Quest’anno ricorrono gli 80 anni di un riso che è entrato a pieno titolo nel quotidiano delle nostre tavole: il riso Arborio. Ma non si può parlare di Arborio senza ripercorrere la sua storia iniziata tra le mani del suo fondatore e giunta fino a noi.
ARBORIO TRA PASSATO E PRESENTE
La varietà Arborio nata nel 1946 ha avuto un ruolo importante nella risicoltura italiana, è la prima varietà con un granello a profilo rotondeggiante di grande dimensione. Ha avuto un rapido successo ed è stata coltivata diffusamente fino agli anni ’90 quando è stata affiancata dalla varietà Volano di taglia più ridotta. Successivamente con il miglioramento genetico è stato introdotto il gene semi-dwarf a taglia bassa nelle nuove costituzioni associato anche ai geni di resistenza all’imazamox.
Nel 2025 il gruppo Arborio è presente ancora con 21 varietà attualmente registrate a catalogo. Oltre ad Arborio spiccano per diffusione le varietà denominate CL 388 (con una superficie dedicata di 14.161 ettari), Isabela (su 1.810 ettari), Volta (su 907 ettari) e Lasjkk20 (su 974 ettari). Proprio Volano prima e Isabela poi, riprendono alcuni tratti caratteristici dell’Arborio originale, quali il peso dei 1000 semi pari a 36/40gr, che si contrappongono ad una serie di altre varietà simili, ma con granello molto più piccoli, del peso di 30/32 gr (rif. Catalogo ditte sementiere).
GRUPPO ARBORIO ETEROGENEO
Il gruppo Arborio si presenta pertanto eterogeneo per caratteristiche importanti del granello: a fronte di un rapporto tra lunghezza e larghezza (L/W) tendenzialmente standardizzato, si registrano scostamenti relativi ai valori di consistenza (tra 0.65 a 0.80 kg/cm^2). Valori così diversi si ripercuotono sulla tenuta in cottura del riso confezionato e pertanto fanno comprendere la progressiva disaffezione del consumatore verso questa tipologia di riso tanto da ridurre la domanda e la relativa produzione di risone da 150.000 ton a 100.000 ton di questi ultimi anni proprio per l’incapacità nel saper individuare una tipologia di riso ben specifico.
FOCUS ISABELA
La varietà Isabela quest’anno ha avuto la conferma di essere IMI resistente e presenta dei caratteri innovativi che vanno incontro alle esigenze degli agricoltori, dell’industria e del consumatore. Queste caratteristiche che distinguono sono l’elevata produttività, la taglia bassa, i granelli glabri che riducono le polveri, l’alta resa alla lavorazione e il valore elevato della consistenza che migliora la tenuta alla cottura. Proseguiamo la nostra narrazione celebrando il costitutore Marchetti e analizzando l’evoluzione dell’agricoltura del ‘900 periodo intenso di iniziative e di costituzione di varietà migliorate.
DOMENICO MARCHETTI
Domenico Marchetti nasce nel 1903 ad Arborio, un paese in provincia di Vercelli da una famiglia di piccoli agricoltori e sin da giovane incominciò ad interessarsi del miglioramento del riso. Come conseguenza della scoperta delle leggi di Mendel sull’ereditabilità dei caratteri genetici, avvenuta tra la fine del ‘800 e inizio ‘900, in tutto il mondo si registrò un fermento nelle attività di costituzione di nuove varietà di diverse specie più rispondenti alle esigenze dell’agricoltura del tempo.
E anche il panorama italiano non fu da meno, registrando molte iniziative indipendenti. Già alla fine del XIX secolo nella penisola si stabiliscono le prime Stazioni Agrarie tra cui quelle di Torino, Modena, Roma e Forlì; poi, nel 1889, prede avvio il Regio Frantoio sperimentale di Palmi che, successivamente, fu trasferito prima a Cosenza nel 1903, e poi a Spoleto nel 1907. Stesso percorso per le Stazioni Sperimentali come quella di Enologia di Gattinara (VC), Cerealicoltura di Rieti, di Frutticoltura di Acireale (CT), i Laboratori chimici, le Cantine sperimentali di Barletta, Riposto (CT), Noto, Velletri, Arezzo e Palermo.
