L’AGRICOLTORE NON PUO’ ANDARE IN PENSIONE

Quasi il 90% dei pensionati agricoli guadagna 600 euro al mese: la Cia lancia l'allarme

L’Anp, Associazione nazionale pensionati di Cia, Confederazione italiana agricoltori, lancia l’allarme sulle pensioni degli agricoltori: l’89,4% non arriva a 600 euro al mese. E così, anche dopo i 70 e gli 80 anni, molti continuano a lavorare, con buona pace del ricambio generazionale. Le pensioni vanno peggio di vent’anni fa. Oggi oltre 2,2 milioni di anziani vivono con meno di 500 euro e, di questi, circa 1,3 milioni sono ex agricoltori. Una situazione di vera emergenza sociale, che rischia di peggiorare nei prossimi anni. «Con la reintroduzione del sistema contributivo, i futuri pensionati dal primo gennaio 2016 non avranno nemmeno più l’integrazione al minimo, ritrovandosi con assegni “da fame” che toccheranno appena i 294 euro al mese» afferma la Confederazione italiana agricoltori che il 13 dicembre ha presentato a Roma il V Report Sociale del suo patronato. Una situazione da ‘bollino rosso’ quella degli ex lavoratori in agricoltura che in Italia sono circa 460000. Nonostante il nostro sia uno dei Paesi più agricoli d’Europa, le  pensioni dei coltivatori italiani sono le più basse rispetto a quelle dei colleghi d’oltralpe.

Il sistema previdenziale degli agricoltori funziona come quello dei dipendenti e dei lavoratori autonomi gestiti dall’Inps, seppure con qualche particolarità: Antonella Papavero, funzionaria dell’Inac-Cia della Provincia di Pavia che da 30 anni si occupa di pensioni agricole, ci spiega come «il metodo di calcolo applicato è il contributivo puro per chi ha iniziato a versare contributi dopo il 2012, misto (retributivo più contributivo) per chi ha contributi antecedenti il 1996. Il versamento é uguale in base al reddito (legge 2.33), la principale differenza riguarda il computo dei contributi giornalieri, specificità legata ad un lavoro che ha cadenze legate alle stagioni. Per tutte le pensioni, ad eccezione di quella anticipata e di anzianità, un anno di contributi corrisponde a 270 giornate annue di contribuzione effettiva, volontaria o figurativa. Non valgono le giornate di disoccupazione e malattia. Per la pensione di anzianità, la pensione anticipata o per la contribuzione dei lavoratori autonomi, servono 156 giornate. Se il lavoratore non  raggiunge almeno 270 contributi obbligatori giornalieri nell’anno, può integrarli con i contributi volontari; se possiede contributi figurativi espressi in settimane, devono essere contate 6 giornate per ciascuna settimana. Un sistema, dunque, piuttosto complesso, molto condizionato dall’andamento dell’attività, soprattutto per gli autonomi».

Oggi gli ex agricoltori, nel rebus manovra e pensioni, sono a dir poco disorientati. Si parla di “pensioni di cittadinanza” in realtà sarebbe giusto chiamarle pensioni di sopravvivenza”: «come può un agricoltore pensare di smettere di lavorare, se la prospettiva è di vivere con nemmeno 300 euro al mese?”, si chiede Raffaele Negri (70 anni), risicoltore di Bereguardo (Pv), «il problema delle cifre rimane e sono quelle che bloccano un’agricoltura italiana troppo anziana ( i titolari di azienda sopra i 65 anni sono il 43% del totale ) e incapace di rinnovarsi; per altro, gli agricoltori in pensione tendono a restare nelle zone rurali dove i servizi sono inferiori rispetto a quelli offerti da zone più urbanizzate. La pensione, quindi, può non bastare a coprire le esigenze». E’ così anche per Giovanni (92 anni), ex conduttore di un’azienda risicola nel vercellese che, pur appartenendo alla fascia contributiva più alta, riceve un trattamento pensionistico di circa 920€ al mese.

Cia-Agricoltori Italiani e Inac sono impegnati per garantire pensioni dignitose anche ai giovani coltivatori, con l’istituzione di una “pensione base”, di importo pari alla pensione minima prevista dalla Carta sociale europea ad almeno 650 euro, in aggiunta alla pensione liquidata interamente con il  sistema contributivo. Secondo l’Anp, è necessario, tra l’altro, che l’estensione della quattordicesima mensilità venga stabilizzata e diventi parte integrante della prestazione pensionistica in essere. Altre priorità riguardano la modifica del meccanismo d’indicizzazione delle pensioni con un paniere pensato sui reali consumi degli anziani, cioè beni alimentari, trasporti, spese sanitarie e servizi, nonché l’inserimento degli agricoltori tra le categorie di lavoratori impegnati in mansioni usuranti per usufruire dell’anticipo pensionistico senza penalizzazioni. Ad oggi l’unica certezza, come ben sanno i pensionati dell’agricoltura, è che il trattamento pensionistico minimo per ora resta stabilito nella misura di 507 euro in un contesto nel quale la crisi economica ha prodotto disagi enormi, aumentando le diseguaglianze sociali e la povertà. È urgente, conclude l’Anp-Cia, che i provvedimenti attuativi delle misure contenute nella manovra di bilancio siano definiti con chiarezza, per ridare certezze ai tanti anziani, valorizzandone il ruolo che, nel corso degli anni, hanno ricoperto in termini di crescita e tenuta sociale del Paese. Autore: Martina Fasani

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Risicoltura
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