L’EFSA ASSOLVE IL GLIFOSATE

FacebookLinkedinTwitterWhatsAppPrintEmailMentre in Italia si ravvivano, in seguito alle notizie di cronaca (http://www.risoitaliano.eu/finto-bio-sei-denunce-a-vercelli/), le polemiche sullo scandalo del falso riso “biologico”, l’ EFSA (European Food Safety Authority) ha aggiornato, al...

foto FlavioMentre in Italia si ravvivano, in seguito alle notizie di cronaca (http://www.risoitaliano.eu/finto-bio-sei-denunce-a-vercelli/), le polemiche sullo scandalo del falso riso “biologico”, l’ EFSA (European Food Safety Authority) ha aggiornato, al termine di un complesso lavoro di studio e valutazione, il profilo tossicologico del Glifosate. Sostanza attiva utilizzata per il diserbo non selettivo in agricoltura (anche se in risicoltura con un ruolo relativamente marginale) ma non meno diffusamente in ambiti extra agricoli (diserbo di aree stradali, ferroviarie, urbane ecc.). Lo riferisce la stessa Autorità in un comunicato del 12 novembre ( http://www.efsa.europa.eu/it/press/news/151112 ), in cui si annuncia la fissazione di nuovi parametri tossicologici per la sostanza attiva.

In specie la dose acuta di riferimento (DAR o ARfD -acute reference dose- nella terminologia di origine anglosassone utilizzata peraltro anche negli studi tossicologici italiani) è fissata a 0,5 mg per kg di peso corporeo. Allo stesso livello (0,5 mg per kg di peso corporeo) stata fissata anche la dose ammissibile giornaliera (DAG o ADI  -acceptable daily intake- secondo la denominazione anglosassone). Il livello ammissibile di esposizione dell’ operatore (LAEO, ovvero AOEL  -acceptable operator exposure level) è stato posto invece a 0,1 mg per kg di peso.

Ma il dato forse più rilevante e clamoroso che emerge dagli studi dell’ EFSA riguarda il presunto rischio di potenziale cancerogenicità del Glifosate, recentemente ipotizzato da uno rapporto  IARC (Centro internazionale di ricerca sul cancro). Sulla base di nuovi dati, “…esaminata una corposa massa di evidenze scientifiche, compresi alcuni studi di cui IARC non ha tenuto conto…”, l’ EFSA conclude che “… è improbabile che il glifosato sia genotossico (cioè che danneggi il DNA) o che rappresenti una minaccia di cancro per l’uomo”.

Le nuove risultanze scientifiche, che saranno utilizzate dalla Commissione Europea per decidere se mantenere Glifosate tra le sostanze attive ammesse come prodotti fitosanitari (il processo di revisione del Glifosate è attualmente in atto, con la Germania come stato membro relatore) segnano probabilmente un importante punto a favore del rinnovo dell’ autorizzazione di questa sostanza attiva, recentemente al centro di velenose polemiche e di discusse iniziative politiche “proibizioniste”, che a questo punto sembrerebbero perdere uno dei loro “punti di forza”.

In risicoltura il Glifosate è, come si diceva, una sostanza attiva di impiego complessivamente secondario (è escluso, ad esempio, da alcuni disciplinari di produzione del riso utilizzato nei prodotti per l’ infanzia, senza conseguenze sulla redditività della coltura). Ben più rilevante il suo ruolo per altre coltivazioni, oltre che in pratiche agroambientali come l’ agricoltura “conservativa” (incentivata tra l’ altro dai PSR) per la quale questa molecola assume un ruolo pressoché fondamentale. Notevolissimo (anche se non sempre precisamente quantificabile e spesso esente da ogni controllo) il suo impiego in ambiti extra agricoli, dal diserbo delle aree ferroviarie e stradali, alle aree industriali ed urbane, fino all’ uso domestico (è contenuto in molti prodotti diserbanti per uso “garden”). Inoltre, nei numerosi Paesi che consentono la coltivazione di specie geneticamente modificate, Glifosate è utilizzato per le colture (soia e mais in primis) ingegnerizzate con l’ introduzione di un gene di resistenza all’ erbicida.

