NON TUTTI I SOVESCI SONO UGUALI

Inchiesta sulle tecniche di sovescio dei risicoltori italiani (seconda parte)

Continuiamo il nostro viaggio nel sovescio dei risicoltori con Elisabetta Falchi, risicoltrice sarda della provincia di Oristano, la quale ci spiega come le scelte siano condizionate anche dal meteo: «Quest’anno abbiamo avuto delle difficoltà di semina a causa delle continue piogge che hanno allagato i campi e dobbiamo ancora effettuare le semine. In generale effettuo la tecnica dal 2015 io scelgo il Trifoglio Alessandrino come essenza da seminare, riuscendo ad ottenere una buon apporto nutritivo e di sostanza organica. Noi sovesciamo la cultura sempre durante il mese di marzo, riuscendo ad attendere la fioritura nella maggior parte dei casi. Può essere problematico poiché diventa molto vigoroso nel nostro areale, non dovendo fronteggiare nessuna gelata invernale, cedendo successivamente troppo azoto e andando a destabilizzare il bilancio delle concimazioni, ma con un po’ di attenzione e precisione si ottengono ottimi risultati. Nei casi in cui non si riesca a seminare in tempo la leguminosa ripiego su un miscuglio di loietti. È giusto ricordare che il Trifoglio Alessandrino non tollera temperature inferiori ai 0° C , per cui diventa impossibile sceglierlo nei nostri areali».

Favorevole al sovescio è anche Nino Chiò, che opera a San Pietro Mosezzo (NO) e racconta: «la semina della cultura intercalare io la effettuo con due obbiettivi: in risicoltura tradizionale per apportare sostanza organica e correggere le carenze dei terreni (sotto più punti di vista) interrando il prodotto, nel biologico praticando la tecnica della pacciamatura verde per il controllo delle infestanti. Riguardo al primo, quello più legato alla definizione di sovescio, scelgo l’essenza da seminare in relazione al momento di semina: per le più precoci (prima metà di settembre) scelgo la colza, brassicacea con bassi costi di semente, da metà settembre ad inizio ottobre mi affido alla veccia, che riesco così a portare a fioritura prima delle terminazione, ed infine nella prima metà di ottobre scelgo le graminacee (orzo, loietto e segale) capaci di compiere un buon lavoro con minor tempo a disposizione e clima più rigido. La colza deve essere seminata così presto poiché deve arrivare nei periodi freddi con la rosetta completamente conformata per superare l’inverno; si tratta di una pianta molto utile grazie agli isotiocianati, prodotti che le conferiscono un effetto “fumigante” e nematocida permettendo dunque il controllo biologico delle infestazioni di questi parassiti vermiformi. La radice a fittone inoltre permette un arieggiamento verticale del terreno, non paragonabile però a quello fornito dalle radice della veccia, più orizzontale ma molto più marcato (quasi una lavorazione del terreno), cosa che aggiunge un ulteriore vantaggio alla fissazione dell’azoto tipica delle leguminose. È fondamentale che la fabacea arrivi però a fioritura completa perché il lavoro sia ben eseguito e redditizio, mettendo da parte la redditività del PSR e valutando il solo guadagno economico scaturito dal miglioramento nell’apporto nutritivo. Le graminacee invece, per la loro natura microterma (molto resistente alle  basse temperature), sono successivamente eleggibili e rappresentano una certezza di risultato. Esse immobilizzano parte dell’azoto che andrebbe lisciviato nel terreno nudo, conferendo comunque miglioramenti nell’apporto nutritivo in seguito all’interramento, non troppo lontano da quello fornito della veccia che avrebbe uno scarto più lampante se si portasse la coltura a conclusione, cosa impossibile chiaramente in risaia. Importante ricordare come le semine migliori siano state ottenute direttamente sulle stoppie del riso, anche una minima lavorazione si è dimostrata inutile se non addirittura dannosa per il risultato». Autore: Ezio Bosso

 

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