FRANCESE: UNITI CONTRO LE IMPORTAZIONI

Intervista esclusiva del presidente Airi: «I risicoltori non svendano la produzione 2016». La priorità resta la clausola
Non è necessario vendere subito tutto il risone 2016 per paura dei limiti sul triciclazolo, la priorità del settore è la clausola di salvaguardia, non l’etichettatura d’origine, che comunque l’industria risiera proverà ad applicare. Queste, insieme a un forte richiamo all’unità della filiera, sono le risposte di Mario Francese, presidente dell’Airi, in questa intervista esclusiva.
Perché i consumi di riso aumentano e il prezzo del risone crolla?
Per fermare la crisi del riso bisogna capire cosa è successo in questi anni. I consumi, effettivamente, sono in forte aumento: in 5 anni i consumi di riso lavorato sono aumentati del 25%, passando da 320 a 400mila tonnellate in Italia. Questo è avvenuto per un incremento dei consumi di sushi, un aumento nel food service (pasti fuori casa) e nell’uso del riso per i derivati (dolciumi e non solo) che stanno prendendo sempre più piede, così come l’utilizzo di questo cereale come ingrediente nei processi industriali (cosmesi). Non dimentichiamo anche il peso dei migranti, che però è più rilevante sul mercato europeo, dove l’aumento è stato del 12 %. In quest’aumento l’industria italiana è stata protagonista grazie all’alta qualità della offerta commerciale, e lo sottolineo. Siamo riusciti cioè a ben posizionarci e a sfruttare quest’aumento di consumo – supportandolo – anche in presenza a volte di mercati della materia prima che evidenziavano dei picchi al rialzo quasi intollerabili. Oggi si lamenta il crollo dei prezzi ma non si ricorda che la mancanza di pianificazione ha due facce e che un paio di anni fa eravamo noi industriali a soffrire: ebbene, anche allora abbiamo mantenuto gli share sia sul mercato nazionale che comunitario conquistati grazie a rilevanti investimenti industriali e all’alta qualità del prodotto. Dato oggettivo, quindi incontestabile.
Va bene, ma i tondi precipitano sotto i 23 euro: come la mettiamo?
Ora siamo in presenza di un mercato squilibrato, noi industriali non ne gioiamo e diciamo che bisogna individuare tutti insieme quale sia il target e agire di conseguenza. Ci sono cause strutturali di questa crisi e la più importante è l’importazione di riso asiatico senza dazio, seguita dall’assenza di pianificazione e da altre cause come il timore che il riso prodotto nel 2016 non possa essere più venduto per effetto delle nuove norme sul triciclazolo. Non è così e voglio lanciare un messaggio chiaro su questo punto.
Quale?
Questo è un problema contingente che sta influenzando l’offerta eccessiva di materia prima: i produttori temono di non riuscire a collocare tutto il raccolto 2016 ma non sanno che l’Europa ha messo nero su bianco che quel raccolto potrà essere collocato anche nei prossimi mesi e anche se ha, ovviamente, un limite minimo di residui più alto di quello che è stato fissato dal 2017. Quindi: calma! Ricordo ai produttori che la norma comunitaria tutela il raccolto 2016 e che non si deve vendere tutto necessariamente subito. Ma il problema vero è un altro.
Le importazioni?
Esatto. Sappiamo cos’è successo, sappiamo come sono cresciute, sappiamo anche che la Commissione europea deve presentare entro novembre una relazione sull’applicazione dei sistemi di preferenza generalizzata che può essere corredata da proposta legislativa. Rappresenta un target determinante e si raggiunge solo con una forte iniziativa del governo nazionale che conduca all’allargamento della clausola di salvaguardia anche ai paesi Eba: devono farsene carico Martina e Calenda per l’Italia. Vedo con piacere che il ministro dell’agricoltura presiederà il tavolo di filiera del 13 e se lo farà davvero significa che sta acquisendo la sensibilità necessaria.
Perché gli industriali sono contrari all’etichettatura del riso?
L’indicazione dell’origine in etichetta è sbandierata da Coldiretti e politici ma non è l’obiettivo primario in quanto nel 2014 la Commissione l’ha bocciata motivandola con fior di studi secondo cui i consumi non ne avrebbero tratto giovamento e i costi sarebbero cresciuti, riverberandosi sui prezzi. Non vedo cosa possa essere cambiato da allora.
Nel corso del consiglio di presidenza dell’Airi se ne è parlato?
Sì e siccome ci rendiamo conto che c’è forte emotività abbiamo invitato le industrie risiere italiane a promuovere l’indicazione dell’origine sulla confezione su base volontaria: chi vorrà potrà indicare l’origine della materia prima e apporre anche il marchio “riso italiano” rilasciato dall’Ente Risi. E’ un modo per dimostrare che vogliamo collaborare anche quando le proposte non ci convincono.
Come può passare questa proposta se la prima industria a non usare il marchio “riso italiano” è la Curti, di cui Lei è amministratore delegato?
Vede, l’Airi può proporre ma non imporre ai soci quello che la legge non impone. Nell’ambito della libertà descritta, anche il cda di Curti valuterà liberamente se quel marchio è un valore aggiunto. 
Non ritiene che l’italianità sia sinonimo di qualità?
Sovente lo è, ma talvolta no: tant’è vero che il riso nazionale sta presentando un rilevante decadimento qualitativo, dettato dal ricorso del riutilizzo della semente aziendale e anche quella è una questione da affrontare. Anzi, anticipo che ci faremo carico in sede Ente Risi e con i sindacati agricoli di valutare le cause di questo fenomeno ed eventuali azioni correttive, prendendo spunti dalle norme degli altri paesi europei.
Gli agricoltori sostengono che speculate sulla loro pelle. Cosa risponde?
Potrei replicare che un paio di anni fa le parti erano invertite e non si scendeva in piazza, ma la realtà è un’altra: i nostri soci lavorano prodotto nazionale e sono interessati allo sviluppo della risicoltura italiana. Per uscire dalla crisi occorre unità e target perseguibili: il primo è la clausola di salvaguardia, ma ci sono anche altri punti critici. Chiediamo ad esempio ai nostri compagni di viaggio, cioè sindacati agricoli e politica, di supportarci nella richiesta di accelerare le pratiche per firmare il protocollo con la Cina che sbloccherebbe le esportazioni in quel Paese e di fare chiarezza sulla Turchia: pare che non rispetti il contingente di importazione (in Turchia) a dazio zero per 28mila tonnellate. Da mesi chiediamo chiarezza a Bruxelles senza ottenere risposta! Infine, l’India applica un dazio del 70% del valore del riso lavorato: quindi invitiamo il governo – con i sindacati – a fare in modo che non si discutano ulteriori concessioni a quel Paese in assenza della rimozione di tale dazio. Anche sull’espansione dei mercati c’è da lavorare, ma uniti. 
Nei giorni scorsi Lei ha incontrato il movimento #ildazioètratto: cosa ne pensa?
E’ un movimento che ha preso piede perché buona parte dei produttori non si sentono adeguatamente rappresentati e sta assumendo iniziative che danno visibilità al malcontento del settore e aiutano a portare all’esterno il problema del riso venduto sottocosto, situazione che non può perdurare. Lo seguo con simpatia.
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Risicoltura
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