L’UOMO CHE PARLA ALL’ACQUA

La storia di Giuseppe Pastormerlo

Per molte aziende il problema è portarla via, per altre si fa fatica ad averne abbastanza quando serve e quando non se ne usa non si sa dove metterla. Di certo per l’Eldorado della risicoltura, a cavallo tra Novara, Vercelli e Pavia, l’acqua resta un patrimonio unico ed irrinunciabile, la vera ragione di sopravvivenza per una coltivazione che ancora oggi si dice debba nascere e morire nell’acqua. E c’è chi ha dedicato una vita di lavoro proprio nell’impegno di un corretto e parsimonioso utilizzo dell’acqua, anche in anni in cui si era convinti che le risorse del pianeta fossero abbondanti e illimitate. Lo racconta Giuseppe Pastormerlo, agricoltore alla cascina Santa Veronica di Garlasco, nel triangolo disegnato con Alagna e Tromello. Una zona dove la terra “leggera” è la norma e dove a bagnare prati e mais ci mettevano giorni e giorni.

Il racconto di Giuseppe Pastormerlo

«Sono agricoltore per nascita – racconta  Giuseppe Pastormerlo – lo erano mio nonno e mio padre e forse altri antenati prima di loro. Io mi sono avvicinato al lavoro dei campi da bambino. Non tanto per la dedizione alle coltivazioni ma quasi esclusivamente per la passione per i motori e la meccanica. Erano gli anni in cui in azienda convivevano cavalli e trattrici, le prime, e io a sei anni, nelle ore dopo la scuola, stavo appollaiato sul seggiolino del trattore, sognando di farlo per un giorno intero». In casa sua non riescono a tenerlo lontano da quei mezzi sbuffanti e rumorosi e il papà cerca di ritagliargli qualcosa da fare. Diventa una sorta di “avanti un pàs”, quell’ordine “avanti un passo” che veniva dato ai cavalli quando si caricava erba e fieno sul carro, e un uomo solo, con la voce, guidava il cavallo mentre caricava forcate di foraggio destinato alla stalla. «Poi guidavo il trattore quando si distribuivano i mazzi di riso da trapiantare alle mondariso – ricorda   Pastormerlo – insomma lavoretti semplici, perché a casa mia speravano che studiassi da geometra e non volevano che stessi troppo in campagna. Mentre i dipendenti dell’azienda mi prendevano in giro e dicevano che gli rubavo il lavoro».

Anni spensierati, come solo la vita in cascina può dare a un ragazzo, impegnato più a nascondere i libri che a studiare la lezione. Tanto che, inevitabilmente, arrivato alla fine del primo anno di studio, in un istituto per geometri, il quattordicenne  Giuseppe Pastormerlo affronta i genitori con un  perentorio “Voglio smettere di studiare, voglio lavorare nei campi”. «Ai miei erano cadute le braccia – ricorda  Giuseppe Pastormerlo – e da quel momento mio padre mi destinò ai lavori che erano più faticosi e che meno mi piacevano, soprattutto nella stalla, che detestavo. Poi, dopo qualche settimana, mi chiese se ero ancora deciso a lavorare in cascina. E la mia risposta era senza ombra di dubbi: certamente sì».

Proprio la stalla dei bovini diventa l’incubo per il neo agricoltore di Garlasco, che non ha problemi ad ammettere la sua scarsa predisposizione ad ogni tipo di allevamento, tanto che vede come una vera disgrazia la destinazione del servizio militare in un reparto di artiglieria someggiata, dove si deve occupare di una settantina di muli. Ma nel maggio del 1970 il servizio militare termina e  Giuseppe Pastormerlo è pronto a prendere in mano le redini della coltivazione, iniziando da un vero ultimatum al padre: “Vendi la stalla”. «Lui accettò –  prosegue Giuseppe Pastormerlo – erano anni in cui quasi tutte le stalle chiudevano e fu un processo direi naturale. Già da allora iniziai ad occuparmi di una corretta gestione dell’acqua, perché coltivo terreni che si trovano alla fine di cavi di irrigazione e la disponibilità di acqua non è sempre garantita. Non è colpa delle risaie perché quando c’erano i prati se ne consumava ancora di più, con irrigazioni ogni dodici giorni e la terra soffice che “beveva” tantissimo. Il problema è che l’acqua spesso non viene gestita in modo corretto e parsimonioso. Così si fa un vero mercato dei supplementi di acqua, cioè di quantità di acqua che vanno oltre il diritto fissato per ogni singola azienda e pagato non in base al consumo, ma proprio al diritto d’acqua».  

Capita così che mentre Giuseppe Pastormerlo cerca di sensibilizzare agricoltori e consorzi di irrigazione sull’importanza di non sciupare l’acqua delle risaie e di garantire un uguale servizio a tutti quelli che ne necessitano, anche in campagna viene messa a punto una strategia di coltivazione che agisce in questo senso. «In primavera – spiega Giuseppe Pastormerlo – preparo il terreno come per la semina in acqua, cioè allago la risaia e “pesto” il terreno con cura, meglio se con le ruote a gabbia. Quindi faccio sgrondare le camere e semino a file sul terreno umido. Il risultato è un’ottima impermeabilizzazione del terreno e una rapida emergenza del riso. Mentre chi semina in asciutta, cioè la quasi totalità delle aziende della zona, poi deve fare i conti con un terreno che “beve” una enorme quantità di acqua. Ecco perché in estate poi i fossetti sono asciutti,  perché vengono comprati i supplementi di acqua di irrigazione da chi la spreca. Ma è una battaglia che porto avanti da molti anni, anche con prese di posizione scritta in molte sedi opportune. Ma ora devo ammettere che resterà una mia lotta contro i mulini a vento». 

Un antidoto a questo problema della scarsa disponibilità di acqua nei mesi estivi, secondo Giuseppe Pastormerlo, potrebbe essere un rilancio delle coltivazioni di frumento, ma oggi i bassi prezzi in rapporto alle produzioni in zona non offrono prospettive praticabili. «Di certo – termina Pastormerlo – oggi devo ammettere che sono contento di essere in fase di uscita dall’impegno in azienda. E’ tutto troppo complicato. Vorrebbero che si usassero meno fertilizzanti, meno diserbanti, meno di tutto, con prezzi più bassi e aumento delle produzioni. Non è possibile. Intanto gettano dappertutto fanghi puzzolenti che l’agricoltura deve smaltire. Eh no, è troppo. Io ho fatto la mia parte e non mi sento più di combattere con le troppe difficoltà che oggi si devono affrontare. Anni fa si presentò un giovane che mi disse che voleva fare l’agricoltore perché amava la terra. Io gli ho spiegato di lasciar perdere. E resto di questo parere». Autore: Giovanni Rossi

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