COSA ASPETTA A RISOLVERE IL PASTICCIO ANTIMAFIA?

Arriva un emendamento che esenta dal certificato antimafia le aziende che percepiscono fino a 5.000 euro ma serve una vera soluzione (in fretta)

E’ stato approvato un emendamento che esclude dall’obbligo di acquisire la documentazione antimafia solo le aziende che ricevono contributi comunitari per importi inferiori a 5mila euro. Questo significa che l’allarme lanciato dall’articolo “Bloccata la Pac ai piccoli agricoltori?” resta valido per le aziende che ricevano fondi europei superiori a quella cifra. Riepiloghiamo: il 19 novembre è formalmente entrata in vigore la nuova Legge n.161 del 17 ottobre 2017 che reca “Modifiche al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159″. Tale normativa, modificando quanto disposto dall’art.91 del precedente D.L.vo 159/2011, prevede (art. 28, comma 1) che «L’informazione antimafia è sempre richiesta nelle ipotesi di concessione di terreni agricoli demaniali che ricadono nell’ambito dei regimi di sostegno previsti dalla politica agricola comune, a prescindere dal loro valore complessivo, nonchè su tutti i terreni agricoli, a qualunque titolo acquisiti, che usufruiscono di fondi europei». In  sostanza impone a tutti i possessori di terreni agricoli che percepiscono fondi europei di dotarsi della cosiddetta certificazione antimafia, che nella precedente normativa era richiesta solo quando l’importo dei contributi europei superava i 150.000 euro. 

Abbiamo già evidenziato il potenziale impatto negativo della riforma, che è ben noto anche all’Agea. Infatti, la rappresentanza dell’Agenzia a Bruxelles ha informato il 15 novembre il direttore generale dell’Agenzia che «l’obbligo generalizzato di acquisire la documentazione antimafia, secondo le modalità operative ora vigenti, appare del tutto incompatibile con il rispetto dei termini inderogabili e perentori di pagamento stabiliti dalla normativa unionale per le erogazioni agricole». Quand’anche si riuscisse ad allineare la norma italiana a quella europea, persisterebbe secondo i funzionari di Agea «l’impossibilità materiale di poter richiedere e tantomeno acquisire la documentazione antimafia» e pertanto l’effetto delle nuove norme sarebbe quello di «impedite tutte le erogazioni da parte degli Organismi pagatori e, nell’immediato, l’erogazione degli acconti della Pac», come si legge nel carteggio, che evidenzia anche la possibilità di una «disparità di trattamento» tra i produttori che hanno già ricevuto l’acconto e chi lo aspetta ancora. 

Precisato che l’acquisizione dell’informativa antimafia risulta a carico dell’organismo pagatore, appare chiaro, come  abbiamo scritto, che se si non riuscirà ad evadere il numero impressionante di pratiche che si stimano in almeno 3 milioni), è  assai probabile che i fondi comunitari non possano essere assegnati in tempo utile e debbano essere restituiti all’Unione Europea, con il paradosso per cui le aziende agricole di grandi e grandissime dimensioni, che già ricevevano contributi di importo superiore a 150.000 euro ed erano quindi già in possesso della certificazione antimafia, potranno essere pagate, mentre quelle medie o medio-piccole, più bisognose di contributi ed incentivi, ma prive di certificazione, potrebbero restare a bocca asciutta. Perdendo fondi a cui hanno legittimamente diritto e per ottenere i quali hanno sostenuto costi burocratici, amministrativi ed organizzativi non indifferenti… Secondo l’Agea, il problema non dipenderebbe solo dalle Prefetture: «risulterebbe estremamente difficoltoso per gli organismi pagatori acquisire la documentazione necessaria per procedere alle erogazioni, interrogando puntualmente, per milioni di soggetti, secondo l’unica modalità che è ad oggi possibile in assenza di una procedura di interrogazione massiva, la Banca dati nazionale unica della documentazione antimafia». La lettera della rappresentanza reca le firme dei direttori delle agenzie e degli organismi pagatori regionali e testimonia la volontà di sbloccare questa situazione esplosiva, che l’emendamento dei 5.000 euro non risolve. La parola passa ora, e con urgenza, al governo e al Parlamento.

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