Alcune Regioni italiane sono già intervenute con norme restrittive circa l’ impiego di questa sostanza attiva. La Toscana ne ha vietato l’ uso in ambiti non agricoli. La Lombardia, con la DGR 3233, ha posto invece alcuni vincoli all’ uso del Glifosate sia in ambito extra agricolo (subordinandone l’ impiego alla prescrizione da parte di un tecnico abilitato come consulente fitosanitario) che in agricoltura, con alcuni limiti alla SAU trattabile che entreranno in vigore dal 2016 (http://www.risoitaliano.eu/approvato-il-pan-lombardo/). Tutto ciò anche sulla base dei rinvenimenti nei corpi idrici del suo metabolita, l’ acido aminometilfosfonico (AMPA). Che peraltro è contenuto in molti detergenti e disincrostanti di uso industriale e civile, per cui non risulta facile individuarne la precisa origine (contaminazioni da AMPA sono state rilevate ad esempio lungo il corso dell’ Adda in alta Valtellina e in altri corsi d’ acqua in alta Valchiavenna, ovvero in zone dove l’ agricoltura è marginale o pressoché inesistente).

D’ altro canto, sul piano ecologico, la sostanza attiva presenta valori di KoC e GUS (parametri che in sostanza indicano rispettivamente la capacità della molecola di legarsi ai colloidi del terreno e la lisciviabilità della stessa) che sembrerebbero indicare una sua scarsissima mobilità. Il che potrebbe far pensare che le possibili contaminazioni dei corpi idrici siano riferibili ad altri impieghi o ad usi non corretti del prodotto fitosanitario.

Quello del corretto impiego dei prodotti fitosanitari, inteso sempre in un’ ottica “integrata” e comunque in senso lato (dall’ individuazione dei criteri decisionali come epoche e dosi d’ intervento, fino agli aspetti operativi come le modalità di esecuzione e la gestione della fase post-trattamento), è un fronte su cui chi opera in maniera professionale si è già impegnato, ma su cui va  mantenuto un crescente livello di attenzione.

D’ altra parte qui non si tratta di difendere in maniera apodittica una sostanza, un prodotto o una tecnologia, ma di trovare, in maniera molto “laica” e pragmatica, i metodi per renderne l’eventuale impiego quanto più sostenibile. Il che rende quanto mai fastidiose, perlomeno agli occhi del tecnico indipendente, le posizioni di chi apoditticamente vuole emettere sentenze di  pregiudiziale condanna.

In ultima analisi, oltre alle questioni di merito, esiste su questi temi una questione di metodo in cui si scontrano l’ approccio “razionalista” e quello “proibizionista”. Partendo dall’ inevitabile presupposto oggettivo per cui ogni attività della specie umana è impattante sull’ ambiente da quando i nostri primitivi antenati scoprirono la possibilità di produrre energia distruggendo risorse naturali con il fuoco, solo un approccio “razionalista” alle tematiche ambientali pare in grado di garantire la sostenibilità della nostra stessa esistenza.

I nuovi sviluppi della “querelle Glifosate” saranno da questo punto di vista un interessante banco di prova per verificare se chi ha assunto su questa ed altre vicende posizioni rigidamente “proibizioniste”  nei confronti di ogni innovazione e ricerca tecnologica in agricoltura vorrà, alla luce delle nuove risultanze scientifiche, rivedere la sua linea. O se vorrà mantenere un approccio “ideologico”, improntato ad una sorta di “luddismo verde” orientato a distruggere l’ agricoltura moderna, piuttosto che a ricercare uno sviluppo economicamente ed ecologicamente sostenibile. Autore: Flavio Barozzi, dottore agronomo –flavio.barozzi@odaf.mi (15.11.2015)

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