VIVA LA TECNOLOGIA! (83 ANNI)

La storia di Giacomino Mezza
Giacomino Mezza
Giacomino Mezza

Studiare o lavorare in campagna? Un bivio nella vita che ancora riguarda, fortunatamente, migliaia di giovani nati nel mondo agricolo e che lì vogliono restare. Un bivio che per Giacomino Mezza, 83 anni, una vera istituzione nel mondo risicolo vercellese, si presentò a soli 13 anni. Quando al padre capitò di poter condurre in affitto la cascina a Casalrosso, in Comune di Lignana. Un’occasione importante, una delle prime, di una vita piena di soddisfazioni e di lavoro duro. Allora l’agricoltura era un’altra storia.

A Casalrosso c’era una grande stalla e tanti prati, perché era il bestiame a fare l’ossatura del bilancio. Anche perché in quegli anni c’era la guerra di Corea e c’era l’imponibile di manodopera, con un limite alla coltivazione del riso, perché “In Italia ce n’è troppo”, dicevano. Per Giacomino Mezza, che cresceva a forza di badili consumati, l’incubo era quello di partire per il militare e restare lontano dal suo riso. Ma poi era arrivato il Mec, il Mercato comune europeo, e l’Europa aveva intuito che solo con un’agricoltura forte poteva nascere un continente unito politicamente ed economicamente con le spalle larghe. 

Risone a settemila lire

«Ricordo – racconta Giacomino Mezza – che subito dopo le prime mosse del Mercato comune europeo il prezzo del riso era salito, mi pare a 7 mila lire il quintale. Era tanto. A Sali Vercellese, dove avevamo un’azienda dell’Ordine Mauriziano, in affitto, accanto alla trebbia fissa avevamo una stalla perfettamente in ordine e strutture sempre in perfetta efficienza. Ma poi iniziò a mancare manodopera qualificata, per la concorrenza del biellese. Qui c’era personale che aspettava solo di poter evitare di lavorare e ci era capitato di dovere fare noi la mungitura, dopo il lavoro nei campi». 

Il risultato è che la stalla chiude. Come al solito nel pianeta della risicoltura. Intanto attorno è cambiato tutto. Il ricordo di quando il piccolo Giacomino andava con il carro a prendere le mondine in stazione è svanito da tempo. Le aziende crescono di dimensione, arrivano le nuove tecnologie a stimolare lo spirito di iniziativa dei campi e per Giacomino Mezza, nel 1991, arriva anche quella che lui racconta come “la più grande soddisfazione dopo la nascita dei figli”. Perché è un fatto più unico che raro che a un agricoltore venga proposta la conduzione di una grande azienda agricola. E l’azienda agricola è di oltre 150 ettari ed è quella del Castello di Sali Vercellese, di proprietà della famiglia Saviolo. 

L’embrione di Sapise

«Mi chiamò l’avvocato Lojacono, nipote di Saviolo – ricorda Giacomino Mezza – perché aveva notato la cura con cui noi coltivavamo le risaie e ci chiese di seguire anche questa straordinaria proprietà. Oltre a questo di straordinario c’era l’ex proprietario. Eusebio Saviolo, scomparso nel 1964, era persona estremamente illuminata, che aveva promosso l’Associazione agricoltori locale e si era battuto per dare anche al mondo agricolo una cassa infortuni sul lavoro, che allora era prerogativa solo degli operai dell’industria. Aveva costruito case accoglienti per i suoi dipendenti, che considerava come la sua famiglia. Quando nevicava chiamava tutti i pensionati della zona per far loro guadagnare un po’ di soldi nella pulizia delle strade e reclutava temporaneamente le mondine più bisognose rimaste disoccupate per gli scioperi di quegli anni. Un vero benefattore che andrebbe conosciuto nel suoi libro, “Il dono del mio lavoro”, che ne tratteggia perfettamente la figura».

Intanto l’impegno di Giacomino Mezza si allarga al di fuori dei cancelli dell’azienda. Negli anni ’70 inizia l’interesse degli agricoltori per il riso coltivato in Sardegna e destinato alla risemina. Si dice sia migliore, più resistente e con meno grana rossa. L’Unione agricoltori vercellese promuove una forma di acquisto consortile e si crea un rapporto di collaborazione con la coltivazione sarda di riso, forte di imprenditori eccellenti e di una zone particolarmente vocata nell’oristanese. Giacomino Mezza è tra i primi partecipanti a quella iniziativa, destinata ad essere l’embrione della Sapise, una cooperativa agricola creata per la messa in commercio di semente di riso certificata. «Eravamo pochi soci – continua Giacomino Mezza – ricordo Antonio Falchi, risicoltore sardo molto preparato, poi Antonio Dellarole, Giuseppe Roncarolo, Giuseppe Caresana, Claudio Cirio, Degrandi di Robbio. Ci fu anche il contributo prezioso di Buffa, direttore Ense. Anche se forse la nostra carta vincente fu uno studioso di origine cinese, che aveva avuto esperienze internazionali nel mondo della ricerca genetica nelle Filippine».

L’epopea del Venere

In realtà questo studioso cinese di nome Wang aveva lavorato al prestigioso International Rice Research Institute di Los Banos, vicino a Manila. Poi aveva deciso di far perdere le proprie tracce e di trasferirsi in Italia contribuendo in modo determinante all’evoluzione di Sapise. In particolare si impegnò a indirizzare lo sviluppo del riso nero, il Venere, come esempio di “varietà funzionale”, cioè destinata a un impiego che valorizzi particolari doti salutistiche.  «Dico sempre che io sono e resterò sempre un agricoltore – aggiunge sorridendo Giacomino Mezza – ma questa nostra creatura, cui ho avuto l’onore di essere partecipe, è cresciuta e si è affermata. Penso al contributo dato alla diffusione delle varietà cosiddette Clearfiend, con il famoso Libero, che una quindicina di anni fa ha rivoluzionato la risicoltura, non solo per la resistenza a un diserbante a larghissimo spettro, ma anche perché il mercato italiano cercava varietà a profilo Indica che non fossero provenienti dalla Spagna. Per il Venere io sono stato tra i più convinti sostenitori. Certamente la produzione non è elevata, ma anche ricerche fatte all’università di Pavia ne confermano la validità. Io mi adoperai per diffonderne la conoscenza».

E così la lunga fila di successi si allunga e anche oggi Giacomino Mezza torna a volte a visitare tecnici e ricercatori nei centri di Acquacrosa o Collobiano, e si dimostra sempre attento al loro lavoro, tanto da essere sempre un ospite gradito per il responsabile della ricerca Laura Casella o per il direttore Carlo Minoia. Perché il fattore esperienza nel mondo del riso resta un patrimonio di valore inestimabile. «Ma non chiedetemi se era meglio prima – scherza Giacomino Mezza – Ma no, meglio oggi, meglio la tecnologia, il computer. Il mondo va avanti e a noi resta il compito di seguirlo nel progresso». Autore: Giovanni Rossi

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