IL 7% DEI TERRENI FUORILEGGE PER IL CADMIO, MA L’ARSENICO…

ESCLUSIVO: ecco cosa contiene il dossier con cui l'Ente Nazionale Risi fronteggia la nuova minaccia di Bruxelles

Dimezzare i limiti di cadmio nel riso non risolve la contaminazione da metalli pesanti: lo dice un monitoraggio con il quale l’Ente Nazionale Risi ha fornito un parere tecnico alla Commissione europea per dissuaderla dall’abbassamento del limite massimo di cadmio nel riso. Scadeva ieri, infatti, la consultazione sulla proposta avanzata dalla Commissione Europea agli stakeholder (governi degli stati membri) che porterebbe l’abbassamento dei limiti del cadmio a 0,10 mg/kg per il riso. Abbiamo già spiegato in un precedente articolo che con la modifica, il RegUE 488_2014, per quanto riguarda la nostra coltura, abolisce il codice dedicato al prodotto riso, che verrebbe assimilato agli altri cereali già con limite a 0,10 ppm (mg/kg).  Ora però sappiamo anche che dalle analisi condotte dal Centro Ricerche sul Riso dell’ENR, il 7% dei campioni esaminati, ad oggi ancora conformi al limite di 0,20 ppm, risulterebbe non accettabile qualora quest’ultimo venisse dimezzato. L’Ente Risi non nasconde questa realtà, ma nel dossier che ha presentato alla DG Santè rilancia: «L’attenzione andrebbe spostata sulle conseguenze che questo abbassamento porterebbe, tutt’altro che positive – ci dichiara Marco Romani, Responsabile del Dipartimento Agronomia CRR-ENR –: le pratiche agronomiche per contenere il cadmio, andrebbero infatti a causare di contraccambio un innalzamento della concentrazione di arsenico nei terreni, poiché si sa: se con la sommersione continua riduce il primo, il secondo chiede l’asciutta per essere contenuto. In un’ottica agricola complementare, bisognerebbe essere più flessibili sia per uno che per l’altro. Inoltre, volendo considerare il contesto ambientale (di cui tanto si parla), questo abbassamento che, come abbiamo detto, impone la sommersione, aumenterebbe le emissioni di gas serra, metano compreso. Si può aprire poi “un’ultima” parentesi: l’acqua in uso continuo è un bene del quale gran parte del territorio è sprovvisto. È necessario puntare dunque ad una qualità complessiva considerando tutte le sfaccettature del caso». Autore: Martina Fasani

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