NUOVA ALLERTA: NEMATODE “CISTICOLO”

Un nuovo problema segnalato all'Eppo: il parassita si trova nel mais e nel riso. Rinvenuto nel Novarese

Il Servizio Fitosanitario piemontese ha diramato un’allerta all’EPPO riguardante la comparsa di un nuovo nematode parassita, il quale presenta una gamma di ospiti molto ristretta: mais e riso. I primi ritrovamenti nel 2013 sono avvenuti proprio nel granoturco. I siti di ritrovo – che oggi riguardano anche il riso – al momento sono puntiformi e di quantità esigua, ma già pericolosamente distribuiti, infatti sono stati ritrovati focolai in Emilia, Lombardia e Piemonte; in particolare in quest’ultima regione si hanno 5 riscontri nella provincia di Novara. Il Ministero delle politiche agricole, informato dalla Regione Piemonte, ha deciso di costituire un gruppo di lavoro.

Heterodera Elachista è  il nome scientifico dell’organismo: rientra nell’ordine dei Tylenchida, nematodi endoparassiti sedentari delle radici, per cui sviluppa l’attacco partendo da questo apparato della pianta ed  effettua la schiusa delle uova grazie allo stimolo degli essudati radicali stessi. Le uova sono racchiuse in cisti che si creano attraverso una trasformazione del corpo della madre, la quale può così proteggere un numero elevato di embrioni in maniera più che ottimale, arrivando a preservarne la schiusa fino a 40 anni dopo la creazione (tempo di resistenza delle cisti in laboratorio, su barbabietola). Per questa ragione, gli addetti ai lavori lo chiamano già “nematode cisticolo”.

A questo punto, qualcuno ricorderà il nematode galligeno: in realtà, nel caso della Heterodera Elachista le ovature sono slegate dall’apparato radicale stesso – al contrario delle galle che sono in contiguità con la radice – senza dunque doverne dipendere in alcun modo, il che rende il parassita assai pericoloso. 

I danni che si riscontrano in seguito all’attacco sono: rachitismo (prima dell’apparato radicale e poi su tutta la pianta), crescita stentata, in alcuni casi clorosi e, in caso di attacco massiccio, morte della pianta, tutti eventi da cui scaturiscono perdite di raccolto. Va ricordato che i nematodi, avendo l’apparato boccale a stiletto sono dei fitomizi (succhiatori) che possono, quindi, infettare le piante anche attraverso il rilascio della saliva, mentre si nutrono, se questa risulta contaminata da virus che recuperano in altri organismi vegetali, diventando quindi vettori.

Gli attacchi sono favoriti dalla “stanchezza del terreno” dovuta alla monocultura insistita; ad esempio, i primi focolai rinvenuti in Emilia si presentarono in colture di mais ripetute, anche se in rotazione, ogni 2/3 anni, con soia o cereali autunno vernini. Per prevenire gli attacchi è consigliabile utilizzare materiale di propagazione sano e certificato, varietà resistenti e, soprattutto, strutturare le scelte agronomiche sulla tecniche delle rotazioni: come i risicoltori sanno, quest’ultimo è un buon consiglio per molte problematiche, ma in questo caso diventa anche mezzo di lotta. In seguito ad attacco, infatti, viene consigliata una rotazione quadriennale (come avvenuto nel focolaio emiliano, che, dopo 4 anni, nel 2017, è stato seminato nuovamente con mais e già dal 2015 non erano state ritrovate cisti) utilizzando per un periodo le colture nematocite: Solanacee (Solanum Nigrum), Asteracee, Liliacee e Verbenacee possono essere buone scelte, grazie ai loro essudati radicali tossici per i nematodi, ma le Brassicacee sono le più consigliate, in virtù della produzione in decomposizione di isotiocianato (sostanza ad elevata attività antiparassitaria). Altro mezzo agronomico di lotta è la sommersione, che provoca la morte del parassita per asfissia, essendo questi degli organismi aerobi.

Questa circostanza sembra scongiurare i rischi di attacco in risaia, ma i cicli riproduttivi di questi organismi sono brevi (in una stagione fino a 5 cicli) e le cisti molto resistenti, attivate semplicemente dalla presenza nel terreno delle radici, anche appena nate, il che mantiene il rischio di attacco intatto anche nella nostra coltura vocata, soprattutto in seguito a semina in asciutta. In caso di attacco massiccio l’unico mezzo di disinfestazione è la cessazione dell’attività produttiva nella camera per un anno, effettuando la sommersione stagnante e i trattamenti chimici adatti.

La diffusione avviene passivamente, attraverso spostamenti di masse terrose o, più frequentemente, idriche: si parla infatti di organismi idrobionti (capaci di muoversi solo nei fluidi). Anche l’attività dell’uomo può chiaramente influire (macchinari sporchi o materiale di propagazione infetto): fortunatamente l’organismo non è né trasmissibile per seme né attraverso organismi vettori. L’attacco è difficile da riscontrare in assenza di sintomi, le minuscole cisti si trovano nei pressi delle radici, simili ad una polvere che le cosparge; nonostante ciò in caso di riscontro sarebbe buona norma consultare il proprio tecnico di fiducia per tempo, così da avere la certezza dell’attacco e, oltre a poter apportare le dovute misure correttive, permettere la registrazione dei nuovi focolai nell’ottica di un monitoraggio completo e puntuale che possa prevenire, nei limiti del possibile, un’epidemia che potrebbe essere dannosa per le due colture più sfruttate degli agricoltori della Pianura Padana. Autore: Ezio Bosso. (AVVISO)

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