UN DIBATTITO SULLA LEGGE DEL MERCATO INTERNO

FacebookGoogle+LinkedinTwitterWhatsAppPrintEmailChe sia un’estate calda lo sappiamo tutti. Per i risicoltori lo è ancor di più, perché oltre alla siccità, vi sono diverse questioni aperte, dalle quali dipende il loro...

carn01Che sia un’estate calda lo sappiamo tutti. Per i risicoltori lo è ancor di più, perché oltre alla siccità, vi sono diverse questioni aperte, dalle quali dipende il loro reddito. Una di queste è la decisione del governo sulla legge del mercato interno, quella che, riformando la normativa del 1958 per effetto di una delega assegnata dalla legge di stabilità, modificherà le denominazioni del prodotto commercializzato in Italia. Sull’argomento ci siamo espressi più volte, come i lettori sanno, divulgando le bozze su cui stava discutendo l’esecutivo – redatte dall’Ente Nazionale Risi in qualità di organo tecnico – e quella finale, approvata dall’Airi e dai sindacati agricoli. E’ su quel documento che il governo sta lavorando per legiferare. Ed è su quel documento – reperibile nell’articolo http://www.risoitaliano.eu/mercato-interno-e-quasi-legge/ – che ancora si discute, facendo emergere alcune evidenze. 

La prima è che il processo di riforma è stato lunghissimo, come ha ricordato Piero Garrione, che era presidente dell’Ente Risi, quando, quindici anni fa, si è iniziato a lavorare su questo tema. Garrione, che è uno dei massimi esperti dell’argomento, ha scritto su Risoitaliano (http://www.risoitaliano.eu/garrione-la-legge-sul-mercato-interno-va-approvata/) in risposta alle critiche sollevate nei mesi scorsi anche su queste pagine a una legge che sicuramente esprime un’esigenza concreta e rivela un altrettanto concreto limite. L’esigenza è quella di aggiornare una normativa che ha più di mezzo secolo e che ogni anno, per venire applicata, abbisogna di interpretazioni e aggiustamenti regolamentari. Quello che Garrione, con un linguaggio più spiccio ma anche molto più aderente alla realtà definisce “mercato delle vacche”. Un esempio per tutti: la famosa griglia delle varietà storiche, che è oggetto di critiche feroci per com’è stata concepita e perché viene considerata una “gabbia” troppo vincolante, è già applicata annualmente per redigere il decreto sulle denominazioni dei risi ammessi alla commercializzazione interna. Il limite del processo di riforma, invece, è rappresentato dall’opacità del processo decisionale. Il settore risicolo è fortemente concentrato – per ettarato, per interessi, per operatori industriali… – e i sindacati agricoli spesso non riescono a creare la percezione di una reale condivisione delle decisioni con la propria base, alimentando la sensazione che esista una “regia” del mercato sopra le teste dei risicoltori. Vero? Falso? Basta frequentare Facebook in questi anni per rendersi conto che questo giudizio non è campato in aria. 

Anche per questo il contributo dato da Piero Garrione, che di quella legge è uno dei padri, è stato prezioso. Stimolato, ça va sans dire, dall’affondo di Giuseppe Ferraris, responsabile del settore riso nel Copa-Cogeca, secondo cui la bozza è “solo” una bozza (http://www.risoitaliano.eu/ferraris-quella-legge-si-puo-ancora-discutere/), Garrione, con un lungo editoriale, ha ricostruito il processo di riforma e lo ha motivato, sostenendo che “quella griglia è uno strumento indispensabile per modernizzare la risicoltura italiana, allineando le esigenze del mercato all’attività di ricerca e selezione varietale da cui nascono le nuove varietà di riso italiano”. La posizione dell’ex presidente dell’Ente Risi è chiara e condivisa da Confagricoltura, Coldiretti e Cia, che hanno sottoscritto la bozza: continuando a mantenere l’attuale normativa le varietà storiche, quelle che trainano la vendita del prodotto italiano, si esauriranno per via naturale e non sarà più possibile, annualmente, autorizzare la vendita di varietà simili ad esse, ma soprattutto chi fa ricerca non sarà incentivato a selezionare nuovi risi in base alle esigenze di vendita al consumatore – quindi in base alle caratteristiche qualitative percepibili da chi cucina e mangia il nostro riso – bensì solo a quelle dell’agricoltore: “Oggi, i breeder inseguono le performances agronomiche, la resistenza alle fitopatologie, l’adattabilità alle diverse tecniche colturali e ai prodotti che sono utilizzati e naturalmente anche certe caratteristiche qualitative, ma massimamente si orientano ad assicurare alle nuove varietà la massima resa, mettendo in secondo piano le caratteristiche merceologiche e organolettiche della cariosside. Questo atteggiamento, dettato dall’esistenza di un impianto normativo datato, può apparire funzionale al bilancio aziendale, ma espone il risicoltore al rischio che una varietà di riso perfetta per cucinare il tipico risotto italiano venga di anno in anno esclusa dal gruppo di risi che possono venire commercializzati per tale scopo, cioè da quei risi che con un decreto ministeriale annuale sono inseriti nei diversi gruppi in commercio”.

