RESIDUI CHIMICI NEL RISO INDIANO

Secondo il rapporto del ministero della Salute i campioni fuorilegge sono pochi e provengono dalle importazioni

Il Ministero della Salute ha recentemente reso noti sul proprio sito istituzionale  i dati relativi al “Controllo  dei residui di prodotti fitosanitari negli alimenti per l’anno 2016”. Nel report annuale sono illustrate le elaborazioni relative ai risultati dei controlli dei residui fitofarmaci sull’ortofrutta, sui cereali, su alcuni prodotti trasformati, quali olio e vino -elementi importanti della dieta italiana e mediterranea- oltre alle elaborazioni riguardanti gli alimenti baby-food, a quelle relative ad altri prodotti (trasformati di frutta, ortaggi, cereali, spezie, ecc.), ai risultati del piano coordinato comunitario, ai dati sui prodotti di origine biologica e su alcuni alimenti di origine animale.

Dalla relazione del Ministero si apprende che nel corso del 2016 sono stati controllati 11263 campioni di alimenti per verificare la presenza di residui di prodotti fitosanitari, con una massa complessiva di circa 1,8 milioni di analisi indirizzate ad accertare eventuali residui di varie sostanze attive sia in forma singola che in modalità “multiresiduo” (le sostanze attive ricercate sono state 535 per la frutta, 541 per gli ortaggi, 526 per i cereali, 481 per l’olio, 515 per il vino, 346 per i baby-food e 557 per gli altri prodotti). In totale soltanto 92 campioni (di cui 2 provenienti da agricoltura biologica) sono risultati superiori ai limiti massimi consentiti dalla normativa vigente, con una percentuale di irregolarità aggregata pari allo 0,8%.

I risultati complessivi nazionali indicano un livello di protezione del consumatore adeguato, con una percentuale di irregolarità nettamente al di sotto della media europea (1,6%). In specie olio, vino e prodotti baby-food sono risultati non presentare irregolarità mentre nella frutta, negli ortaggi , nei cereali e negli altri prodotti la percentuale d’irregolarità è risultata essere diminuita rispetto all’anno precedente. Scorrendo il dettaglio della relazione ministeriale si rilevano peraltro diversi aspetti interessanti e che meritano una riflessione specie per quanto riguarda i dati sulle analisi dei prodotti di importazione. Innanzitutto va segnalato che dei 313 campioni di riso analizzati solo 4 sono risultati irregolari. Ma ciò che appare ancor più rilevante è che 3 di essi siano in realtà campioni di prodotto di importazione di provenienza indiana, mentre del quarto, prelevato presso la distribuzione organizzata, non è nota l’origine. Nei tre campioni irregolari di provenienza India sono stati rilevati residui oltre i limiti del fungicida Carbendazim (presente anche nel campione di provenienza ignota) e degli insetticidi Thiamethoxam (sostanza attiva non autorizzata su riso in UE) ed Acephate (sostanza attiva revocata in Europa fin dal marzo 2003). Va detto, ad onor del vero, che nel precedente report per l’anno 2015 i campioni di riso di importazione irregolari erano risultati 10, con valori oltre i limiti per i citati Carbendazim ed Acephate, ma anche per Profenofos ed Esaconazolo (rispettivamente un insetticida ed un fungicida entrambi non autorizzati in Europa, rinvenuti su risi trasformati importati dall’India) e per Chlorpyrifos (su un campione proveniente dal Pakistan).

E’ interessante notare anche come molti casi di irregolarità rispetto ai residui di fitofarmaci registrati negli ultimi due anni riguardino prodotti “esotici” oggi di gran moda (dai tè provenienti dalla Cina ai semi di cumino, passando per litchi ed anacardi). Da osservare inoltre come nel 3,7% dei 490 campioni di alimenti provenienti da agricoltura biologica sia stata rilevata una presenza di residui di prodotti fitosanitari entro i limiti di legge per quali  non è stato possibile determinare l’origine della contaminazione. In 2 campioni di alimenti provenienti da agricoltura biologica (un prodotto ortofrutticolo ed uno classificato come “altro prodotto”) i residui di fitofarmaci, come detto, hanno superato i limiti di legge.

La relazione di Ministero della Salute sembra confermare il sostanziale alto livello di sicurezza alimentare della produzione agricola nazionale, come pure la necessità di non “abbassare la guardia” su queste fondamentali tematiche da parte di tutti i soggetti della filiera, ma anzi di cercare sempre di mantenere standard di massima efficienza. Si conferma, d’altro canto, l’obiettiva difficoltà (a prescindere dalle differenze di prezzo) nel distinguere sul piano analitico i prodotti derivanti da agricoltura convenzionale da quelli biologici o sedicenti tali, ma anche la difficoltà nell’individuare l’origine (accidentale o dolosa) di eventuali contaminazioni dei medesimi alimenti “bio”. Un dato che certo non agevola l’auspicabile azione di contrasto ai cosiddetti “biofurbi”, né quella di tutela dei produttori onesti, convenzionali o “bio” che siano. Purtroppo i dati diffusi dal Ministero sembrano fare emergere anche un’altra considerazione. Che riguarda la difficoltà del mondo agricolo ed agroalimentare nel comunicare all’opinione pubblica l’elevato livello di qualità e di sicurezza oggettiva della produzione nazionale. Al contrario va purtroppo registrata una accesa avversione di molti settori dell’opinione pubblica nei confronti della tecnologia applicata in agricoltura, specie nei Paesi dell’Occidente. Al punto che l’ex titolare del Mipaaf aveva fatto della sua promessa di «azzerare l’uso dei pesticidi in agricoltura» (peraltro entro il 2025 -ovvero dopo la scadenza teorica della legislatura appena iniziata, che dovrebbe concludersi nel 2023- il che pone più di un dubbio sull’effettiva verificabilità della promessa) un “cavallo di battaglia” di una campagna elettorale oggettivamente non molto fortunata per il suo partito di provenienza. Per altri versi persiste la radicata convinzione (diffusa non solo in contesti urbani ed ambienti un poco comicamente  “radical-chic”) che i prodotti di agroalimentari di importazione (specie se da Paesi asiatici, africani  o latino-americani) siano più “sani” o “sostenibili” di quelli di produzione nazionale, perché «lì i contadini non usano i pesticidi». Una convinzione che sembrerebbe smentita dai fatti, considerato che il maggior numero di irregolarità rispetto ai residui di fitosanitari negli alimenti si registrerebbe proprio su derrate ed alimenti provenienti da Asia, Africa e Sud America. Autore: Flavio Barozzi, dottore agronomo

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Risicoltura
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