I SINDACATI E LA MELONI

Giorgia Meloni

Ecco le posizioni con cui le confederazioni agricole si sono presentate all’incontro con il presidente del consiglio a Risò, a Vercelli.

CONFAGRICOLTURA

Il riso aromatico italiano si candida a diventare una valida alternativa al riso Basmati di importazione. La proposta è di Confagricoltura, che a Vercelli, nell’ambito del Festival Internazionale Risò, l’ha presentata in un convegno organizzato alla Borsa Merci con il vicepresidente Luca Brondelli di Brondello; Benedetto Coppo, presidente di Confagricoltura Vercelli e Biella; Natalia Bobba, presidente dell’Ente Nazionale Risi, e Cinzia Simonelli, responsabile del Laboratorio dell’Ente Risi. Sono intervenuti anche il sottosegretario all’agricoltura Patrizio La Pietra, l’assessore regionale all’agricoltura Paolo Bongioanni e Mario Francese, presidente dell’Airi, l’industria risiera italiana.

La proposta era stata preannunciata a fine luglio dal presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti al tavolo nazionale convocato dal ministro Francesco Lollobrigida. A Vercelli il presidente Giansanti, nella prima giornata di lavori con la premier Giorgia Meloni, si è confrontato con i principali stakeholder anche sull’attuale fase di forte pressione economica che sta attraversando il comparto del riso, complici politiche commerciali europee non più adeguate all’attuale situazione, ma pure l’aumento dei costi di produzione e gli effetti del clima sulle produzioni.

A livello europeo i controlli sulle importazioni dai Paesi terzi continuano a evidenziare criticità legate alla presenza di residui di prodotti fitosanitari e di altre contaminazioni non conformi alla normativa dell’Unione europea. Parallelamente, il mercato del riso Basmati (origine India e Pakistan) continua a mostrare dinamiche positive, con consumi in crescita e quotazioni remunerative.

La proposta di Confagricoltura di affiancare alle varietà tradizionali di riso un aromatico italiano rappresenta pertanto un’opportunità concreta per diversificare la produzione nazionale e intercettare le nuove tendenze del mercato. L’obiettivo è ampliare l’offerta della risicoltura italiana con una tipologia di riso in grado di rispondere all’evoluzione delle preferenze dei consumatori, offrendo al contempo una valida alternativa nazionale al riso Basmati di importazione.

In Italia la superficie coltivata a riso aromatico (assimilabile al riso Basmati) è di circa 260 ettari, di cui oltre 160 ettari localizzati in Piemonte, confermando il ruolo di leadership della regione in questo segmento produttivo. Le prospettive di crescita sono concrete.

In quest’ottica, Confagricoltura ha lanciato l’idea di costituire un Consorzio del Riso Aromatico Italiano, con l’obiettivo di rafforzare l’identità del prodotto, aumentarne la riconoscibilità e la presenza sul mercato, e sostenere lo sviluppo di una filiera nazionale competitiva, sostenibile e capace di intercettare le nuove tendenze dei consumi.

La proposta di valorizzazione del riso aromatico italiano ha incassato ufficialmente a Vercelli i pareri favorevoli da parte di Ente Nazionale Risi, Regione Piemonte e Airi, l’industria risiera italiana.

COLDIRETTI

L’Europa non può continuare a spalancare le porte al riso asiatico a dazio zero, prodotto con pesticidi vietati, standard sanitari e ambientali inferiori ai nostri e, in alcuni casi, sfruttando persino il lavoro minorile, mentre agli agricoltori italiani impone regole e costi sempre più pesanti. È una concorrenza sleale che mette a rischio insieme il reddito delle imprese e la salute dei cittadini, alimentando attraverso le agevolazioni commerciali un sistema nel quale a guadagnare sono i trafficanti di prodotto straniero mentre viene impoverita la Risaia Italia.

Una battaglia resa ancora più urgente dai numeri. Nella campagna commerciale 2025-2026 gli arrivi di riso straniero sono aumentati del 19%, con circa quattro confezioni su cinque provenienti dall’Asia, contribuendo a far crollare di oltre il 50% i prezzi riconosciuti ai produttori italiani.

«Una annata sicuramente difficile – evidenzia Roberto Guerrini, membro di giunta di Coldiretti Piemonte con delega territoriale al settore risicolo -: le prime stime indicano, infatti, un calo con punte del 70-80% nelle realtà più colpite, come quella Baraggia. Il caldo e la carenza d’acqua da un lato e le piogge violente con grandine dall’altro possono aver compresso il raccolto. Una situazione aggravata anche dall’aumento dei costi di produzione, sul quale pesano le tensioni internazionali e le ripercussioni della guerra in Iran sullo stretto di Hormuz».

