ANCHE REPORT SULLE TRACCE DEL FINTO BIO

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rai3Domenica 14 dicembre, la Gabanelli ha sollevato il velo sul finto biologico e sotto quel velo c’erano anche dei chicchi di riso. Risoitaliano aveva descritto la vicenda attraverso una serie di articoli; dopo uno studio scientifico di Giuseppe Sarasso, apparso sempre sul nostro sito, e la coraggiosa denuncia dell’Anga, supportata anche da dati Assosementi, Report ha chiuso il cerchio.Al centro della puntata le dichiarazioni di alcuni risicoltori vercellesi sulla impossibilita di fare riso bio alle rese che risultano dalle statistiche di produzione. Tra gli intervistati anche Fulvio Stocchi, uno dei pionieri del riso biologico. La tesi di Stocchi: fare bio onestamente si puó -e conviene. Piu incerta la testimonianza delle istituzioni: il funzionario regionale afferma evasivamente che é tutto a posto,quello provinciale confessa che i soldi per i controlli non ci sono…  e comunque i tempi di legge aiutano i furbi. Per vedere l’intera puntata della trasmissionedi Rai 3 Report è sufficiente collegarsi tra qualche ora all’archivio delle puntate della trasmissione: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/page/Page-6a058762-5457-4958-94bf-f7c4533de945.html?set=&type=V Il servizio sul finto riso bio farà molto discutere, in risaia, perché come sappiamo l’argomento è delicato e si presta a essere strumentalizzato da chi fa vero riso bio, da chi fa finto riso bio e da chi fa riso convenzionale. Per questa ragione, abbiamo deciso di offrire ai lettori solo dati statistici e non testimonianze aziendali. I numeri, però, sono più eloquenti delle persone: confrontando gli ettari certificati biologici delle maggiori regioni risicole e quelli che accedono alle misure che il Psr delle medesime destina a questo metodo di coltivazione in Piemonte e Lombardia abbiamo scoperto che molto pochi risicoltori biologici richiedono tali finanziamenti, per accedere ai quali occorre aver superato il periodo di conversione e coltivare solo riso biologico oppure coltivarlo in un unico corpo dell’impresa, ma soprattutto bisogna accettare controlli in campo a campione e senza preavviso. Non facciamo illazioni. Da giornalisti ci limitiamo a rilevare che esiste un’ampia differenza tra gli ettari che, in base alle certificazioni rilasciate alle aziende agricole da società private come prescrive la legge, producono riso commercializzato  come “biologico” e gli ettari su cui le stesse aziende agricole chiedono i contributi, assoggettandosi a controlli pubblici. Secondo il Sinab (Sistema d’informazione nazionale sull’agricoltura biologica del Mipaaf, che lavora su dati Ismea e che potete scaricare QUI) nel 2013 in Italia c’erano 9528 ettari di risaia biologica che hanno prodotto 570.217 quintali di risone, dando luogo, secondo alcuni, a rese “miracolose” . Sempre secondo questi dati, in Lombardia quell’anno erano certificati 5116 ettari e in Piemonte 3763 (scaricate QUI i dati sulle aziende certificate in Piemonte). In realtà, nel conteggio non si tiene conto degli ettari in conversione, quindi, sottraendo questa quota in base ai dati che provengono dalle regioni, si può affermare che in Lombardia si produce riso certificato biologico su 4027 ettari e in Piemonte su 3.808. Se non che, in base ai dati forniti dalle stesse amministrazioni regionali a Risoitaliano.eu, le aziende che richiedono i contributi per il bio sono veramente poche e infatti gli ettari che godono della misura 214 sono 1141 in Lombardia (scaricate QUI i dati lombardi) e addirittura 75 in Piemonte (scaricate QUI i dati piemontesi). Teniamo presente, per carità di filiera, che ci sono gli ettari in conversione e che i dati non sono trattati in modo totalmente omogeneo, che possono esserci insomma delle lacune, ma questi numeri qualche interrogativo devono pur sollevarlo, ed infatti ne stanno sollevando più d’uno. Si sa che l’imprenditore agricolo è esasperato dal carico burocratico che deve subire, dai