimento di fondi privati e la possibilità di ritrovarsi isolati rispetto al flusso principale dell’evoluzione verde, per agricoltori e studiosi». L’argomento è stato ripreso da Luisa Zecca,  docente presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca: «La ricerca partecipata ha luogo quando persone e organizzazioni, provenienti in modo combinato dal pubblico, dalle aziende e dalla società civile, stabiliscono volontarie, mutualistiche e innovative relazioni per raggiungere obiettivi sociali comuni attraverso la combinazione delle loro risorse e competenze. Unendo diverse visioni si scopre che il vero problema ha origine da un’interpretazione parziale di un problema o da alcune interpretazioni specifiche. Un cambiamento può essere sensatamente progettato dopo un’attenta analisi di un fenomeno in un determinato contesto; lo stesso può essere analizzato da una pluralità di prospettive, disciplinari, di saperi tecnici e pratici, arrivando a soluzioni valide più facilmente e velocemente. I fattori di rischio per la ricerca partecipata sono: incapacità di ascolto attivo, opacità degli interessi coinvolti, scarsità di condizioni che consentono la negoziabilità e debolezza degli strumenti di governo, da cui scaturisce la permanenza dei conflitti se la situazione è ritenuta immodificabile. Propongo, inserendomi in questo contesto, il progetto DEMETER (sviluppo di metodologie educative interdisciplinari attraverso relazioni migliorate tra scuola e azienda agricola) che mira ad aumentare l’integrazione dell’esperienza delle fattorie nel curriculum scolastico, nel quadro di un più ampio percorso di educazione alimentare, al rispetto per l’ambiente e alla salute; a migliorare le competenze didattiche degli insegnanti scolastici e degli operatori delle fattorie didattiche attraverso lo scambio, il consolidamento e lo sviluppo di metodologie adeguate all’esperienza agricola; a creare sinergie tra istruzione, istituzioni, imprese e ricerca per il miglioramento dell’istruzione. La cooperazione sarebbe sia fisica che digitale, ad esempio eseguendo video lezioni, direttamente dall’azienda, in aula». Autore: Paolo Viana

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Risicoltura
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