Nella terra di Domenico Marchetti, Vercelli, la Stazione di Risicoltura, fondata nel 1901, è stata per decenni un’istituzione fondamentale per la risicoltura italiana. Il primo direttore fu il prof. Novello Novelli, nato a Mantova nel 1877 da una famiglia di contadini. Laureatosi all’Università di Pisa nel 1901, iniziò con il recupero delle terre incolte e acquitrinose della pianura Padana, trasformandole in risaie.
DALLA SEMINA A SPAGLIO AL TRAPIANTO
A lui si deve l’introduzione della tecnica del trapianto in sostituzione del precedente sistema della “semina a spaglio” e riuscì a far diventare la coltivazione da povera, malarica e indesiderata, un’attività sana, moderna e redditizia. Parallelamente nasce nel giugno 1907, la Cattedra Ambulante di Agricoltura di Lonigo, guidata da Nazzareno Strampelli, poi ribattezzata nella Stazione Sperimentale di Granicoltura. Sempre nella pianura padana, a Rovigo nasce la stazione di Bieticoltura, i cui primi lavori risalgono al 1911 per volere di Ottavio Munerati mentre la stazione della Maiscoltura fu istituita a Curno (BG) nel 1920, per volontà del prof. Tito Vezio Zapparoli che ne fu primo Direttore, sotto la spinta del contenimento della pellagra.
L’IMPEGNO NEL CENTRO-SUD
La situazione non si discosta nel centro Italia quando nel 1907 nasce a Rieti la Stazione Sperimentale di Granicoltura come evoluzione della Cattedra Ambulante di Granicoltura, grazie all’impegno del già citato Nazareno Strampelli e di un nutrito gruppo di agronomi, aventi l’obiettivo di potenziare la produzione cerealicola italiana, tanto da diventare centro cruciale per la genetica agraria e la creazione di nuove varietà, e fungendo da ponte con l’Istituto Nazionale di Genetica per la Cerealicoltura di Roma, segnando la storia dell’agricoltura del Paese.
A Bologna invece si trovano le ricerche della stazione di Colture Industriali che raccolse l’eredità scientifica dell’Istituto di Allevamento Vegetale per la Cerealicoltura, istituito nel 1921 da Francesco Todaro – direttore fino al 1936 – che, a differenza di Strampelli, suo quasi coetaneo, si occupa non solo di frumenti, ma anche di riso, avena, mais ed erba medica.
Nel 1919 apre infine La Stazione Fitotecnica per le Puglie, con il compito di conservare in purezza le varietà di frumento rilasciate dal Prof. Nazareno Strampelli e che hanno preso piede nel sud della Penisola. Ne emerge un contesto frammentato e frutto delle libere iniziative di agronomi lungimiranti, i quali si pongono come obiettivo primario quello di fare divulgazione tecnico scientifica, raccogliendo l’eredità delle precedenti Cattedre Ambulanti.
UNIFORMITA’ DELLE STAZIONI SPERIMENTALI
Il cambiamento in atto e anche il tentativo di dare una maggiore coerenza ai lavori e studi condotti portano alla creazione degli Osservatori Agrari, la cui collaborazione con le Scuole Agrarie è davvero intensa e proficua, al punto che alcuni Direttori di tali osservatori in quel periodo dirigono contestualmente anche le scuole.
Nasce dunque l’esigenza di normare il florido panorama italiano degli anni ’30 e con la legge nr. 1220 e poi la nr. 824 del giugno 1930 insieme a L.7555 del 2 giugno si istituisce un sistema che colloca le stazioni sperimentali in un contesto unico, dotandole di autonomia tecnico-amministrativa e finanziaria. Nascono quindi altre Stazioni come quella di Conegliano per la viticoltura e l’enologia (1923), quella sperimentale zootecnica di Roma (1923), quella di floricoltura di Sanremo (1925), ecc. fino ad arrivare nel 1967 alla nascita, sotto l’egida del Ministero dell’Agricoltura, degli IRSA – Istituti di ricerca e sperimentazione agraria, comprendente 28 Istituti indipendenti e 54 Sezioni periferiche (Dpr 138 del 23/11/1967).
