PENSIONI DA FAME

Si invoca una riforma della riforma perché il sistema così non funziona

Il settore agricolo oggi è radicalmente cambiato: le aziende negli anni ‘50 erano sicuramente più estese sul territorio e più numerose, ora il numero è calato e come sappiamo si coltiva un etterato maggiore in monocoltura cercando di aggregare (soprattutto in risicoltura). Nel dopo guerra era stato messo l’imponibile sui terreni e per 100ha un imprenditore doveva far lavorare almeno 3 operai obbligatoriamente. Oggi la tecnologia la fa da padrone. Il vecchio lavoratore diretto e le mondine non esistono più. Non si tratta più di un’agricoltura di sussistenza, non si mangia più solo quello che si coltiva, c’è un mercato, un business dell’export che va incentivato e che detta le regole. Quello che rimane ed uno degli aspetti che più mettono in crisi il settore è la prospettiva di andare in pensione con una media di assegno mensile intorno ai 540€. Con la riforma Fornero dal 2011 c’è stata una forte penalizzazione per coloro che hanno i redditi nelle fasce più basse di tutti i settori, di conseguenza anche quello agricolo. Tuttavia per la Pianura Padana, dato che trattiamo di areale risicolo, si parla di aziende con redditi agrari appartenenti alle fasce più alte (terza e quarta), aziende di medio-grandi dimensioni. Secondo stime dell’Associazione Pensionati Coldiretti Lombardia su dati Inps vede nel 2019 circa 122.385 agricoltori andare in pensione (erano 134.853 5 anni fa), così suddivisi: 110.298 con metodo retributivo, 11.515 metodo misto, con una media di 572€ di contributivo puro.

La visita a Pavia

I primi di luglio una delegazione di ANP-CIA Pavia, insieme al Presidente Carlo Ventrella, dal Vice Presidente Rosalba Geraci, dal direttore del patronato INAC Manuela Ogliari e dal direttore di Cia Pavia Elena Vercesi, ha presentato alla Prefettura di Pavia un documento nel quale sono contenute proposte e rivendicazioni per l’aumento delle pensioni minime di almeno il 40%; la riconferma della quattordicesima per le pensioni sotto i 1000 euro; l’inserimento degli agricoltori tra le categorie che svolgono mansioni gravose e faticose per usufruire di anticipi pensionistici senza penalizzazioni; il welfare e i servizi socio-sanitari nelle aree rurali.

Pensione da fame

Chi ha lavorato una vita in agricoltura, versando i contributi regolarmente, rimarrebbe, con una pensione ben al di sotto della soglia indicata dalla Carta sociale europea ovvero 650 euro/mese, che corrispondono al 40% cento del reddito medio nazionale. «Non c’è stato un netto miglioramento rispetto al passato. Per Cia 640€ al mese è lo zoccolo duro su cui costruire i contributi e godere del privilegio – sottolinea Ventrella – è indispensabile una riforma se si vuole far aumentare anche l’occupazione ed il ricambio generazionale. L’imprenditore agricolo fa un lavoro usurante, chi va in pensione in questo settore, lo fa perché subentrano malattie professionali. Stiamo cercando di attivare poliambulatori sul territorio (Pres) poiché se si continuano a togliere i servizi socio-sanitari ecc.. si sfavorisce anche il ricambio generazionale, i giovani non rimangono in zona rurali mal servite».

Bisogna intervenire

«Il discorso pensionistico é stato creato dopo il ‘48. Il contribuito è sempre stato legato al valore delle produzioni, sbagliando poiché da una parte può sembrare che vada a favore dell’imprenditore, tuttavia dall’altra non vengono rivalutati i costi», dichiara Antonio Zampedri, Presidente Pensionati Confagricoltura Regione Lombardia. «Si deve andare in pensione con la certezza di un riconoscimento idoneo ai sacrifici che un produttore fa: questo non è mai stato fatto. Gli italiani, al contrario di quel che si dice a riguardo, sono grandi risparmiatori e vivono principalmente con quello che hanno messo da parte. Dovrebbe essere ricalcolata la percentuale sui contributi che paghiamo anche perché vige ancora il reddito agrario domenicale che ad oggi viene innumerevolmente moltiplicato. Come noto, il reddito agrario è costituito dalla parte del reddito medio ordinario dei terreni imputabile al capitale d’esercizio e al lavoro di organizzazione impiegati, nei limiti della potenzialita’ del terreno, nell’esercizio di attivita’ agricole su di esso, cioè trattasi di attività inerenti il normale ciclo produttivo agrario», conclude. Autore: Martina Fasani

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Risicoltura
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