SVELIAMO I PIANI DEI CAMBOGIANI

ESCLUSIVO: un documento cerca di fermare la clausola di salvaguardia

Il 23 aprile 2018 la Federazione dei produttori di riso cambogiani ha presentato alla Commissione europea le sue controdeduzioni alla richiesta di applicare la clausola di salvaguardia alle importazioni a dazio zero dai Pma. Tali inportazioni agevolate avvengono a norma dell’articolo 22 del regolamento 978/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio che applica uno schema di preferenze tariffarie generalizzate e che abroga il regolamento (CE) n. 732/2008 del Consiglio. Risoitaliano ha avuto quel documento, nel quale il nostro giornale è più volte citato. Il dossier di 27 pagine è in inglese (scarica il DOCUMENTO CRF).

Con questo dossier la Cambogia Rice Federation chiede alla Commissione europea di chiudere l’inchiesta in corso rigettando le richieste dell’Italia e degli altri produttori europei, sostenendo che le agevolazioni concesse ai Pma non sono alla base della crisi del riso europeo.

Quali argomenti portano i cambogiani?

In primis sottolineano che la richiesta è presentata unitariamente da agricoltori e industriali risieri e fanno notare che i secondi non ricevano alcun danno dalle importazioni asiatiche: anzi, scrive la CRF, «le fluttuazioni cicliche dei prezzi del riso Indica sono dovute alla posizione dominante dei risieri nel mercato dell’UE, in particolare nel mercato italiano, e alla mancanza di coordinamento tra i risieri e i coltivatori in quest’ultimo mercato».

In secondo luogo, la CRF contesta la chiarezza dei dati prodotti dall’Italia e ci accusa di «non aver fornito alcun riferimento» a sostegno di tali dati, evidentemente cercando di far leva sull’aspetto procedurale e statistico per invalidare l’intera richiesta di clausola.

Secondo i cambogiani, la situazione dei risicoltori e quella dell’industria risiera andrebbero esaminate separatamente, considerando che nella richiesta di clausola si parla di Indica lavorato e semilavorato, mentre i risicoltori commercializzano risone: questo argomento mira a spostare il focus sul mercato del riso lavorato, dove è pià difficile dimostrare che il prodotto d’importazione danneggia la produzione europea, visto che l’industria si avvantaggia del ribasso dei prezzi della materia prima. La CRF sottolinea che «i risicoltori potrebbero essere la vera vittima della politica dei prezzi dei risieri e della struttura del mercato dell’UE, in particolare del mercato italiano» che provoca crisi dei prezzi cicliche.

La CRF sostiene che «data la notevole differenza tariffaria sul riso lavorato (175 EUR / t) e il risone (30 EUR / t), le industrie risiere che possono importare il risone Indica proveniente da diversi paesi per lavorarlo e venderlo nell’UE hanno un forte interesse nel ristabilire il dazio sulle importazioni dalla Cambogia» e che «il settore del riso dell’UE non sembra soffrire delle “gravi difficoltà” asserite». Per provare ciò che dice, la CRF presenta dati e tabelle tratte da studi dell’Ente Nazionale Risi e dati o dichiarazioni riportate da risoitaliano.eu, che è la fonte più citata dai cambogiani, segno che i nostri concorrenti seguono quotidianamente ciò che accade nella filiera risicola italiana.

In base a dati della Commissione, rielaborati dall’Ente Risi, «il settore del riso sta andando bene anche se si registra una lieve diminuzione della produzione di riso lavorato Indica a causa delle variazioni cicliche del mercato del riso»: naturalmente, i cambogiani leggono i numeri in modo capzioso e vogliamo sperare che la Commissione europea non si faccia incantare dal gran lavoro di lobbying della CRF, secondo cui, a seguito delle importazione agevolate, «non vi è alcuna riduzione della produzione di riso lavorato e i risieri dell’UE sono ancora ampiamente remunerati».

I cambogiani arrivano a mettere uno contro l’altro i numeri europei e quelli italiani, per dimostrare che l’import dai Pma non ha influenzato negativamente né l’ettarato coltivato né la produzione europea. «La recente riduzione delle scorte sconfigge l’argomentazione sollevata dalla ricorrente sui forti aumenti delle scorte. Con una tale diminuzione delle scorte, è difficile rivendicare una perdita di quota di mercato. Normalmente, quando perdono quote di mercato, le scorte si accumulano» afferma il rapporto.

