LA FIERA IN CAMPO E IL NOSTRO FUTURO

In questi giorni, ascoltando i discorsi di apertura e camminando tra gli argini delle prove di Fiera in Campo, il fragore dei trattori sostituito dal ronzio dei droni e l’odore della terra bagnata (condizione meteo che non é mai cambiata in questi 47 anni) hanno un sapore diverso. Questa edizione è dedicata a mio fratello Giovanni, che già nel 1991, da un microfono tra i dormitori della Cascina Veneria, inaugurava la fiera insieme a Riccardo Ricci Curbastro (allora presidente nazionale ANGA), come vedete nella foto.
Riguardando in famiglia i filmati di quel giorno, per alleviare in questi giorni il grande dolore con il ricordo della vivacità che mio fratello ha portato nella sua intensa (seppur troppo breve) vita, non ho potuto che scontrarmi con un paradosso: Giovanni parlava dei problemi della risicoltura italiana, indicando nella massiccia importazione dall’Est asiatico la causa principale della crisi dei prezzi. La sua soluzione? Puntare tutto sulla qualità. Oggi, a trentacinque anni di distanza, vedo suo figlio Luigi – oggi presidente ANGA – insieme ai vertici di Confagricoltura e alle istituzioni, denunciare le medesime criticità. Trentacinque anni di moniti inascoltati, mentre il mercato globale è diventato un mare in tempesta dove i piccoli produttori rischiano di affogare.
Dall’osservatorio della mia azienda, che porta il riso gli Aironi in 35 paesi, vedo una realtà schizofrenica. Negli ultimi cinque anni il prezzo del Carnaroli è passato da 45€ a 110€ al quintale, per poi crollare di nuovo a 60€. Un’oscillazione folle che rende impossibile qualsiasi programmazione. Ci dicono di fare “filiera”, ma la filiera ha senso solo se c’è un mercato che riconosce il valore. Invece, ci scontriamo con un mercato che segue le logiche dettate da navi cariche di riso Lungo B e tondi generici che arrivano da Myanmar, Laos o Cambogia. Risi coltivati senza le tutele etiche che noi garantiamo ai nostri lavoratori e senza i rigorosi controlli sanitari europei.

PRODUTTIVITA’ IMBATTIBILE

Dobbiamo essere onesti: non possiamo battere l’Asia sul prezzo del Basmati o del riso da contorno. La loro produttività è imbattibile. Ma abbiamo dimostrato di saper vincere altrove. Sul riso da Sushi, l’Italia ha fatto miracoli qualitativi, tanto che i maestri giapponesi indicano il nostro tondo japonica come ideale. Finché i costi della logistica (esplosi durante il Covid) hanno protetto il mercato europeo, i nostri agricoltori hanno intravisto un futuro. Oggi, con il calo dei noli marittimi, quel vantaggio rischia di svanire se non blindiamo la nostra superiorità. La nostra arma non è il dazio – che genera solo ritorsioni – ma la reciprocità delle regole e se barriere devono esserci che siano in ordine di quantitativi non destabilizzanti la produzione europea. Se un riso entra in Europa, deve rispettare gli stessi standard etici e sanitari che noi imponiamo ai nostri agricoltori. È una questione di civiltà, prima ancora che di economia.

RISOTTO RICE

Il “Risotto Rice” sta diventando un’icona globale come la pasta e la pizza. Ma stiamo commettendo l’errore di lasciarci scippare il nome. Come l’India e il Pakistan hanno tutelato il Basmati come popolazione varietale, noi dobbiamo fare lo stesso per le varietà da risotto. Non possiamo permettere che Arborio o Carnaroli diventino nomi generici svuotati della nostra storia e coltivati a migliaia di chilometri di distanza con standard minimi.
Vedere mio nipote Luigi riprendere il testimone di Giovanni mi emoziona, ma mi interroga. Non possiamo permetterci di trovarci qui tra altri 35 anni a ripetere le stesse parole. Dobbiamo pretendere una politica agricola che non si limiti ai sussidi, ma che imponga quote di importazione intelligenti (basate sul reale fabbisogno eccedente la produzione interna) e una tutela ferrea del marchio “Riso Italiano”. Giovanni credeva nella qualità come unica via di salvezza. Oggi, quella visione non è più solo una scelta imprenditoriale, ma l’unico modo che abbiamo per onorare la nostra terra e chi l’ha difesa prima di noi. Autore: Michele (Jake) Perinotti
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