MONDINE SUL CANAL GRANDE

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coldirettiMondine sul canal grande. Col cappellino di paglia e il fazzolettone giallo. Coldiretti porta in queste ore la protesta dei risicoltori in tutte le regioni che producono riso, a partire dal Veneto. Ma anche nella Grande Mela italiana: i produttori di riso hanno occupato di buon’ora via Melchiorre Gioia, nel tratto adiacente Piazza Città di Lombardia, per gridare a tutti che il riso italiano è in pericolo. Colpa delle “speculazioni sull’import a basso costo dai Paesi asiatici e in particolar modo dal prodotto a dazio zero proveniente dalla Cambogia” dicono i comunicati della bonomiana. I risicoltori recano cartelli con slogan tra cui “Sì alla clausola di salvaguardia”, “riso italiano = qualità” . Accanto a loro anche un gruppo di mondine che distribuisce ai passanti un sacchetto di riso del territorio. Ecco cosa dichiarano alcuni risicoltori lombardi. Stefano Ogliari, 29 anni, di Certosa (Pavia) – Di formazione geometra, lascia la professione durante il periodo del praticantato per dedicarsi all’azienda di famiglia, dove si contano 100 ettari a risaia. “Andare avanti così è impossibile – spiega Stefano – Chi produce riso per l’export non può competere con i bassi costi produttivi dei Paesi asiatici. Così molti hanno deciso di cambiare, puntando sulle varietà da interno, ma ormai il mercato è saturo e i prezzi crollano. Io non voglio rinunciare all’unicità del mio Carnaroli, ma penso che queste varietà storiche tipiche delle nostre terre dovrebbero essere valorizzate e tutelate, magari con un marchio di garanzia e con l’etichettatura d’origine. Solo così potremo salvare il vero riso italiano”.  Fabio Camisani, 44 anni, di Gaggiano (Milano) – Figlio di risicoltori, coltiva 140 ettari con varietà da interno. “Ormai produciamo in perdita – spiega – Con quello che ci viene pagato il riso non riusciamo più a coprire i costi di acqua, energia, gasolio, fertilizzanti. Se le aziende sono costrette a chiudere, che ne sarà del riso italiano? Chi terrà puliti prati e fossi, garantendo la tenuta del territorio contro fenomeni meteorologici sempre più intensi?” Antonio Cogna, 74 anni, di Senna Lodigiana (Lodi) – Agricoltore storico, coltiva riso da trent’anni e oggi è affiancato dal figlio in azienda. “Mi hanno tolto la voglia di lavorare – dice con voce piena di rabbia – L’anno prossimo dove posso metterò la soia, con il riso non c’è più niente da fare. Il diserbo mi costa più di quanto poi riesco ad incassare dalla vendita. E’ impossibile stare in piedi così. E le banche non ci aiutano. Si spera sempre che la situazione possa raddrizzarsi, ma è dura: nei magazzini ho il riso già venduto, ma non passano a ritirarlo e non mi pagano. Mi sento come un condannato al patibolo”. Anche Bologna è stata presidiata ieri. I suoi vertici hanno incontrato l’assessore regionale all’agricoltura Tiberio Rabboni spiegando che l’Italia è ancora il primo produttore europeo di riso su un territorio di 216mila ettari con un ruolo ambientale insostituibile e opportunità di lavoro nell’intera filiera per oltre diecimila famiglie tra dipendenti ed imprenditori e che in Emilia Romagna il riso viene coltivato su 6.500 ettari e raggiunge una produzione di 40 mila tonnellate, ma “la situazione è drammatica per le speculazioni sull’import dai Paesi asiatici che stanno schiacciando i produttori piegati da costi che hanno abbondantemente superato i ricavi per la varietà “Indica”. Le importazioni agevolate a dazio zero dalla Cambogia e dalla Birmania hanno fatto segnare un aumento del 754 per cento nei primi tre mesi del 2014 rispetto allo scorso anno e a rischio c’è anche la salute dei consumatori con il sistema di allerta rapido Europeo (Rasff) che ha effettuato quasi una notifica a settimana per riso e prodotti derivati di provenienza asiatica per la presenza di pesticidi non autorizzati e assenza di certificazioni sanitarie, nel primo semestre dell’anno. In Italia tale trend ha comportato nel tempo la riduzione della coltivazione di riso varietà “Indica”, che nel 2014 evidenzia una riduzione di 15.446 ettari (–21,6 per cento). L’accordo Everything But Arms (Tutto tranne le armi), che ha portato all’azzeramento dei dazi, ha favorito – denuncia la Coldiretti – l’insediamento di multinazionali in Paesi meno avanzati dove hanno fatto incetta di terreni e si coltiva riso senza adeguate tutele del lavoro e con l’utilizzo di prodotti chimici vietati da decenni nelle campagne italiane ed europee. Dallo sfruttamento in Asia alle speculazioni in Europa dove il riso Indica lavorato cambogiano arriva in Italia ad un prezzo riferito al grezzo inferiore ai 200 euro a tonnellata, pari a circa la metà di quanto costa produrlo in Italia nel rispetto delle norme sulla salute, sulla sicurezza alimentare e ambientale e dei diritti dei lavoratori, secondo il Dossier della Coldiretti. Con rischi anche per i consumatori perché la produzione straniera può essere spacciata come nazionale non essendo obbligatorio indicare in etichetta l’origine nelle confezioni in vendita. Nel dossier consegnato alle istituzioni, Coldiretti chiede l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza, l’obbligo di definire nella ristorazione il prodotto precotto (parboiled) dal prodotto cucinato tal quale, la pubblicità dei nomi delle industrie che utilizzano riso straniero, l’applicazione della clausola di salvaguarda nei confronti delle importazioni incontrollate, ma anche l’istituzione di una unica borsa merci e la rivisitazione dell’attività di promozione dell’Ente Nazionale Risi”. (11.07.14)

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Risicoltura
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