L’AIRI: COLTIVATE PIU’ INDICA

Al convegno della Cia, l'industria risiera chiede di seminare più riso lungo B. Scanavino: aiuti Pac all'indica? Si può fare...

franceseL’industria risiera chiede ai risicoltori italiani di coltivare più riso e in particolare più indica. Per l’Airi, l’Associazione delle industrie risiere italiane, ci sono infatti i margini di una crescita significativa, fino a 250 mila ettari, partendo proprio dal raddoppio delle aree ad Indica: «Trentacinquemila ettari è una superficie molto modesta. Decrescere – è la tesi del presidente Mario Francese – è un autogol clamoroso». Naturalmente a condizione che la politica protegga il riso italiano sul fronte comunitario, essendo questo «l’unico prodotto in cui l’Italia è leader a livelo europeo», ammette. Questa è la posizione illustrata dal leader degli industriali, con dati e schemi che hanno tracciato un quadro molto preciso, al convegno su “La risicoltura di fronte alla sfida del mercato globale”, organizzato dalla Cia di Pavia presieduta da Davide Calvi, che si è tenuto venerdì al Centro ricerche sul riso di Castello d’Agogna (Pavia).

Il quadro generale della situazione italiana ed europea è stato tracciato dal presidente lombardo di Cia,  Giovanni Daghetta (nella foto grande, mentre tiene la sua relazione) secondo il quale bisogna aggregare l’offerta dei produttori risicoli, soprattutto in questa fase difficile. Programmando le semine, ha ricordato, e facendolo con una visione ampia del mercato, si possono evitare eccessi di offerta e crollo dei prezzi. Quindi è arrivato l’affondo di Francese (foto piccola): «In pochi anni il mercato è cresciuto da 2 milioni e mezzo a 2 milione e 800 mila tonnellate – ha spiegato il presidente dell’Airi – le cause sono differenziate». A questo proposito ha elencato l’aumento del flusso migratorio, composto da persone che consumano sempre più riso, specialmente Indica; a questo si aggiunge l’incremento degli impieghi di Japonica destinati sia alla cucina tradizionale italiana del risotto, in particolare per quanto riguarda le denominazioni tipiche, sia a piatti etnici (come il tondo per il sushi), sia come ingredienti per le trasformazioni industriali, come i cereali per la prima colazione o altre preparazioni. Il mercato è composto attualmente al 60% da Indica e dal 40% da Japonica: solo un terzo della produzione nazionale viene comunque consumata in Italia, e in conseguenza della riduzione delle aree destinate ai lunghi B, le eccedenze sono composte da Japonica che vengono destinate alle aree extra UE. «I consigli logici che come industria mi sento di dare – ha proseguito Francese – sono legati alle opportunità che ha il mercato di crescere, in un contesto in cui le minacce faranno di tutto per ridurle. Io vedo una risicoltura di grande prospettiva: l’Italia puà crescere fino a 250 mila ettari». Ha poi aggiunto le sue considerazioni fatte «a tavolino»: «Possiamo pensare a 75-80 mila ettari di denominazioni tipiche, a 45-50 mila ettari di tipo Ribe, altri 60-70 mila ettari di tondo, e a 60-65 mila ettari di Indica». Il confronto con i dati attuali mostra un equilibrio quasi raggiunto su denominazioni tipiche e tondo, ma con un’eccedenza delle varietà di tipo Ribe (ora a 65 mila ettari) e soprattutto un deficit di lunghi B, ora fermi a 35 mila ettari. I primi sondaggi delle semine, rivelati dal direttore dell’Ente Nazionale risi Roberto Magnaghi, inoltre mostrano un’ulteriore tendenza alla riduzione dell’area, a tutto vantaggio dei risi da interno. Uno dei segnali inequivocabili di questa tendenza viene dalla produzione di seme certificato, resa nota una settimana fa (http://www.risoitaliano.eu/rapporto-sul-seme-certificato-2016/)

