BIOVERI CONTRO BIOFURBI

Al convegno di Rovasenda emergono dubbi e voglia di chiarezza dei risicoltori onesti

Produrre riso biologico, quello vero intendiamo, si può? Mettendo da parte invidie e ingordigie, si può: è la conclusione del convegno tenutosi a Rovasenda (Vercelli) lo scorso 14 dicembre, nella sontuosa location del Castello, con il patrocinio dell’Università di Milano, che da anni lavora per seguire le “acrobazie” del riso bio e ha creato un gruppo di lavoro con agricoltori e studiosi nell’ambito del progetto “Risobiosystems”, finanziato dal Mipaaf a sostegno della risicoltura biologica.

Molti gli oratori al microfono, ma soprattutto molti agricoltori, una volta tanto protagonisti. Quel che maggiormente sorprende chi è avvezzo a frequentare queste riunioni, però, è il tono franco dei “veri bio”, alcuni dei quali legati a un contratto di coltivazione più restrittivo dei normali percorsi di certificazione. Gente che produce riso con il metodo biologico rispettando le regole e se ne vanta. Non perché – sottolineano loro – siano degli illusi: i dubbi sul riso biologico restano e l’onda lunga delle varie trasmissioni televisive e degli scandali sul finto bio non si sono certo placate, risuonando anche in questa riunione. A Rovasenda si è parlato molto dei “biofurbi”, truffatori che rovinano il mercato del vero bio – in forte espansione – così come quello del convenzionale. Non sono mancate voci di dissenso e la risposta degli agricoltori “bioveri”, come li chiameremo, è stata disarmante per semplicità, ma da verificare nei numeri e nel concetto: «dobbiamo puntare sulla salute del consumatore e dell’ambiente, non sul fatto di avvelenare la popolazione inquinando ancora e ancora la terra e le acque. Le aziende bio hanno una sostenibilità economica, visto il prezzo del mercato bio attuale e alcuni contributi delle Regioni e della Ue». (Di seguito un video proiettato durante l’incontro)

Il punto che ha messo in difficoltà questo “paese delle meraviglie” è stata una domanda, sempre dal pubblico:  va bene, dite che coi controlli serrati e ripetuti (si è  parlato di due prelievi/analisi per stagione da tutti i campi e di diverse visite ispettive) assicurate la salubrità dei vostri prodotti e il rispetto dei protocolli bio, ma il consumatore medio, ignaro di tutte queste dinamiche, come fa a fidarsi? Qualche imbarazzo si è notato ed è stato risposto che senza l’intervento serio della politica, di controlli veri, seri, di una revisione del sistema di controllo, degli enti certificatori, e senza un profondo esame di coscienza da parte di tutti i biofurbi, la strada potrebbe chiudersi, o rimanere molto stretta e tortuosa. (Di seguito, il pubblico in sala)

Non è mancata la voce dell’università: durante l’incontro, il Prof. Stefano Bocchi dell’Università di Milano ha sottolineato che «si deve invertire lo schema con cui fino ad oggi l’innovazione nel settore risicolo è stata affrontata e sviluppata. L’azienda agricola è stata interpretata al pari di una piccola industria trasformatrice. Ci si è concentrati nell’innovare i prodotti offerti all’azienda, non è quasi mai stata innovazione del sistema aziendale. I prodotti dell’innovazione, prevalentemente sviluppati nei laboratori o nei centri di ricerca, hanno raggiunto gli agricoltori, visti come utenti finali e poco coinvolti nelle decisioni. Questo tipo di schema di innovazione, caratteristico della cosiddetta agricoltura industriale, ha portato da un lato a considerare il cibo una qualsiasi merce (il riso alla pari di una commodity), dall’altro a non tener conto del ruolo che i sistemi agroalimentari svolgono nei confronti delle risorse ambientali. In biologico la piramide va capovolta, l’innovazione deve nascere all’interno delle aziende con l’aiuto degli enti di ricerca ed il supporto delle istituzioni e degli attori di filiera. Nell’ambito del progetto Risobiosystems, promosso dal Ministero (Mipaaf), puntiamo a realizzare un network entro cui la programmazione delle sperimentazioni è condivisa per permettere un reale ed efficace scambio di competenze alla pari fra agricoltori e ricercatori. La gestione della risaia all’interno dell’azienda bio si basa su tecniche “giovani” e a tutt’oggi oggetto di sperimentazione. Le produzioni sono molto sensibili all’andamento climatico, al governo delle acque e alla tempestività e puntualità delle operazioni. Così come sono varie le rese produttive, altrettanto vario è il panorama di tecniche per il controllo delle erbe spontanee che si avvale di macchinari e soluzioni innovative da adattate caso per caso. Come sottolineato da alcuni agricoltori “trovare la combinazione ottimale di tecniche è una sfida ed un rischio d’impresa, che però fa diventare il nostro mestiere un lavoro creativo e appassionante e che nel lungo periodo porta i sui frutti, con un miglioramento continuo delle produzioni. È un percorso alla riscoperta di valori e antichi saperi perduti, di principi di conduzione della risaia che facevano parte del bagaglio di conoscenze degli agricoltori di un tempo e che con fatica stiamo ricostruendo per innovare». (Di seguito un altro video proiettato durante l’incontro)

I ricercatori presenti in sala hanno citato anche il rapporto nazionale sui pesticidi nelle acque (Edizione 2016, ISPRA), parlando di «quadro preoccupante», in quanto «il monitoraggio delle acque sotterranee, la più grande riserva di acqua potabile, rileva proprio negli areali lombardo piemontesi, dove la risicoltura italiana si concentra, livelli di contaminazione complessivi superiori ai limiti». Insomma, c’è la consapevolezza della delicatezza di questa situazione e infatti al convegno si è detto anche che «non si può essere gelosi delle proprie tecniche e scoperte. Con la condivisione, esperienze ed errori di ciascuno si valorizzano ed i tempi per trovare le soluzioni si accorciano per tutti. La scelta del bio non ha soltanto una valenza ambientale, ma è anche un mezzo per far quadrare i conti. Il prezzo a cui il riso bio viene venduto entro alcune filiere molto attente alla qualità ambientale del prodotto, a fronte di controlli stringenti nel corso della stagione, ci permette un guadagno più che soddisfacente con rese di 40-50 quintali per ettaro e questo ci basta».

Certo – ammettono i “bioveri” che hanno promosso l’appuntamento di Rovasenda – il percorso non è facile; non deve mancare una certa dose di coraggio e determinazione specialmente nel biennio di conversione, durante il quale da un lato il prezzo pagato è lo stesso del riso convenzionale; dall’altro è alto il rischio di raccolti scarsi o nulli. Inoltre il tema dei controlli per le certificazioni resta scottante e ad oggi irrisolto. I “bioveri” di Rovasenda li invocano. (CHI VUOLE INFORMAZIONI SUI BIOVERI SCRIVA QUIAutore: Augusto Fondi

 

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Risicoltura
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