«L’INDUSTRIA NON PAGA IL RISO CLASSICO»

LA DENUNCIA: I risicoltori che producono classico analizzano le ragioni della crisi
Riso Carnaroli

Completiamo il nostro approfondimento sul sistema di tracciabilità varietale del riso “classico” (di cui abbiamo parlato in questo recente articolo) affrontando il tema con i diretti interessati all’applicazione pratica dello stesso, cioè i risicoltori. Abbiamo intervistato 8 tra i produttori presenti sugli elenchi pubblicati da Ente Risi, per capire quali siano le principali criticità di questo sistema e i vantaggi che comporta. Proprio in questi giorni, lo ricordiamo, va presentata l’istanza di adesione, che comporta l’obbligo di rispettare i dosaggi minimi di semente certificata (il testo prosegue dopo la tabella).

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Per le semine di quest’anno l’istanza di adesione e la relativa denuncia di superficie dovranno essere presentate all’Ente Risi entro e non oltre il 20 di luglio 2020 e i documenti comprovanti l’acquisto di semente certificata (Certificati di Trasferimento Risone, fatture di acquisto e cartellini) dovranno essere conservati in azienda (in originale o in copia) in modo da poter essere esibiti in caso di eventuali verifiche per il rispetto della tracciabilità varietale. L’Ente Risi raccomanda a tutti gli operatori della filiera che intervengono nel processo di produzione del riso “classico” di indicare la dicitura “classico” in tutti i documenti in uso (es. Certificati di Trasferimento Risone, DDT, fatture di vendita, contratti di compravendita, contratti di conto lavorazione, registri di carico e scarico, registro “N”, registro “O”, denunce di rimanenza mensili, schede di lavorazione, schede di magazzino) in modo da garantirne la tracciabilità. Ma ecco il parere dei “classici”.

Alice Cerutti, di Crova (VC): «Come azienda crediamo moltissimo a questa iniziativa e più in generale alle iniziative volte a massimizzare la trasparenza e la tracciabilità nei confronti dei consumatori. Tale possibilità necessita tuttavia di ulteriori energie per la diffusione e formazione del significato del termine “classico” verso i consumatori; nel momento in cui questi ne vengono  informati  rispondono in modo estremamente positivo. Per quanto riguarda i limiti non sono più restrittivi rispetto a come coltivavamo prima dell’adesione e gli adempimenti amministrativi sono piuttosto semplici».

Alessandro Ariatta, di San Pietro Mosezzo (NO): «Penso che l’idea di partenza fosse buona, bisognava risolvere l’equivoco delle varietà simil-Carnaroli etichettate obbligatoriamente come Carnaroli, creando così confusione nel consumatore; tuttavia il problema è che l’industria non si è dimostrata interessata all’iniziativa, tant’è che le riserie, che acquistano dalla mia azienda Carnaroli, Baldo o Roma, non mi chiedono se sono nell’albo, non essendoci differenziazione di prezzo. Senza l’appoggio dell’industria, che ha la possibilità di arrivare a far massa critica, difficilmente si potrà raggiungere l’obiettivo. Per quanto riguarda le vendite dirette, il consumatore è curioso e una volta venuto a conoscenza della dicitura (che nel 99% dei casi è sconosciuta), chiede il “classico”».

Chiara Dufour, di Cisliano (MI): «Purtroppo il marchio non ha dato i frutti attesi ed economicamente non ha migliorato la situazione dei produttori. Per quanto riguarda le procedure il punto più  difficile è  farle rispettare dai mediatori e da chi emette i buoni a casaccio senza interpellare il produttore e senza guardare lo stabilito. Detto questo, se a breve non cambia qualcosa, penso che getterò la spugna».

Angelo Cominetti, di Siziano (PV): «È  brutto doverlo ammettere ma, come sapete bene, non ci remunerano abbastanza per un prodotto “classico”, che si mostra eccellente per il mondo culinario e richiede un impegno assai maggiore per la produzione, in quanto sappiamo bene le difficoltà e i costi che occorrono per realizzare un raccolto di varietà di questo tipo. Secondo me ci vorrebbero degli incentivi economici maggiormente interessanti, per darci gli stimoli necessari a proseguire la coltivazione delle varietà “classiche”».

Giovanni Chiò, di San Pietro Mosezzo (NO): «La mia azienda aderisce al sistema di tracciabilità varietale del riso “classico” al fine di garantire una qualità maggiore al consumatore, poiché crediamo ci siano delle differenze organolettiche importanti tra le varietà e vogliamo proporre ai nostri clienti il vero Carnaroli. Crediamo sia importante esaltare questa distinzione e abbiamo ricevuto riscontri positivi dai nostri compratori. In questo modo, inoltre, riusciamo a garantire un controllo maggiore della filiera produttiva di ciò che stiamo vendendo, grazie anche alle restrizioni imposte dal disciplinare che garantiscono l’utilizzo di semente certificata. Il fatto che l’industria non riconosca una differenza di prezzo rappresenta un limite di questa dicitura, ma credo che nella vendita diretta essa rappresenti un indubbio plusvalore».

Luigi Ferraris di Mortara (PV): «Credo che questa dicitura sia stata poco valorizzata, anche dall’Ente Risi stessa che non l’ha minimamente pubblicizzata, forse perché mal vista dall’industria. Chi conosce questa definizione è per lo più parte del settore, mentre i consumatori non sono informati. Io cerco di spiegarlo alle fiere a cui partecipo ma è complicato farsi ascoltare da tutti e la dicitura in sé non rappresenta nulla per la grande maggioranza dei compratori, per questo non valorizza a dovere il prodotto».

Giorgio Greppi di Vercelli: «La dicitura “classico” è un primo passo verso una differenziazione tra varietà che, a mio modo di vedere, sarebbe giusto incentivare. A livello economico il ritorno non c’è ad oggi, forse a causa dell’ostilità da parte della grande distribuzione, ma noto che i ristoranti di alto livello e i negozi di prodotti di qualità ricerchino questo marchio, riconoscendo delle caratteristiche migliori nei chicchi “classici”. Riguardo al disciplinare di adesione credo che debba essere migliorato, inserendo un massimo produttivo per prevenire possibili frodi, facilmente attuabili con varietà similari. In ogni caso ritengo sia una elemento positivo per noi risicoltori, in particolare i venditori diretti, ma si tratta di un disciplinare nuovo e quindi perfettibile, che dovrà essere affinato in futuro».

Fabrizio Rizzotti di Vespolate (NO): «Trovo che poter affermare che il mio Carnaroli sia quello vero, avendo un certificato che confermi ciò, sia stata una delle più grandi soddisfazioni nel mio lavoro. Si tratta di un discorso di genuinità e garanzia al consumatore che noi, come Coldiretti-Campagna Amica, siamo orgogliosi di poter fare. Anche a livello di mercato, nonostante non vi sia una differenza di prezzo all’ingrosso, nella vendita al dettaglio credo sia stata un’ottima aggiunta all’etichetta, appunto perché mi ha permesso di certificare ciò che sostenevo da vent’anni con i miei clienti, che adesso mi richiedono solo il prodotto “classico”. Chiaramente per poter ottenere un seguito di questo tipo bisogna istruire i propri compratori e pubblicizzare il prodotto nel modo giusto, non si può pensare che siano le riserie o l’Ente Risi a fare il lavoro per noi, ma credo che l’opportunità di marketing che ci è stata concessa sia veramente valida, basta sfruttarla nel  modo giusto». Autore: Ezio Bosso

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Risicoltura
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