«A fronte di questa situazione – evidenziano Cristina Brizzolari, presidente di Coldiretti Piemonte, e Bruno Rivarossa, delegato confederale – servono scelte immediate e non più rinviabili: stop alle importazioni selvagge e reciprocità negli accordi commerciali, controlli serrati sull’origine del prodotto, sostegno al reddito delle imprese e contratti di filiera che garantiscano prezzi equi agli agricoltori. Ribadiamo, inoltre, la necessità di attivare il bando da 12 milioni di euro per destinare riso 100% italiano alle famiglie in difficoltà e di utilizzare senza esitazioni i nuovi strumenti di controllo per smascherare frodi e triangolazioni. E va fermato qualsiasi accordo, a partire da quello in discussione con la Thailandia, che aumenti ulteriormente l’ingresso in Europa di produzioni che non rispettano le stesse regole imposte ai nostri agricoltori».

CIA

Acqua, innovazione, strumenti efficaci di tutela del mercato e contratti di filiera. Sono queste le priorità indicate da Cia-Agricoltori Italiani alla presidente del consiglio, Giorgia Meloni, in occasione dell’inaugurazione di RISÒ a Vercelli. L’obiettivo è la difensa della risicoltura nazionale, messa a dura prova da una stagione segnata da siccità, ondate di calore, grandinate e piogge tardive.

Per Cia, il 2026 si profila come una delle annate più difficili degli ultimi tempi per il comparto. In cinque anni i risicoltori hanno già affrontato due gravi crisi idriche, con la perdita di decine di migliaia di ettari. Non si tratta più di eventi isolati, ma degli effetti di un cambiamento climatico strutturale al quale le aziende devono potersi adattare per continuare a produrre e competere.

Il raccolto in corso potrebbe registrare un calo produttivo complessivo attorno al 10%, con punte fino al 30% in Baraggia e Lomellina, dove scarsità d’acqua, alte temperature, stress idrico e maltempo hanno inciso pesantemente sulle coltivazioni. Alla crisi climatica si aggiunge quella dei costi: fertilizzanti fino all’80%, gasolio agricolo +45% e urea +38%. A rendere ancora più difficile la situazione sono i listini delle varietà indica, lunghe e da parboiled, scesi in molti casi sotto i costi di produzione. Per Cia occorrono, quindi, risposte immediate e una programmazione di lungo periodo, a partire dall’acqua: investimenti per potenziare gli invasi e nuovi bacini che garantiscano una disponibilità idrica sicura ed efficiente.

«Programmare e prevedere sono le parole d’ordine dei nostri risicoltori -dichiara il presidente Cia, Cristiano Fini-. Gli sbalzi climatici saranno ormai costanti e periodici. Dobbiamo rafforzare le infrastrutture idriche e calendarizzare la gestione delle risorse già a partire da ottobre. Il riso non è solo una coltura, ma un presidio economico, culturale e ambientale del nostro Paese».

Cia chiede inoltre di accelerare su genetica, ricerca e innovazione, valorizzando le Tecniche di evoluzione assistita e investendo nelle buone pratiche agronomiche e in soluzioni fitosanitarie a minore impatto ambientale, ma in grado di assicurare efficacia produttiva.

Sul piano commerciale, la Confederazione ribadisce che il riso deve essere riconosciuto come prodotto sensibile e non diventare merce di scambio nei negoziati internazionali. Le agevolazioni ai Paesi del Sud-est asiatico, come Cambogia e Myanmar, e gli accordi con Mercosur e Australia aumentano la pressione sul mercato interno, mentre agli agricoltori europei sono richiesti standard ambientali, sociali e produttivi più elevati. Una concorrenza che, per Cia, non è equa e continua a comprimere prezzi e competitività della filiera. Il meccanismo automatico della clausola di salvaguardia previsto dal 2027 è un passo avanti, ma le soglie restano troppo elevate e ne rischiano di limitare l’efficacia. Per questo Cia chiede di non prevedere nuove concessioni sul riso negli accordi di libero scambio. Per assicurare stabilità alle aziende, l’organizzazione punta sui contratti di filiera con l’industria, sul modello del grano duro-pasta, e su una campagna istituzionale per valorizzare il riso 100% italiano.

Infine, Cia ricorda che, su sua richiesta avanzata al Tavolo di filiera riso presso il Ministero, Agea ha erogato gli anticipi Pac anche per i premi accoppiati, assicurando liquidità ai risicoltori in una fase particolarmente difficile.

