TELO E SACCHETTO PARI SONO?

La polemica sui sacchetti biodegradabili riporta alla ribalta la questione del telo di pacciamatura per il bio

La polemica sui sacchetti biodegradabili che ha investito in questi giorni la Novamont (che comunque non è l’unica a produrli) porta alla ribalta un tema controverso anche in risicoltura, quello della pacciamatura attraverso teli biodegradabili, cui proprio la Novamont lavora da anni. In questo caso non c’è un obbligo di legge a utilizzare il telo biodegradabile, come avviene per i sacchetti, ma la questione è altrettanto scottante, perché, con i prezzi del risone convenzionale e la rimuneratività della produzione biologica questa soluzione è diventata oggetto di attenzione e di discussione nel mondo risicolo. La querelle sui sacchetti a pagamento, obbligatori per legge, e sulla loro efficacia come contenitori, ripropone tra gli agricoltori il dubbio se il gioco valga la candela. Se cioè il prezzo del telo di pacciamatura e degli adeguamenti imposti ai mezzi agromeccanici – al netto delle rese – non si mangino tutto il vantaggio economico prodotto dall’eliminazione dei diserbi e di altri fattori di produzione. Al momento, non si hanno dati scientifici esaustivi. Le uniche esperienze sul campo sono pubblicate da coloro che hanno – legittimamente – un interesse a sostenere che questa tecnica funziona. Ma devono confrontarsi con uno scetticismo diffuso, simile a quello dei consumatori per i sacchetti in mater b. Tra i “pacciamatori” vi è l’industriale Giovanni Vignola, la cui azienda ha investito direttamente nella produzione biologica utilizzando il telo biodegradabile. Secondo le dichiarazioni che ha rilasciato nell’ottobre scorso, questa soluzione garantisce una resa di circa 5 tonnellate per ettaro contro le 7 della risicoltura convenzionale, ma si abbattono i costi di diserbo e di gasolio, mentre si usa un quarto del seme. Soprattutto, il telo impedisce lo sviluppo di malattie fungine e, pare, abbatte l’arsenico nel risone. Purtroppo, non esistono ancora in risicoltura dei dati univoci ed accreditati su questa tecnica (anche se ci si lavora parecchio, come dimostra il fatto che anche la Basf ha presentato in estate prove di pacciamatura a Trino Vercellese) e tra i risicoltori dopo alcuni anni di chiacchiere prevale un atteggiamento di sfiducia. Ora, pur trattandosi di questioni diverse, la polemica sui sacchetti a pagamento potrebbe influenzare negativamente il pubblico degli agricoltori: anche nel caso del telo di pacciamatura è in gioco la credibilità di uno strumento che negli ultimi anni è stato presentato come l’uovo di Colombo per la produzione biologica. Si attendono dati scientifici per capire se sia così. Autore: Paolo Viana

 

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