RISAIE SPAZIALI

risaie

Si sta lavorando a un riso proteico pensato per crescere nelle basi che saranno costruite sulla Luna e su Marte. Ci lavorano tre università italiane — Statale di Milano, Sapienza di Roma e Federico II di Napoli — selezionate dall’Agenzia spaziale italiana (Asi) per sviluppare una coltura adatta a condizioni extraterrestri: crescita rapida, radici corte e massimo valore nutritivo.

PIANTE IN ORBITA

Gli esperimenti condotti a bordo della Stazione Spaziale Internazionale,  hanno dimostrato che coltivare piante nello spazio ha effetti positivi sugli astronauti: poter consumare cibo fresco non solo migliora la dieta, ma ha anche un impatto benefico sul loro benessere psicologico. Ci hanno provato con i pomodori, i peperoncini, ma adesso si pensa a un cereale ad hoc. Il progetto si chiama «Moon Rice» ed è guidato da Vittoria Brambilla (nella foto), professoressa dell’Università Statale di Milano.

L’UNIONE FA LA FORZA

 L’Università di Roma lavora sullo sviluppo dell’apparato radicale e sull’attività ormonale delle piante; l’Università di Napoli cura la parte agronomica e si occuperà dei test finali, avendo a disposizione delle stanze in grado di simulare le condizioni dello spazio; alla Statale di Milano spetta il passaggio più “biologico e botanico”: trasformare il riso in una pianta capace di vivere nello spazio. «Stiamo lavorando sulle tecniche di evoluzione assistita, che ci permettono di accelerare il miglioramento genetico delle piante» spiega Brambilla al Corriere della Sera. «Sulla Terra le utilizziamo, ad esempio, per aumentare la resistenza alla siccità o alle malattie.

LUNA E MARTE

Ma per la Luna e per Marte la sfida cambia: dobbiamo progettare piante che crescano in fretta, con radici superficiali, di taglia contenuta, e con foglie più tenere e meno coriacee, perché nello spazio non si può sprecare nulla». Una volta conclusi gli studi sulla morfologia della pianta, i ricercatori passeranno alla fase successiva: la biofortificazione del riso, per aumentarne il valore nutrizionale. «Faremo in modo che contenga una maggiore quantità di antiossidanti».

PERCHE’ PROPRIO IL RISO?

Perché, tra tutti i cereali, è stato scelto proprio il riso? «Il riso produce chicchi facili da raccogliere, pronti per essere consumati. Non è un alimento complesso da lavorare — sottolinea Brambilla — Chi vuole può mangiarlo integrale così com’è, mentre chi preferisce altre preparazioni dovrà semplicemente sbramarlo, ovvero rimuoverne la buccia esterna». Si tratta di un cibo semplice da lavorare e alla portata di tutti, un aspetto fondamentale considerando che saranno gli stessi astronauti a occuparsene: «L’idea è di utilizzare camere di crescita, dei fitotroni, in cui tutto venga riciclato: l’acqua, l’ossigeno, ogni risorsa».

Per sviluppare un riso adatto allo spazio, non si può partire da un’unica pianta, ma bisogna combinare le caratteristiche migliori di più varietà. «Si fanno degli incroci per combinare i geni che determinano un carattere specifico, cercando così di ottenere piante con l’aspetto desiderato», spiega la professoressa. Tra le varietà di partenza ce n’è una giapponese chiamata Nipponbare, affiancata da diverse varietà italiane, «scelte sia perché già conosciute, sia perché l’Italia è il maggior produttore di riso in Europa». Le zone di riferimento includono Milano, Pavia, Mantova, Verona e Isola della Scala.

Il riso spaziale dovrà completare il suo ciclo colturale nel giro di un paio di mesi, invece dei quattro necessari normalmente, spiega Brambilla. Alcuni prototipi sono già in fase di test: «Ci vorrà ancora un po’ prima di avere la varietà giusta da poter trasferire direttamente sulla Luna, in media servono almeno sette o otto anni per sviluppare una nuova varietà».

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