Una spiegazione che ha provocato la reazione di un breeder di vaglia come Eugenio Gentinetta, il quale ha selezionato alcune delle varietà di riso da mercato interno più gettonate. Sempre sul nostro sito, il ricercatore ha contestato l’idea che “un breeder oggi lavori in modo indipendente dalla domanda di mercato, o, per meglio dire, da quella del mercato dei consumatori, che costituisce l’approdo finale del lavoro di noi tutti. In realtà non è così. Innanzi tutto, perché, contrariamente alle istituzioni di ricerca pubbliche o private che hanno altri ritorni, nel primo caso finanziamenti pubblici, nel secondo commercializzazione del seme certificato, nel caso di un selezionatore indipendente gli unici introiti sono i diritti di costituzione: pertanto, ogni progetto di ricerca che sviluppo ha un inquadramento economico ben preciso. Questo inquadramento non prescinde affatto dal mercato finale del riso, cioè non risente soltanto della domanda posta in essere dai risicoltori, che potrebbero essere interessati effettivamente alla massima resa”. Uno scambio di opinioni molto vivace e stimolante (per leggere Gentinetta: http://www.risoitaliano.eu/gentinetta-la-legge-sul-mercato-interno-non-va-approvata/) che dimostra come la legge possa interpellare sensibilità e interpretazioni molto diverse tra loro. 

Paradigmatico, in tal senso, il caso del Karnak, citato da Gentinetta perché è una delle sue varietà. Per il breeder, il successo di quella varietà dimostra che la legge del 1958 non va modificata: “con il rilascio di Karnak, operazione molto coraggiosa, abbiamo ampliato ad esempio la base di coltivazione del Carnaroli, passando dai tradizionali 700 Ha coltivati ai circa 15.000 Ha attuali, facendo diventare i risi appartenti al gruppo Carnaroli, che comprende oggi diverse varietà simili, nazional-popolari”. Gentinetta ritiene che la nuova legge toglierà ai ricercatori “la possibilità di vedere i loro prodotti commercializzati con il proprio nome e dovranno ricorrere ad altre istanze per veder riconosciuti diritti sacrosanti”. Un punto di vista che chi sostiene la riforma non condivide, come si evince anche dalle parole di Garrione. La bozza di legge, questa è la convinzione che esprime il “fronte del sì”, non impedisce la vendita di un nuovo Karnak con il proprio nome, ma impedisce al Karnak che voglia essere venduto come Carnaroli – ammesso che ne abbia le caratteristiche – di poter essere venduto anche come Karnak. Secondo Gentinetta questo divieto romperà l’equilibrio degli interessi che mantengono in essere una ricerca indipendente, da cui sono scaturite negli ultimi anni molte varietà promettenti; secondo Garrione, al contrario, si limiterà a dare delle direttive chiare ai costitutori di nuove varietà e se si vorrà commercializzare la nuova cultivar autonomamente si potrà ancora farlo, ma non se si vorrà inserirla nella griglia, che ovviamente calamiterà interessi e investimenti dell’industria.Tutto chiaro? Probabilmente sì, ma la chiarezza delle reciproche posizioni non concluderà il dibattito, come dimostrano i contenuti degli articoli che vi abbiamo riportato.

Gentinetta: “una riforma mal fatta rischia di rompere un meccanismo che funziona, che produce ricchezza e lavoro”. Garrione: “occorre dare alla ricerca criteri di lavoro molto più chiari di oggi e un sistema di determinarli che non sia frutto di un annuale “mercato delle vacche” ma che sia il più possibile oggettivo e universale”. Abbiamo di fronte un autunno per decidere: ci risulta che il Ministero delle politiche agricole stia lavorando e voglia varare presto la nuova legge. Quindici anni di lavoro, a parer nostro, meritano una decisione, ma una decisione che non sia opaca. Finora i sindacati si sono confrontati solo a livello dirigenziale su quest’argomento, lasciando che fosse l’Ente Risi a intestarsi l’onore e l’onere della regia e limitandosi ad approvare o respingere le richieste emerse via via dalle parti. Se non che la rappresentanza sindacale non spetti all’Ente Risi (che peraltro non intende assumersela, a quel che ci risulta) e sarebbe veramente utile che questo confronto avvenisse, che fosse pubblico e partecipato. Addirittura, ma temiamo di sfogliare il libro dei sogni, che fosse unitario, data l’importanza di questo snodo. Non dimentichiamo che la vecchia legge è rimasta in vigore quasi sessant’anni… Autore: Paolo Viana (15.08.2015)

 

 (15.08.2015)

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Risicoltura
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