UNA NON RIFORMA SUL BIO (E ISPEZIONI IN RISAIA)

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sarassoIl 18 giugno l’Italia ha detto sì alla proposta del Consiglio Ue Agricoltura per la riforma del biologico, benché con una  riserva su eventuali modifiche relative alla frequenza dei controlli sui produttori e alla soglia delle sostanze non autorizzate. Il testo aggiornato non è ancora circolato ma si sa che le principali novità saranno: la modifica del regime di importazione dei prodotti biologici, in base alla quale i Paesi terzi potranno esportare in Ue prodotti biologici solo conformemente alle  norme produttive europee o in base a regimi di reciprocità; l’introduzione della certificazione di gruppo che mira ad agevolare l’ingresso nel mercato del biologico delle piccole aziende produttive; l’obbligo di un controllo annuale con relative norme mantenute all’interno del regolamento del biologico per una maggiore semplificazione e chiarezza.

Mentre il negoziato prosegue al Parlamento europeo, è legittimo fare alcune riflessioni e farle su Risoitaliano.eu, dove, mesi fa, abbiamo aperto la discussione sul finto riso bio (http://www.risoitaliano.eu/latrilogia-del-biologico-2/), poi sfociata in un documento politico dell’Anga  (http://www.risoitaliano.eu/il-finto-bioesiste-urgono-controlli/) e in una seguitissima puntata della trasmissione televisiva Report  (http://www.risoitaliano.eu/anche-report-sulle-tracce-del-finto-bio/). Come dicevamo, il compromesso proposto dalla presidenza lituana dell’Ue sulla riforma dell’agricoltura biologica (che ha incassato il via libera dei 28 ministri dell’agricoltura) merita alcune riflessioni.

La prima: dopo i vari polveroni sollevati a fine 2014 su questo tema, che, lo ricordiamo, sono partiti dai Paesi nordeuropei ben prima che dall’Italia, ci si attendeva una intensificazione dei controlli, a protezione dei consumatori da eventuali buggerature e dei veri produttori bio da concorrenza sleale. Nulla di tutto ciò è avvenuto. Ad onor del vero, si ha notizia di parecchi controlli in risaia da parte dei Nas, della Guardia di Finanza, di Arpa, particolarmente a carico di distributori ed utilizzatori di fitofarmaci. Ma si tratta di una iniziativa solo italiana. A livello europeo, la nuova normativa sulle certificazioni, attualmente in discussione, sembra andare nella direzione opposta. Lodevole, in tal senso, la “riserva” opposta dal nostro governo onde ottenere una maggior severità dei controlli e il rafforzamento delle procedure in caso di sostanze non autorizzate, ma inquietante l’incapacità dell’Europa di accordarsi sulla soglia delle sostanze non autorizzate che comportano la revoca del marchio bio (sanzione peraltro osteggiata dal nostro governo…): il corollario di questa incertezza, considerato che ogni Paese membro potrà mantenere la propria normativa in vigore sino al 2021, è che nessuno potrà vietare l’importazione di prodotti “bio” che soddisfino parametri più laschi dei suoi. Infatti, la certificazione “biologica” di uno Stato membro è destinata ad essere automaticamente valevole in tutta la Comunità, dove i prodotti bio e sedicenti bio potranno circolare liberamente, senza ostacoli, a dispetto delle differenze dei disciplinari. Un punto che si raccorda con una novità solo teoricamente positiva: verranno permesse solo le importazioni da quei Paesi che adegueranno i loro disciplinari di produzione a quelli europei, o a regimi di reciprocità. Diciamo teoricamente, perché gli eurocrati evidentemente pensano che la realtà si adegui automaticamente a quanto viene scritto sulla carta: senza stringenti controlli sulla merce, non è immaginabile che le certificazioni di Paesi terzi, specie quelli in via di sviluppo, possano fornire solide garanzie per il consumatore. Inoltre, visto che i disciplinari all’interno della Ue non sono uniformi, non si capisce a quale disciplinare i Paesi Terzi si debbano uniformare: non è improbabile dunque che scelgano il meno restrittivo. Va poi in direzione opposta a quel che vorrebbero i rigoristi l’idea di controlli a basso rischio: in pratica, alcuni operatori, individuati in base a una valutazione di “basso rischio”, subirebbero solo controlli cartacei, dovendo sottostare a verifiche in loco una volta ogni tre anni. Fiducia illimitata, ma a parer nostro immeritata, nella carta.

A sorpresa, ma neanche tanto, i capofila di questo allentamento sono Germania ed Olanda, o meglio le lobbies commerciali di quei Paesi, dove tra l’altro la produzione di bio è in calo: i loro governi difendono a spada tratta il lucroso commercio che sono riuscite a lanciare e la classe di burocrati influenzati dalle lobbies mercantili che domina attualmente l’Europa li segue, comportandosi con scarsa lungimiranza: una Unione senza coesione  interna, senza una politica fiscale e legislativa uniforme, nella quale ogni Stato si rapporta all’esterno in modo autonomo in base alle proprie convenienze, sta mostrando i suoi limiti, che non vengono pagati da coloro che ne sono causa, ma dai cittadini che li subiscono. In tal senso e viste tali premesse, crediamo che nessun accordo sarebbe meglio di un pessimo accordo. Autore: Giuseppe Sarasso, agronomo (19.06.2015)

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Risicoltura
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