Cia ha diffuso in seguito anche una sintesi del tavolo di filiera svoltosi alla presenza del ministro Lollobrigida, che riportiamo: Non solo vetrina: durante il Festival Internazionale Risò si è svolto anche il Tavolo di filiera, voluto dal ministro all’Agricoltura Francesco Lollobrigida e dal sottosegretario Patrizio La Pietra che, insieme all’Ente Nazionale Risi con la presidente Natalia Bobba e al presidente della Provincia di Vercelli Davide Gilardino, hanno portato al confronto i rappresentanti di parte agricola e industriale, nella sala della Provincia, lo scorso sabato.

Cia era rappresentata dal responsabile regionale settore Riso e Irrigazione Cia Piemonte Manrico Brustia e dal responsabile nazionale Riso Giovanni Daghetta.

Al Tavolo sono state analizzate tutte le problematiche e le principali criticità del settore risicolo, riflettendo sulla grave crisi che lo sta colpendo, sia dal punto di vista commerciale che agronomico, a causa di tutti i problemi legati al cambiamento climatico.

Da qui, la necessità di intervenire su più fronti, in particolare dal punto di vista commerciale, considerate le continue importazioni extra UE, che fanno crollare i prezzi, già al limite dato l’aumento dei costi di coltivazione. A livello europeo Cia evidenzia la richiesta di revisione della clausola di salvaguardia generalizzata e nuovi dazi per il riso convenzionato, oltre alla revisione di quelli già esistenti. Contemporaneamente, a livello nazionale, Cia esprime la necessità di intervenire sui prezzi con contratti di filiera o di coltivazione, adeguandoli ai costi, suggerendo il contributo del Governo con fondi ad hoc. Oggi i contratti di filiera sul riso sono circa il 2,5% della produzione. L’obiettivo è incrementarli per puntare ad un’organizzazione efficace delle vendite e una programmazione migliore delle semine.

Sul tema acqua, la richiesta, oltre agli interventi strutturali di nuovi bacini e manutenzione della rete, riguarda la valutazione di fondi specifici nella prossima Pac e del prossimo PSR, che favoriscano la risaia in sommersione e la ricarica della falda. Inoltre, è stato chiesto di accelerare sulle TEA, che possono essere uno strumento straordinario per contrastare il cambiamento climatico e migliorare la coltivazione, con un minor uso di fitosanitari e maggiori benefici per l’ambiente.

Cia esprime soddisfazione per il Tavolo: un’occasione utile e costruttiva tra le parti sulle problematiche del settore, durata oltre tre ore, che fa ben sperare per il futuro del comparto.

CONFCOOPERATIVE

Non ci sono solo la siccità e le temperature record a impensierire la filiera del riso italiano. A pesare su un comparto che conta 3.600 aziende agricole, 90 riserie e una produzione di 1,4 milioni di tonnellate di risone, pari al 60% di tutta la produzione dell’Unione Europea, sono ancora fattori strutturali: il 60% del riso che fa ingresso nell’UE beneficia infatti di concessioni a dazio zero, riservata ai paesi meno avanzati come Cambogia e Myanmar. E come se non bastasse, la metà del riso lavorato importato giunge già confezionato, mentre le verifiche fitosanitarie sui carichi provenienti da India e Pakistan risultano ancora insufficienti.

È l’allarme lanciato da Vercelli dal Presidente di Confcooperative Agroalimentare e Pesca Raffaele Drei che in occasione dell’inaugurazione di Risò, il Festival Internazionale del riso, torna a rinnovare la richiesta di intensificare e rafforzare i controlli sui prodotti importati.

Le importazioni di riso in Europa, secondo i dati elaborati da Areté sulla base delle rilevazioni della Commissione Europea, restano del 33% superiori ai livelli del 2020/21. La produzione comunitaria di riso è diminuita del 16% nel confronto con la media delle ultime cinque campagne con quella delle cinque precedenti. A fronte di un aumento dei consumi del 5%, il deficit di produzione è stato gioco forza compensato da un aumento delle importazioni.

«Occorrono verifiche più rigorose sull’origine e sulla tracciabilità del riso straniero – spiega il Presidente Drei – per evitare che le nostre aziende siano penalizzate dalla concorrenza sleale. Ribadiamo pertanto il nostro appello: vogliamo tutele per tutti gli agricoltori che lavorano e producono in Europa che siano improntate ad un principio di reciprocità. L’attuale assetto normativo, com’è noto, non impone ai prodotti importati di rispettare gli stessi standard ambientali e di sicurezza richiesti agli agricoltori comunitari».

Per fortuna una buona notizia arriverà dal prossimo anno. A partire dal 2027 entreranno in vigore le clausole di salvaguardia automatica: al superamento delle soglie fissate (313.268 t per la Cambogia e 249.200 t per il Myanmar), verranno ripristinati contingenti daziari limitanti per tutelare la filiera europea.

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