Nel 1968 a Mortara prende avvio il Centro Ricerche sul Riso dell’Ente Nazionale Risi con il coordinamento del direttore G. Baldi, in seguito trasferito a Castello d’Agogna. Il percorso di ricerca e monitoraggio giunge dunque ai giorni nostri, quando nel 2005, al fine di mettere a sistema le tante competenze delocalizzate sul territorio, nasce il CRA – Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura, costituito da 15 Centri di ricerca e 32 Unità di ricerca, coordinate da una sola cabina di regia nazionale, diventando il più grande ente di ricerca dedicato all’agricoltura.
MARCHETTI PRESSO LA STAZIONE DI RISICOLTURA DI VERCELLI
Domenico Marchetti inizia la propria attività presso la stazione di Risicoltura di Vercelli e qui apprende i rudimenti delle attività di miglioramento genetico. Le tecniche apprese insieme ad un innato spirito scientifico che lo rende un agricoltore curioso e un attento conoscitore delle problematiche del riso, inizia la sua attività indipendente di selezionatore di riso attraverso la sperimentazione. Dopo lunghi anni di attività rilascia nel 1946 una nuova varietà incrociando il Vialone con Lady Wright, che verrà denominata Arborio, prendendo il nome dal suo piccolo comune del comprensorio della Baraggia Vercellese. Questo territorio è posto al limite nord della coltivazione del riso, in cui le condizioni climatiche sono più severe in termini di temperatura e presenza di brusone, rappresentando una sfida allo sviluppo di varietà più resistenti.
ALTRE VARIETA’ DERIVATE
Faranno seguito altre varietà quali S. Domenico, Giovanni Marchetti, Arborio Precoce, Arborio Gigante, Pierina Marchetti per finire Rosa Marchetti dal nome della moglie. Questa derivata probabilmente da incroci spontanei, fu rilasciata nel 1972 ed è ancora oggi resistente al freddo e totalmente resistente al brusone con qualità organolettiche interessanti. L’attività continua con il figlio, che grazie agli insegnamenti del padre, rilascia negli anni ’80 la varietà Ariete: un grandissimo successo. Agli inizi degli anni ’50 la varietà Arborio verrà ceduta dal costitutore all’Ente Nazionale Risi che la sviluppa in Italia; in seguito viene promossa e resa famosa nelle diverse aree risicole del mondo come riso per risotti.
I PUNTI DI FORZA ANCORA OGGI
Questa distribuzione nel mondo e le sue caratteristiche specifiche fanno dell’Arborio il riso italiano conosciuto nel Mondo rendendolo il nostro biglietto da visita: ha un granello grande, perlato con profilo rotondeggiante, con perlatura estesa, striscia assente, amilosio basso, rapporto tra L/W (lunghezza e larghezza) uguale a 2,0, ideale per risotti, buona tenuta alla cottura e rilascio graduale di amido.
Tuttavia la lunga storia di Arborio, nato dall’intuizione di un uomo che guardava lontano, Domenico Marchetti, ha ancora tanto da scrivere e segnare le nostre terre e tavole. Nonostante l’orientamento del consumatore nel corso degli anni si sia rivolto più verso risi facenti parte del gruppo del Carnaroli, le varietà del gruppo Arborio restano ancora importanti e diffuse, in Italia e all’estero.
L’ingegno di uomini come Domenico Marchetti è raccolto da altri agronomi che stanno lavorando al fine di conservare e migliorare la varietà Arborio affinché resti un riso che sappia far parlare italiano nel mondo. Buon compleanno Arborio! Autore: Eugenio Gentinetta con il contributo di Domenico Marchetti.
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