I RISICOLTORI SOVESCIANO COSI’

Inchiesta sulle scelte colturali degli agricoltori in materia di sovescio (prima parte)

Il sovescio è sempre più diffuso in risaia, sia grazie agli incentivi che all’effettiva utilità agronomica di questa tecnica, capace di incrementare la produttività, ridurre il fabbisogno di fertilizzanti azotati di sintesi, controllare alcuni tipi di patogeni e migliorare il paesaggio grazie alla copertura del suolo ed all’incremento della biodiversità. La cultura intercalare può avere anche una diversa terminazione rispetto all’interramento: trinciata e fatta fermentare, viene utilizzata in agricoltura biologica per il controllo delle infestanti (tecnica della pacciamatura verde). Le sue declinazioni pratiche sono molteplici, la scelta dell’essenza da utilizzare è fondamentale e sancisce l’effettiva bontà della pratica, unita ad una buona predisposizione del suolo, che deve essere privo di ristagni idrici per permettere la crescita  della cultura, ed a molto tempismo.

Tanti sovesci

Abbiamo voluto analizzare le scelte dei risicoltori in ordine al sovescio e confrontandoci con loro abbiamo scoperto diversi approcci, sistematici o fatti di continui cambiamenti, più votati al lato agronomico o al lato economico, fondati su diverse principi chimico-biologici e legati alle condizioni climatiche e territoriali in cui venivano effettuati. Per prima cosa abbiamo chiesto agli agricoltori quali fossero state le scelte di semina nell’anno corrente, nonché in quelli precedenti dal momento dell’adozione della tecnica e quali fossero i motivi di tali decisioni. In altre parole, non esiste UN sovescio per il riso ma tante scelte differenti. Per questo analizzeremo il tema in tre puntate.

Bisagno: veccia e pisello

Il sovescio è molto diffuso in Lombardia e in particolare in Lomellina, area risicola da cui partiamo sentendo Carlo Bisagno, risicoltore di Mortara (PV), il quale ci risponde: «Ho seminato della veccia e del pisello perché ritengo che sia la strategia migliore, capace di conferire dei vantaggi tangibili nell’apporto nutritivo al riso». Non è l’unico approccio in Lombardia, ma è sicuramente uno dei più diffuso, limitatamente alle risaie.

Cerutti: loietto

Spostandoci in Piemonte, incontriamo Alice Cerutti, risicoltrice di Crova (VC),  la quale spiega invece: «Ho scelto il loietto quest’anno, nei tre anni in cui ho adottato la pratica ho usato un miscuglio di veccia e loietto e la veccia in purezza l’anno scorso. Ho abbandonato la scelta del miscuglio per difficoltà di semina a causa della diversità di peso specifico tra le due sementi che conferiva irregolarità all’apporto di azoto nel campo difficile da correggere successivamente».

Bobba: approccio utile ma complesso

Natalia Bobba, risicoltrice del Comune di Vinzaglio (NO), ci racconta: «Per motivi organizzativi non sono riuscita a seminare il sovescio quest’anno, tuttavia la ritengo una pratica molto utile. Due anni fa utilizzai un miscuglio di veccia e trifoglio, riscontrando delle problematiche a causa dei ristagni idrici; l’anno scorso optai per il pisello ottenendo ottimi risultati, fino al periodo di ingenti piogge che danneggiò un po’ la cultura. Ho riscontrato numerosi benefici nell’apporto di azoto fornito al riso seminato dopo l’interramento della cultura intercalare ma ho scelto di non effettuare questa tecnica  di nuovo perché richiedeva uno sforzo organizzativo che non mi sentivo di sostenere, che si è reso maggiore a causa delle numerose piogge che abbiamo vissuto. Ritengo, infatti, che per ottenere un buon apporto di nutrienti si debba interrare la leguminosa dopo la fioritura e attenderla avrebbe danneggiato anche la semina del riso, a causa del ritardo iniziale».

Depaoli: triticale

Infine Alessandro Depaoli, risicoltore di Cameri (NO) dichiara: «Ho seminato del triticale come di consueto. Nonostante  sia a livello agronomico poco efficace nell’apporto di nutrienti al terreno, a livello economico mi conferisce un guadagno. La spesa per la semente non la affronto seminando seme raccolto l’anno prima e, interrandolo alla maturazione lattea della granella, riesco ad ottenere un buon apporto di sostanza organica, inoltre la macerazione sotterranea a mio parere conferisce parti delle allelopatie che si riscontrano in risaia biologica con la tecnica della pacciamatura verde. Ho deciso inoltre di effettuare aratura e semina molto ravvicinate riuscendo ad ottimizzare i costi di gestione e ottenendo, probabilmente, anche vantaggi nel controllo delle infestanti. Esse riescono a germinare quando il riso ha già occupato lo spazio (dopo circa 2 o 3 giorni), grazie alle lavorazioni profonde simultanee, che pone i semi germinabili molto in profondità. Anche i trattamenti fitosanitari successivi risultano più efficaci poiché incontrano erbe appena sviluppate che i prodotti riescono facilmente a debellare. L’unico limite è organizzativo, dovendo effettuare le tecniche in modo ravvicinato consiglio di dividere l’azienda in piccoli lotti di facile gestione dove si ara, prepara  e semina in 3 giorni, inoltre successivamente si deve essere tempestivi nel controllo fitosanitario, da effettuare 15 giorni successivamente alla semina per risultare efficace». Autore: Ezio Bosso 

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