Siamo ormai giunti nel pieno della campagna di semine e la maggior parte delle aziende risicole sta completando l’acquisto dei fattori di produzione necessari alla coltivazione. Risultano quindi particolarmente inquietanti le notizie che giungono sulla variazione delle normative sull’utilizzo dei concimi azotati proposti dal ministero e sul loro prezzo di acquisto.
COLTIVA ITALIA: STOP AD UREA NEL 2028
Assofertilizzanti ha convocato un convegno a Roma sul decreto in preparazione al Ministero: “Coltiva Italia” ed ecco il messaggio che ne è sortito: «In un contesto di crisi globale come quello attuale, che ha riportato al centro dell’attenzione i fertilizzanti come strumento indispensabile per la sicurezza alimentare, in Italia è in discussione il DDL “Coltiva Italia” con cui si darà attuazione al divieto di utilizzo dell’urea nel bacino padano, programmato per il 2028».
QUALE IMPATTO SULL’AGRICOLTURA?
Per questo motivo Assofertilizzanti, l’Associazione di Federchimica che rappresenta i fabbricanti di fertilizzanti nazionali, ha commissionato a Nomisma lo studio “Valutazione di impatto della fertilizzazione azotata e dell’urea nell’agricoltura italiana”, i cui risultati finali sono stati presentati nel corso di un evento al quale hanno partecipato stakeholder istituzionali e organizzazioni agricole». Nello studio si esamina anche l’impatto che può avere in risicoltura il divieto dell’urea.
IL COMMENTO DI PAOLO GIRELLI
«La strada da percorrere non è quella dei divieti indiscriminati, ma quella di scelte basate su dati scientifici, innovazione e conoscenza agronomica – ha dichiarato Paolo Girelli, Presidente di Assofertilizzanti-Federchimica. – Come industria abbiamo da tempo messo a punto innovazioni in grado di ridurre in modo significativo l’impatto ambientale dell’urea, mantenendo al tempo stesso livelli produttivi adeguati a mantenere produttività e sicurezza alimentare del Paese. Riteniamo che nella definizione delle normative europee e nazionali non si tenga ancora adeguatamente conto dei rilevanti progressi compiuti da tutti gli attori del comparto agroalimentare in termini di pratiche agronomiche e performance ambientali. Ha aggiunto Girelli – Non possiamo rischiare di perdere l’importante occasione offerta dalla Vision for Agriculture and Food e dal pacchetto Omnibus oggi in discussione a livello europeo: è necessario incentivare quanto più possibile l’adozione di soluzioni innovative e tecnologiche al fine di mantenere la competitività delle Imprese dell’intero comparto agroalimentare».
Giova ricordare che prima della guerra un quintale di urea agricola sulla piazza di Torino costava all’ingrosso minimo 58 euro al quintale più Iva al 4%, cioè 60,32 euro al quintale. Oggi siamo oltre 86 euro al quintale più Iva al 4%, pari a 89,44 euro al quintale. ove vi fosse un rimborso del 70% sull’incremento di 28 euro, sarà pari a 19,60 euro.
IL COMMENTO DI GIOVANNI PAVESI
Abbiamo analizzato la situazione in risaia con Giovanni Pavesi di Vipetrol (Mortara), uno dei principali commercianti di fertilizzanti dell’area risicola. L’analisi di Pavesi scende direttamente, come giusto, nel concreto: «La situazione di approvvigionamento dei fertilizzanti risente della situazione internazionale. La disponibilità non è in discussione ma i prezzi rimangono alti e probabilmente non miglioreranno». Sempre secondo Pavesi: «Le richieste di fertilizzanti sono in calo, non tanto per la coltivazione del riso, ma per quanto riguarda le altre colture, sulle quali si tende al risparmio. Questo potrebbe stabilizzare il prezzo di alcuni concimi come l’urea che, ad oggi si attesta tra gli 80 e i 90 euro per quintale, circa 4 volte il costo del mais».
Per quanto riguarda le alternative all’impiego di urea, come ricordato da Girelli, sono disponibili soluzioni tecnologiche che consentirebbero di continuare ad utilizzare i normali fertilizzanti senza i rischi di inquinamento ambientale.
INIBITORI DELLA NITRIFICAZIONE
Già da tempo l’Ente Nazionale Risi e altri Enti di Ricerca hanno proposto l’impiego di fertilizzanti addizionati di inibitori della nitrificazione o avvolti in pellicole specificamente studiate, che riducono notevolmente le perdite di azoto nell’aria. Si può leggere a questo proposito il presente articolo. Tuttavia il legislatore non sembra recepire queste possibilità messe a disposizione dalla tecnica, ma si avvia verso un divieto insensato. Anche Pavesi sostiene: «abbiamo cercato di proporre, quando possibile, le alternative disponibili per ridurre l’inquinamento da azoto ma, per ora, il legislatore non sembra comprendere. I prodotti alternativi all’urea sono ovviamente disponibili ma con costi sia economici, es. solfato ammonico, che ambientali molto elevati».
PERCHE’ IGNORARE LE TECNICHE DI RIDUZIONE DELL’IMPATTO?
Risulta quindi di difficile comprensione come sia possibile da un lato lavorare al divieto di utilizzo del principale concime, ignorando le possibilità tecniche che pure sono facilmente disponibili, per ridurre l’impatto ambientale e dall’altro si lavori all’erogazione di fondi per contenerne il costo. Rimane poi da verificare come e quando questi aiuti potranno giungere alle aziende agricole. Abbiamo già avuto l’esperienza dei ristori contro i danni della siccità degli scorsi anni che, quando sono giunti, sono giunti molto in ritardo e con complessità burocratiche non indifferenti.
Non appare quindi più utile incentivare o rendere obbligatorio l’utilizzo di tutti quegli strumenti che pure esistono, quali gli inibitori della nitrificazione o l’impiego di pellicole a lento rilascio, già ampiamente sperimentate anche da Ente Risi, che risolvono il problema senza un divieto “ignorante”? Autore: Franco Sciorati
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