Un altro argomento strumentalizzato dai cambogiani sono le esportazioni «aumentate del 14,3%»: una «forte performance delle esportazioni è analoga alla redditività dei risieri che acquistano il loro risone Indica dai coltivatori dell’UE, dalla Cambogia e dai paesi terzi a prezzi competitivi competitivi, e svolgono operazioni di livellamento e confezionamento per rivendere il riso “finito” con alti profitti».

A sostegno delle loro tesi, i cambogiani sbandierano le accuse della Coldiretti contro l’Airi, pronunziate quando la crisi era bruciante e i prezzi del risone crollavano. L’intenzione è divide et impera. La CRF si spinge addirittura a indicare nell’Italia – vero motore della richiesta di clausola -il problema: «in altri mercati dell’UE come Spagna, Grecia e Portogallo, dove esiste un coordinamento tra i diversi attori della catena del valore, i prezzi delle varietà sono molto più stabili che nel mercato italiano» recita il rapporto.

In seguito, il documento si impega a confutare che il prezzo dell’import dai Pma sia inferiore al costo di produzione del risone europeo, persino di quello semilavorato e che il riso lavorato e confezionato danneggi quello europeo. Si passano in rassegna flussi e statistiche, si confrontano le varie tipologie di riso, import ed export, cercando di scollegare le sorti dell’Indoca da quelle del fragrans (probabilmente la CRF spera di salvare dalla clausola almeno quel riso) commentando soprattutto i documenti pubblici e sottolineando le divisioni, come quelle provocate da un documento Airi – non condiviso dagli agricoltori – che sostiene come ci siano «spazi da occupare nel mercato del riso». Le richieste degli industriali di aumentare la produzione di riso 2018/2019 vengono considerate la prova regina del fatto che non c’è nessuna pressione da import.

Sicuramente la CRF conosce bene la realtà italiana, visto che dettaglia così la propria arringa: «i produttori di riso italiani difendono la richiesta del governo di attivare la clausola di salvaguardia per salvare la produzione di tutti i tipi di riso, mentre la Coldiretti preferisce la riduzione della produzione per ettaro e promuovere la specializzazione della coltivazione del riso per il mercato nazionale. Da un lato, vi è l’interesse di AIRI per ottenere riso locale per la lavorazione e l’esportazione di riso ad un prezzo competitivo e di buona qualità. D’altra parte, c’è la pretesa dei coltivatori di ottenere prezzi remunerativi per le diverse varietà di riso prodotte. Una soluzione proposta è di concordare contratti collettivi e coordinati tra l’industria e i produttori per la produzione delle diverse varietà di riso in base alla domanda del settore, al fine di evitare squilibri di produzione con conseguente diminuzione dei prezzi (ad esempio riso Japonica). Tali contratti dovrebbero garantire un quantitativo di riso acquistato ai produttori con un prezzo remunerativo per garantire un margine di profitto ragionevole. Tuttavia, tale soluzione non è in vista e invece ogni gruppo incolpa le importazioni di riso EBA dai paesi meno sviluppati. Inoltre, come sottolineato nella sezione precedente, i risieri sono incentivati ​​a sostenere la revoca dell’accordo con i Pma in quanto il dazio di 30 EUR / t sul riso integrale non inciderebbe sulla loro competitività sul mercato dell’UE, dove l’imposta sul riso macinato ammonta a 175 EUR / tonnellata».

Dall’analisi, sottolineano i cambogiani, «risulta chiaramente che le “gravi difficoltà” asserite dalla ricorrente, vale a dire la riduzione temporanea degli ettari per la produzione di riso Indica e la diminuzione dei prezzi del riso Japonica nell’UE e in particolare in Italia, non può essere attribuito alle importazioni di riso EBA. Le attuali difficoltà sono di natura transitoria e ciclica a causa di una serie di fattori interni nel mercato dell’UE. Più in particolare, la mancanza di una politica di semina coordinata di diverse varietà di riso e la mancanza di accordo tra l’industria risiera dell’UE e i produttori dell’UE sembrano aver causato la temporanea riduzione degli ettari coltivati ​​per il riso Indica e una sovrapproduzione di riso Japonica che a sua volta ha causato una depressione dei prezzi temporanea. Ciò è confermato anche dal fatto che l’andamento dei prezzi italiani differisce in modo significativo dall’evoluzione dei prezzi in altri paesi produttori dell’UE (ad esempio, la Spagna)».

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