NOI, CRIMINALI, CHE VI SFAMIAMO

La storia di Giuseppe Sarasso
Giuseppe Sarasso
Giuseppe Sarasso

Una risicoltura tra luci e ombre, dove a tenere banco è sempre la vocazione al sacrificio degli agricoltori, l’abitudine a non guardare la fatica, a non tener conto di orari e festività, a mettere il dovere sopra tutto. E dove le ombre sono la costante criminalizzazione dell’uso dei fitofarmaci, le difficoltà di un mercato dominato dalla grande distribuzione e una soffocante burocrazia, trasversale rispetto ad ogni cambiamento politico. Lo sa bene Giuseppe Sarasso, agronomo da 44 anni e agricoltore dalla nascita, come figlio e nipote (almeno) di agricoltori.

Chi è Giuseppe Sarasso

Una vita passata tra Tronzano, paese natale e Olcenengo, entrambi centri in provincia di Vercelli, dove si trova l’azienda agricola prima condotta dal padre e dallo zio. Ma non solo. Dopo la laurea in Agraria nel 1974 e la collaborazione con la Camera di commercio di Vercelli, Sarasso ha girato mezzo mondo come consulente in campo risicolo. Missioni in Nicaragua, Giappone,Turchia, India, Francia, persino Kazakistan, in Asia centrale, oltre a innumerevoli impegni professionali in Italia. Una esperienza senza confini, trasferita in una quotidianità spesa non solo per il lavoro in azienda, ma anche al servizio di un comparto che in pochi anni ha subito numerose metamorfosi forzate. Un comparto che, per dirla come l’agronomo vercellese, è riuscito comunque a sfamare 7 miliardi di esseri umani e a comprimere il costo dell’alimentazione fino a un peso quasi marginale, almeno nei Paesi occidentali, permettendo la diffusione di altri innumerevoli beni di consumo.

Come la risicoltura ha cambiato volto

«La risicoltura ha davvero cambiato volto – spiega Giuseppe Sarasso – basti pensare che nel 1980 le aziende risicole erano oltre 10mila e oggi sono meno della metà. I risicoltori sono chiamati a confrontarsi con un mercato dove le riserie determinanti si contano sulle dita di una mano e la grande distribuzione è abituata a muoversi su un unico binario di trattative. Le aziende hanno reagito allargando le proprie dimensioni, facendo investimenti enormi e rimboccandosi le maniche senza se e senza ma. Come hanno dato e danno prova anche in questa pandemia che tanto male sta facendo al mondo».

Attrezzature sempre più sofisticate e costose, che si giustificano solo se le aziende ampliano la loro superficie, prezzi del terreno che sono saliti alle stelle, senza che, in realtà, il bene – terra abbia un reale ritorno in termini di redditività. «Quando studiavo estimo all’università – ricorda Giuseppe Sarasso – ci dicevano che l’investimento doveva avere un ritorno del 2 per cento, cioè che l’acquisto del terreno si sarebbe dovuto pagare in 50 anni. Oggi il limite si è spostato all’infinito, eppure la caccia al terreno agricolo è sfrenata. Ma non basta, perché sull’attività agricola e risicola in particolare, sono molte altre le nubi che si addensano». E il discorso spazia sul tema di una burocrazia asfissiante, regole assurde per un’attività che già si deve occupare di aspetti molteplici e che porta gli imprenditori a dividere il loro tempo alla pari tra coltivazione vera e propria e tempo impiegato in gestione burocratica. Un problema non certo di natura politica, perché non pare esserci differenza tra  ideologie al potere.

L’agricoltura è criminalizzata?

«Aggiungo – spiega ancora Giuseppe Sarasso – che l’agricoltura tradizionale che rappresenta circa il 97 per cento del totale, viene criminalizzata. Noi siamo considerati avvelenatori, anche se offriamo ogni anno cibo più sicuro e più abbondante. Se fosse possibile coltivare senza fitofarmaci perché dovremmo usarli? Io ho fatto un semplice conto e posso dire che in 40 anni di attività ho speso circa 60.000 euro l’anno, in valuta attuale, per l’acquisto di fitofarmaci. Se avessi potuto tenermeli in tasca avrei accumulato un gruzzolo davvero enorme. Ma coltivare senza fitofarmaci non si può, da quando il lavoro delle mondine è stato sostituito da mezzi di produzione che rispettano la persona». E qui si apre una complicata parentesi sui sistemi di coltivazioni cosiddetti “biologici” che proprio in campo risicolo appaiono i meno praticabili, per difficoltà oggettive, dato che erano le mani dell’uomo (anzi molto spesso delle donne) a sostituire gli attuali diserbanti e non attrezzature meccaniche. E oggi chi accetterebbe di tornare a lavorare a schiena piegata nel fango?

«Ma non basta – aggiunge Giuseppe Sarasso – oggi dobbiamo fare i conti con normative sull’uso dei fitofarmaci che hanno ridotto moltissimo i principi attivi disponibili e i quantitativi impiegabili. Questo sta causando l’insorgere di resistenze nelle piante, che attraverso mutazioni sopravvivono agli interventi di controllo. Il risultato è una selezione di malerbe resistenti ai diserbanti, mentre per un’azienda chimica produrre un nuovo principio attivo significa anni di lavoro e sperimentazione, con costi colossali».  Tenendo conto che ridurre le dosi dei pochissimi diserbanti ancora ammessi può significare agevolare l’insorgere di “super infestanti” resistenti, esattamente come succede quando un organismo animale assume antibiotici sotto dosati o per periodi troppo brevi, diventando così insensibile a quell’antibiotico.

La proposta di Giuseppe Sarasso in risaia

Come componente del cosiddetto Gruppo Riso dell’assessorato regionale all’Ambiente, Giuseppe Sarasso ha proposto di reintrodurre principi attivi poco tossici esclusi dal commercio, per evitare che i pochissimi principi attivi oggi ammessi finiscano presto nel mirino delle analisi delle acque superficiali. In sostanza una proposta che vorrebbe la rotazione dei principi attivi impiegati in risaia, e che pare del tutto ragionevole e praticabile. Ma ancora tutto tace, anche per colpa di una pandemia che sta rimandando, e dunque ammassando, una enorme quantità di problemi.  Con la complicità di una burocrazia che sembra lenta e poco disponibile a recepire ogni innovazione.

Eppure in questi anni la risicoltura ha fatto passi da gigante, non solo attraverso un aumento delle produzioni e un considerevole minor impatto ambientale, ma anche creando un “ambiente di lavoro” molto più sicuro per gli addetti. Basterebbe pensare alle irroratrici di diserbanti che lavorano a bassa pressione e non “atomizzano” le miscele distribuite tra i campi.  «Oggi – termina Giuseppe Sarasso – se dopo mezzo secolo di attività agricola volessi farsi un giro sul trattore, sarei costretto a sottopormi ad un esame di  “abilità”». Ogni commento è inutile. Autore: Giovanni Rossi

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