GARRIONE: NON CI SONO “MANI” SULLE BORSE DEL RISO

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garrione44Il concetto veicolato in questi mesi da Risoitaliano.eu – mi riferisco al tormentone “Le mani sulle borse” usato per indicare la campagna contro la chiusura delle Borse Merci in cui viene quotato il risone e il riso – a mio avviso non fotografa la situazione reale. So bene di fare un’affermazione impopolare, perché questa campagna mediatica ha avuto un grande effetto, facendo emergere il forte attaccamento dei risicoltori alle “loro” Borse. Ma sono emerse anche alcune incongruenze che è necessario mettere in evidenza.

Come sappiamo, l’ipotesi di lavoro era – e in parte resta – quella di trasferire la quotazione dei risi e dei risoni e quindi la formulazione dei listini alla Commissione unica nazionale e alla Borsa Telematica Italiana. Senza addentrarci nelle opinioni di singole forze politiche o di categorie professionali, vorrei analizzare pro e contro del sistema che utilizziamo oggi e del sistema che viene proposto. Iniziamo col dire che né la Borsa dei risoni né quella dei risi lavorati possono essere messe in parallelo con altre Borse Merci, perché i meccanismi che le regolano sono peculiari. Prendiamo il listino dei risi lavorati della Granaria di Milano: diversamente da tanti altri prodotti, il listino del riso lavorato non individua dei valori realmente applicati sul mercato, ma dei riferimenti importanti per il settore industriale e per il commercio, che tuttavia non sono desunti da transazioni rilevate, ma derivano da un calcolo cui hanno parte i valori dei risoni e determinati parametri di qualità e di resa.  Di questi prezzi non si possono avere dei riscontri documentali, perché tali riscontri appartengono a negoziazioni che non sono pubbliche.

I listini del risone, invece, pur non essendo costruiti sulla base di contratti di vendita sottoscritti, ma sul riporto verbale delle transazioni effettuate effettuato da componenti della filiera che partecipano alla deputazione di Borsa, rispecchiano quasi fedelmente i reali prezzi di mercato. Il prezzo minimo e massimo, tuttavia, sono usati spesso per differenziare varietà dello stesso gruppo e non solo per significare il diverso prezzo, come sarebbe logico, in base alle resa alla lavorazione. Chiunque tratti il risone sa che nel gruppo dei tondi il Selenio è valutato prevalentemente in base al prezzo massimo mentre altre varietà sono valutate in base al valore minimo e in altri casi ancora si effettua la negoziazione in base alla resa. Insomma, una gran confusione, che viene quotidianamente superata dalla pratica, dall’esperienza, dagli usi: ma trattandosi di un bollettino ufficiale un riordino mi pare ormai inevitabile.

Il fatto che tali mercati, in virtù di caratteristiche secolari, richiedano un’attenzione speciale da parte del riformatore – attenzione che anch’io considero necessaria – non significa cioè che il sistema debba restare immutato, particolarmente se i segni del tempo emergono in tutta la loro vividezza.  Partiamo dal riso bianco.  Il sistema attuale è accusato di opacità e, fintanto che i prezzi ufficiali sono frutto di un calcolo teorico e non derivano invece dal mercato reale, non è semplice dimostrare il contrario. Molte polemiche che hanno diviso la filiera sono state generate dal sospetto di un anello debole e di un anello forte: se i prezzi del riso bianco fosse più trasparente, come la Borsa telematica permetterebbe di fare, l’agricoltore, conoscendo la base di partenza del negoziato con la controparte, approccerebbe lo scambio con maggiore fiducia e tutto il settore ne trarrebbe vantaggio. Mi rendo conto del retaggio del Novecento, che ha visto la contrapposizione tra parte agricola e parte industriale, ma anche l’industria si deve convincere che i tempi cambiano e che il cambiamento può essere subìto o interpretato, così come l’agricoltore deve abbandonare comportamenti datati e non soltanto fare rete con gli altri agricoltori, ma deve anche essere pronto ad allearsi con l’industria, persino a partecipare al suo azionariato. Non soltanto perché per entrare nei nuovi Psr è sempre più necessario muoversi secondo una logica di filiera, ma perché condividendo il rischio d’impresa il mondo agricolo avrà finalmente le informazioni che gli servono per lavorare, entrerà in contatto con il mondo distributivo e con le sue logiche, parteciperà di quella quota del profitto che ora gli sfugge. E anche il Paese ne trarrà beneficio, in quanto si reperiranno sul mercato e non nelle casse delle banche o in quelle pubbliche le finanze necessarie a superare il nanismo dell’industria alimentare nazionale, che ha grandi talenti e pochi capitali.

Ma non illudiamoci che basti. Per disegnare una nuova risicoltura occorre rivedere anche i meccanismi del commercio del risone: se i suoi listini fossero delle medie di reali transazioni e se gran parte delle compravendite passasse attraverso il sistema di rilevazione – cosa che oggi non avviene – si avrebbero dei listini realmente corrispondenti ai prezzi praticati dal mercato. Per questo lo sbocco telematico non è improprio e non porta a nessuno strano “controllo” delle contrattazioni. Anzi, dato non secondario, diversamente da oggi, il sistema assicurato da Bmti offrirebbe agli operatori una copertura assicurativa che oggi non c’è e che consentirebbe di gestire le vendite del raccolto con maggiore tranquillità. Ovviamente, si avrebbe anche un listino in tempo reale, diversamente da quello di oggi che ci offre valori “vecchi” di una settimana: un particolare di non poco conto in un mercato volatile. Concludendo, credo che una maggiore trasparenza farebbe bene a tutti e che le paure emerse nella campagna “Le mani sulle borse”, come tutte le paure, siano destinate a essere superate non appena gli operatori si renderanno conto che un mercato trasparente non ammette isole avvolte dalla nebbia. Autore: Piero Garrione (18.07.2015)

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