ORFANI DEL TRICICLAZOLO

Con l’avvicinarsi della stagione delle malattie fungine, si è svolto lunedì 8 giugno 2026 presso la sala congressi dell’Ente Nazionale Risi di Castel d’Agogna (PV) un interessante incontro sul brusone del riso. Iniziato con i saluti della Presidente dell’Ente Risi Natalia Bobba e l’introduzione ai lavori di Marco Romani, responsabile del Centro. Quest’ultimo ha informato il pubblico che l’Ente ha intenzione di avviare sperimentazioni per un confronto tra l’utilizzo dei fungicidi mediante droni, pratica per quest’anno ammessa solo in via sperimentale. (Sai la novità?Sai la novità?)

L’INTERVENTO DI SPADARO

Davide Spadaro dell’Università degli Studi di Torino ha tenuto l’intervento “Biologia e genetica della popolazione italiana” di Pyricularia oryzae, agente del brusone del riso. Durante la sua presentazione il professore ha illustrato il fatto che, pur avvenendo principalmente per clonazione, la riproduzione delle spore di brusone consente comunque la ricombinazione, dando luogo a nuove “varianti”.

Anche se il patogeno ha solo 7 cromosomi principali, ne sono presenti altri più piccoli che possono essere inseriti in altre spore con scambi di piccole quantità di citoplasma. A riprova delle sue affermazioni ha dichiarato:« In Europa erano conosciuti 5 gruppi genetici diversi di spore. Il controllo effettuato negli anni 2020-2022 ha evidenziato che i gruppi presenti sono sempre 5, ma molti diversi dai precedenti». A conclusione dell’intervento Romani ha evidenziato come gli studi portati avanti anche da Ente Risi «sono di grande importanza per indirizzare il miglioramento genetico del riso sia in modo “tradizionale” che con le nuove tecnologie di moltiplicazione assistita».

L’INTERVENTO DI LIONE

Guglielmo Gianni Lione, sempre dell’Università degli studi di Torino, ha spiegato come si costruisce un modello previsionale per capire il rischio di sviluppo del brusone del riso. Il sistema messo a punto consentirà di prevedere le infezioni di malattie fungine sulla base dei dati climatici. Esso andrà ad affiancare il modello messo a punto da Massimo Biloni e dal suo centro sperimentale Ires, oggi in uso in Piemonte. Sul tema si sono soffermati anche Daniele Tenni dell’Ente Risi e Federico Spanna del settore fitosanitario e servizi tecno-scientifici della Regione Piemonte.

I DATI DELL’ENTE RISI

Andrea Ricciardelli di Ente Risi ha illustrato i risultati del monitoraggio sulle resistenze ai fungicidi ed in particolare alle strobilurine, sviluppate dalla Pyricularia oryzae, e le strategie suggerite dall’Ente per il contenimento. Ricciardelli ha ricordato che le resistenze si sono osservate per la prima volta nel 2020 in tutte le principali aree risicole. Da allora non hanno fatto che diffondersi, raggiungendo tutte le zone di coltivazione, Sardegna, Ferrarese e Veneto-Mantovano comprese.

Un’indagine fatta nel 2024 su campioni di malattia prelevati in aree dove era presente Brusone resistente negli anni precedenti ha evidenziato che il 66% dei campioni era peggiorato nella resistenza, nel 10% dei casi era migliorato e nel 24% era rimasto costante. Inoltre nel 88% dei campi in cui non era presente la resistenza negli anni scorsi, nel 2024 diviene positiva. I dati sono riassunti nella tabella seguente.

A questo punto ci si dovrebbe chiedere cosa fare se nella propria area sono presenti malattie resistenti all’unica famiglia di fungicidi ammessa: Ricciardelli ha illustrato una serie di prove realizzate dall’Ente dove sono messi a confronto tutti i principi attivi chimici del commercio, tra cui il protioconazolo di prossima autorizzazione. I dati hanno dimostrato che le miscele di strobilurine con zolfo, difeconazolo o protioconazolo hanno permesso di raggiungere le più alte produzioni anche in zone con presenza di brusone resistente. Invece, dove non ci sono problemi di resistenze le sole strobilurine si sono comporta egregiamente.

GIGANTE VERCELLI

Per anni i genetisti hanno tentato di ottenere varietà di riso “geneticamente” resistenti alla malattia, ossia in grado di reagire all’infezione isolando il patogeno impedendogli così di arrecare danno alla pianta. Tuttavia questa ricerca, per ora, non ha dato i risultati sperati. L’unica varietà italiana conosciuta perfettamente resistente alla malattia è il Gigante Vercelli. Quest’ultimo non è più in coltivazione perché di taglia troppo alta e poco produttivo. Negli anni ‘90 si affermano, pertanto, i trattamenti fungicidi di pieno campo, come del resto avviene in tutto il mondo che se li può permettere.

PERCHE’ QUEL DIVIETO?

A margine del convegno Spadaro ha affermato:«non capisco perché non si sia rinnovata l’autorizzazione all’impiego del triciclazolo. Il prodotto per il suo particolare meccanismo d’azione non ha mai creato resistenza e contenuto efficacemente la malattia». Il triciclazolo fu, infatti, il primo fungicida utilizzato in Italia negli anni ‘80. Il prodotto è proibito dal 2016 in tutta Europa.

Nel 1997, fu autorizzato l’utilizzo dell’ azoxystrobin, prima strobilurina per il riso e ancora oggi principale prodotto utilizzato, seppure con i problemi di resistenze che l’Ente risi rileva. Come ricordato nell’intervento di Ricciardelli, le spore non più sensibili alle strobilurine sono ormai presenti in tutti gli areali risicoli e, per ora, solo interventi di natura agronomica o l’affiancamento di più principi attivi può porre un freno al problema.

Quindi, come affermato dal Prof. Spadaro ci poniamo anche noi una domanda: a cosa è servito proibire l’utilizzo del triciclazolo? Non era meglio regolamentarne l’uso e non toglierlo dal commercio? Ricordiamo che si tratta di un fungicida utilizzato da quasi tutti i paesi produttori di riso e che non ha mai dato problemi in 50 anni di onorata carriera. Infatti, il suo utilizzo risale per la prima volta al 1976 e in molte nazioni è in uso ininterrottamente da allora. Paesi da cui ora importiamo valanghe di riso. Autore: Franco Sciorati

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