SUL GREENING SI RISCHIA LA DISOBBEDIENZA CIVILE?

C'è insofferenza verso la riforma della componente ambientale della Pac, che l'Europa intende rendere più restrittiva

Dal 2017 le norme relative al “greening”, la discussa componente “ambientale” della PAC, si fanno più dure per gli agricoltori. Come previsto dalla riforma varata nel 2013 a partire dal prossimo anno il mancato rispetto dei requisiti di conformità al “greening” non comporterà solo la perdita della relativa quota di pagamento, ma anche una decurtazione del 20% degli altri pagamenti PAC (pagamento “di base” ed eventuale “accoppiato). Dal 2018 poi la penalizzazione per le eventuali inadempienze riguardo al “greening” saliranno al 25% dei pagamenti. Ma altre novità potrebbero derivare da alcune ulteriori restrizioni legate alla gestione delle cosiddette Ecological Focua Areas (o EFA) che secondo l’impostazione di base della riforma devono interessare il 5% della superficie delle aziende agricole soggette a “greening” (percentuale che potrebbe essere portata al 7 nel 2018).

Nei primi due anni di attuazione della nuova PAC su queste aree erano consentite diverse pratiche ritenute ambientalmente “virtuose” oltre a quella che Bruxelles ritiene in assoluto più ecologicamente conforme, ovvero la non coltivazione del terreno: dalla conservazione di “elementi caretteristici del paesaggio” (quali alberi isolati, siepi, filari, muretti a secco ecc. da quantificare attraverso complicatissimi algoritmi di calcolo di interpretazione alquanto soggettiva), all’attuazione di colture intercalari (non recepita dall’Italia), fino alla coltivazione di specie azotofissatrici. Quest’ultimo aspetto aveva rappresentato per molte aziende una “uscita di sicurezza” per cercare di limitare il danno economico derivante dal “greening” attraverso la coltivazioni di specie come il pisello o la soia sulle superfici soggetta ad EFA. Una interpretazione non solo italiana, dato che oltre il 45% delle superfici EFA in Europa sarebbero state occupate da colture azotofissatrici, mentre il 28% delle superfici EFA dei Paesi europei (esclusa ovviamente l’Italia che non ha adottato questa opzione) sarebbero state dedicate a colture intercalari e solo il 21% sarebbe stato abbandonato al “set-aside”. La cosa evidentemente non è gradita a Bruxelles che starebbe pensando di vietare l’uso dei prodotti fitosanitari sulle colture azotofissatrici in aree EFA, rendendo di fatto impossibile la coltivazione di soia, piselli ed altre leguminose, in modo da “incentivare” il ricorso a pratiche ritenute più consone all’attuale impostazione della PAC, quali appunto il set-aside o gli “elementi caratteristici del paesaggio”.

La UE avrebbe inoltre intenzione di rendere obbligatorio un periodo di non coltivazione di 9 mesi laddove si pratica set-aside (attualmente in Italia questo periodo è fissato ad 8 mesi per cui l’impatto della norma dovrebbe essere modesto). Le organizzazioni sindacali aderenti a Copa-Cogeca hanno protestato con il commissario Phil Hogan, ma i regolamenti attuativi delle nuove regole sarebbero ormai in dirittura d’arrivo.

Fortunatamente molte aziende risicole sono “greening-conformi by definition”, come dicono i tecnici, in quanto interessate da sommersione per una parte rilevante del ciclo colturale. Le nuove norme impatteranno solo su quelle che hanno meno del 75% della SAU interessata da colture sommerse o più di 30 ha di superfici non sommerse per una parte rilevante del ciclo colturale. Ben più pesante e generalizzato sarà l’ impatto sulle aziende cerealicole di vaste aree della Pianura Padana. In qualche caso sarà forse opportuno fare con attenzione i calcoli dei costi derivanti dalle nuove norme. Secondo alcune simulazioni sembrerebbe che in qualche specifica circostanza (produzioni lorde vendibili relativamente elevate, come ad esempio nel caso di monocoltura maidicola intensiva con destinazione bioenergetica, accompagnate ad un valore dei titoli “di base” relativamente ridotto) la deliberata violazione delle norme relative al “greening”, con le conseguenti penalizzazioni, sia economicamente meno svantaggiosa rispetto alla perdita di produzione ed all’incremento dei costi fissi derivante dal rispetto delle norme stesse. Naturalmente, da giornalisti, non possiamo approvare in nessun caso la violazione delle norme ma a livello cronistico dobbiamo rilevare il rischio di una sorta di “disobbedienza civile” verso una politica agricola comunitaria che, a detta di molti, è sempre più orientata ad un progressivo smantellamento della funzione produttiva della nostra agricoltura a vantaggio dei prodotti agroalimentari di importazione.

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