Di fronte alle minacce al settore risicolo italiano, Francese ha lanciato alcune proposte: «Questa strategia, per ottenere la massima efficacia, va condivisa  con i sindacati agricoli: occorre infatti riequilibrare la struttura istituzionale che regola le importazioni da Pma; è necessario gestire per tempo le nuove concessioni, e promuovere il consumo di riso italiano tipico. Infine bisogna migliorare la qualità del nostro prodotto». per quanto riguarda l’Indica, ha aggiunto: «E’ necessaria un’azione politica per contrastare l’import dai Pma, che sia forte. Altrimenti l’aumento delle importazioni rischia di mandare KO il settore. Inoltre bisogna che ci sia una presenza costante e comune alle direzioni Agricoltura e Commercio della Commissione europea, mentre il Ministero delle risorse agricole deve mantenere alta l’attenzione al nostro comparto, tenendo conto che si tratta dell’unico settore in cui siamo leader a livello europeo». Il presidente Airi ha ribadito che «la Direzione generale agricoltura della Commissione è sempre più Germania-dipendente». Se nessuno si muove il rischio è di ritrovarsi con una risicoltura italiana che scende sotto la soglia dei 200 mila ettari. Rivolgendosi al presidente di Cia nazionale, Dino Scanavino, ha ribadito la necessità assoluta di una coesione, anche con gli altri sindacati agricoli: «Airi, con Cia, ma anche con i presidenti di Confagricoltura Guidi e di Coldiretti Moncalvo, deve avere come unici interlocutori i commissari all’agricoltura Phil Hogan e al commercio Cecilia Malmstrom: le nostre istanze devono arrivare a quel livello. Dobbiamo mostrare coesione, e agire in modo rapido e determinante, lavorando tutti insieme». Altrimenti l’obiettivo sembra essere quello di giungere a una liberalizzazione totale che avrebbe come conseguenza un aumento dell’import fino all’80%, e l’addio all’autosufficienza nel settore risicolo continentale. «I nostri interlocutori devono essere sempre più i parlamentari europei e il parlamento italiano». Si è parlato anche di promozione, specie delle varietà da interno: «C’è uno strumento giuridico, la direttiva 1144/2014, che consente di ottenere fondi per il marketing fino al 70%. Il problema è capire chi mette il restante 30%: potrebbe essere l’Ente Risi, ma per fare questo deve essere riformato, sganciandosi dai vincoli della “spending review”, evitando anche i trasferimenti dei fondi al Tesoro. Deve tornare ad avere una propria disponibilità. E per tornare a rappresentare un elemento forte per il settore va anche riportata la direzione sul territorio. Non ha senso che sia a Milano». Scanavino ha parlato anche del TTIP (favorirà le importazioni selvagge di indica vietnamita attraverso gli Usa, ha previsto) e della proposta Airi di abbinare gli aiuti accoppiati pac alle sole varietà indica, per calmierare i prezzi delle varietà  da interno e contrastare la concorrenza dei PMA. La Cia è favorevole, ha detto, a patto che il beneficio rimanga nelle tasche dei produttori e non sia inglobato nel prezzo dall industria.

Il direttore di Ente Risi Roberto Magnaghi, in tema di rapporti con l’Europa, dopo aver delineato il quadro allarmante del continuo aumento delle importazioni dai Pma  ha sottolineato invece che «dalle ultime dichiarazioni del commissario Hogan, in risposta a un’interpellanza di un parlamentare italiano, finalmente possiamo dire che si sono resi conto che l’incremento c’è stato, anche se qualche mese fa sembrava essersi verificato un rallentamento. In realtè non erano stati aggiornati i dati». E ancora: «L’andamento della campagna 2015 su quella 2014 mostra un incremento del 42% delle importazioni: anche la Commissione se ne è accorta, ma resta alla finestra. Se si considera che le previsioni per l’annata attuale indicavano una crescita di 96 mila tonnellate di import, non si può stare tranquilli perché siamo a febbraio e ne sono state già acquistate 85 mila in più dell’anno precedente. Il record dell’anno scorso sarà quindi ampiamente superato». Se l’import aumenta, l’export diminuisce del 19% verso Paesi terzi: «La Turchia è uno dei principali acquirenti di riso italiano che quest’anno è venuto meno, ma la campagna potrebbe ancora cambiare». In calo anche le consegne verso l’UE, che da settembre hanno segnato -8%, contro l’aumento dell’1,2% dell’anno precedente. «In totale sono da collocare 918 mila tonnellate: attualmente sono state vendute 63 mila tonnellate in meno di risone rispetto all’anno scorso». Sul fronte del panorama varietale, ha ribadito la necessità di un riequilibrio, necessario per rispondere meglio alle esigenze dei mercati. ma ha attaccato duramente l’atteggiamento attendista della Commissione europea: «Quando si va alle trattative, ci viene sempre detto, allo scopo di tranquillizzarci, che il riso è un prodotto sensibile. In realtà poi la UE non considera il traffico negoziale degl anni precedenti, ma fa altre valutazioni che non dipendono dalla situazione in atto».

Negativo il giudizio di Magnaghi sull’esecutivo europeo: «La Commissione non è attenta a tutelare la produzione comunitaria, la loro risposta ad ogni nostro allarme è sempre la stessa: “monitoriamo”, con una logica attendista che non cerca di prevenire i fenomeni. E’ necessario agire mettendo in campo una coesione di tutti gli attori della filiera risicola, ed anche la Commissione deve sentirsene parte: ora si sente distante, non ha neanche utilizzato gli strumenti già a sua disposizione. Non ha fatto scattare la clausola di salvaguardia, per timore di non potersi difendere in caso di ricorso, ci ha fornito statistiche sbagliate, e nelle sue valutazioni non fa distinzione tra Indica e Japonica, ben sapendo che si tratta di ambiti varietali ben diversi. La commissione deve invece salvaguardare la risicoltura europea». (13.02.2016)

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Risicoltura
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