controlli ripetuti – non a caso il governo Renzi ha provveduto ad una semplificazione con il registro unico – ma anche scorporando le aziende che fanno sia biologico che convenzionale e che quindi potrebbero incontrare dei problemi sul piano dei contributi Psr, si ottengono risultati difficilmente spiegabili se non ipotizzando un’ancestrale avversione per i controlli pubblici. Prendiamo il Piemonte: 126 aziende certificate secondo l’assessorato regionale (scaricate QUI i dati), soltanto 15 sono totalmente biologiche e appena 3 a premio, validate dall’amministrazione regionale. Ci fermiamo qui. Con un’osservazione doverosa: queste discrepanze non devono preoccupare minimamente il consumatore, in quanto, come ha ricordato l’agronomo vercellese Giuseppe Sarasso in una serie di articoli su Risoitaliano.eu, «nel riso lavorato, a meno di utilizzi impropri, pur impiegando gli strumenti più sofisticati, è improbabile ritrovare residui di erbicidi, caratteristica ben sfruttata dai produttori di finto “biologico”». Alla base del problema non vi è dunque la salubrità del prodotto finale, ma i prezzi di vendita – chi certifica come biologico riso che non è stato coltivato con tale metodo riesce a vendere il raccolto, per via della maggiore domanda di mercato e della valorizzazione avuta in questi anni, al doppio (se non al triplo) del valore riconosciuto alla materia prima convenzionale – e i costi di produzione, perché, se devi vendere del riso convenzionale come biologico, i prodotti chimici che utilizzi per preservare la tua risaia da infestanti e malattie non puoi certo acquistarli regolarmente… Queste considerazioni non sono da addetti ai lavori ma da semplici cittadini e da agricoltori onesti, eppure in risiaia hanno provocato scalpore, sconcerto, acrimonia. Evidentemente, qualcuno teme che un’inchiesta giornalistica possa mettere in pericolo il giro d’affari del bio italiano, stimato in 1,9 miliardi di euro (3,1 considerando l’export). Qualcun altro ritiene che fin dopo l’Expo non si debba sollevare alcuna critica sul made in Italy agroalimentare… Vorremmo ricordare che l’inchiesta che abbiamo realizzato – a più voci, ciascuno dando un contributo diverso: da Risoitaliano a Risikultori, dall’Informatore Agrario a Report, passando per altri media… – non è un attacco al riso o alla filiera, ma semplicemente al portafoglio dei disonesti. Una inchiesta che probabilmente potrebbe fare luce anche in altri campi, sempre con attenzione al diritto del commercio. Perché, qualora i sospetti fossero prrvati, si potrebbe configurare una frode di quel genere, ricordiamolo sempre, e non un attentato alimentare. Reati di singoli imprenditori disonesti e non di un intero settore. La serietà dell’approccio è stata riconosciuta anche dalle associazioni ambientaliste: Legambiente e Pro Natura hanno dichiarato a questo proposito che «occorre ovviamente smascherare chi froda, ma l’agricoltura biologica rappresenta l’unico futuro possibile per l’agricoltura, e c’è da augurarsi che questa “conversione” avvenga al più presto». Qel che bisogna capire bene, mentre è facile fare di tutta l’erba un fascio, è che non viene messa in discussione né la salubrità del prodotto né il valore del vero riso biologico, bensì la capacità dell’impianto normativo e delle strutture di controllo di difendere la commerrcializzazione del riso biologico dai “soliti furbi”. E invece, il mugugno, gli omertosi silenzi, quello svicolare anche al solo parlare di riso biologico sulle piazze di mercato che abbiamo notato nei giorni scorsi dimostrano che esiste una frattura generazionale e prima ancora culturale tra chi pensa che non si possa fondare impresa sull’etica e sul rispetto di leggi efficaci e uguali per tutti e coloro che hanno il coraggio di fare questa scommessa, sognando – o progettando – un modo di fare impresa nuovo, che guardi oltre la crisi e le sue paure. Questo stile i giovani dell’Anga ce l’hanno. Chi tace no. (14.11.14)

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