INQUIETA LA PAC DEGRESSIVA

Lanfranchini
Giovedì 29 gennaio si è svolto presso la sala FAN di Novara il convegno organizzato dallo Studio Pulsar di Fabio Lanfranchini sulla risicoltura. Quest’anno l’evento coincide con il ventennale del CAA di Borgolavezzaro (Novara). Lo stesso Lanfranchini, affrontando la programmazione della Pac, ha proposto un’analisi economica dei fondi destinati al prossimo settennato di applicazione. Si è ragionato su quello che comporterà per le aziende la decisone di eliminare i Titoli di Conduzione, ma soprattutto si sono analizzate le potenziali ripercussioni vista l’applicazione della degressività obbligatoria e del tetto massimo per agricoltore di 100.000 euro, previsto dal regolamento. Questa scelta della Comunità Europea potrebbe avere un impatto importante per le grandi aziende, soprattutto risicole, che rischiano di veder ridotti i contributi.
Ciò vale per tutte le aziende con premio superiore ai 20.000 euro, ma con un taglio netto della quota superiore ai 100.000 euro. Successivamente il ragionamento si è spostato su altre norme introdotte nella nuova programmazione come il blocco dei pagamenti agli agricoltori pensionati, altro aspetto fondamentale per la futura gestione di un gran numero di imprese agricole. Infine, il tecnico novarese si è soffermato sugli accordi con Mercosur e India.

E SE GLI ACCORDI NON FOSSERO COSI’ DETERMINANTI?

Lanfranchini dopo aver sintetizzato gli aspetti più importanti di questi accordi, e le potenziali ricadute soprattutto per il comparto risicolo, ha stimolato gli imprenditori presenti a non fidarsi esclusivamente dei titoloni usciti su giornali e web perché spesso forvianti e faziosi. Certamente gli accordi possono influire sui prezzi del riso che già oggi, senza le ripercussioni di questi accordi, non sono remunerativi per i produttori.
Ma «dobbiamo anche cercare di ragionare come Paese Italia e non ridurre il focus solo al comparto risicolo; per l’Italia questi accordi possono portare ad un incremento dell’export e molti settori sono ovviamente favorevoli. Indubbiamente il comparto risicolo dovrà fare i conti con maggior importazione da paesi che producono a costi decisamente inferiori ai nostri, ma ricordiamoci che sono già stati fissati i quantitativi da importare nei prossimi anni e, fortunatamente, si parla solo di qualche decina di migliaia di tonnellate. Dobbiamo quindi ragionare sull’accordo, sulle sue criticità ma anche sui segnali che i mercati ci stanno fornendo.

IL VALORE DELLA QUALITA’

L’accordo con paesi sudamericani e indiani porterà sicuramente all’aumento del valore dei nostri risi di qualità, produzioni esclusive italiane. Non potremo mai essere concorrenziali sulla produzione di riso indica – ha sottolineato – e dovremo quindi concentrarci su produzioni di qualità con standard qualitativi altissimi che andranno a contrapporsi all’importazione di risi prodotti con garanzie di salubrità differenti. L’Italia è un grande orto se paragonato a giganti come Brasile e India, e come tale deve trattare le sue produzioni che devono essere valorizzate a 360 gradi.
Il riso non è una commodity qualunque: è territorio, paesaggio, economia e cultura; difendere la risicoltura non significa chiudersi al mondo, ma pretendere condizioni eque per competere. Per le aziende risicole italiane il rischio principale non è la concorrenza in sé, ma la concorrenza non regolata, basata su costi di produzione che non rispettano gli stessi standard tecnici, ambientali e normativi. Solo regole uguali, filiere forti e costi sotto controllo potranno continuare a garantire spazio di mercato ai risicoltori italiani».
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