CARO MINISTRO, L’EUROPA È IL NOSTRO FUTURO

I numeri dicono che chi lavora contro l’Unione europea lavora contro gli agricoltori: uscire dall’Ue avrebbe un costo insostenibile per moltissime aziende

Caro Ministro Centinaio, il Suo governo sta giocando con il fuoco. La Lega, come partito del centrodestra, ha ricevuto molti voti nelle risaie italiane: li usi con saggezza. E sappia ciò che ogni agricoltore sa: uscire dall’Ue avrebbe un costo insostenibile per moltissime aziende. Non ci piace quest’Europa, ma non ne abbiamo un’altra e questa è la realtà di cui deve tenere conto il governo: se si esce dall’Ue si danneggiano gli agricoltori. In questo articolo Le spieghiamo perché, conti alla mano.

La Pac ieri

Per circa trent’anni la politica agricola europea (Pac) è stata basata sul sostegno dei prezzi dei prodotti agricoli cui si affiancava un sistema di “orientamento” per lo sviluppo delle attività d’impresa. A partire dagli anni ’90 questo sistema (fondato su un complesso equilibrio tra prezzi garantiti, dazi alle importazione ed export sovvenzionato) è stato smantellato. Per compensare la susseguente riduzione dei prezzi la riforma impostata dal commissario Ray McSharry introdusse un sistema di pagamenti diretti agli agricoltori inizialmente “accoppiato” alle colture o all’ordinamento produttivo effettivamente realizzato da ogni azienda. In seguito il sistema è stato “disaccoppiato”, ovvero reso indipendente dall’ordinamento colturale, ma parametrato a un sistema di diritti o “titoli” maturati nel tempo ed in genere di valore variabile tra un’azienda ed un’altra. L’erogazione dei pagamenti diretti è stata sempre meno giustificata dalla necessità di compensare redditi erosi dalla caduta dei prezzi, ma sempre più “condizionata” al rispetto di requisiti di buone pratiche agricole e di criteri gestionali obbligatori (“condizionalità”).

La Pac oggi

La struttura attuale della PAC 2014-2020 (riforma Ciolos) è caratterizzata dalla presenza di più tipologie di pagamento diretto. Si parte dal pagamento di base, calcolato sulla scorta di “titoli” storici destinati nel corso del tempo a ridursi o ad incrementarsi in funzione di un complicato modello “di convergenza” denominato “irlandese” che dovrebbe essere meno impattante per chi, come i risicoltori, beneficiava di titoli di elevato valore unitario con la precedente PAC. Si deve aggiungere il pagamento “greening”, che obbliga le aziende (pena pesanti sanzioni) a una serie di adempimenti “ambientali” (talvolta tecnicamente opinabili), da cui sono escluse le aziende che praticano colture sommerse per una parte rilevante del loro ciclo su più del 75% della superficie (la maggioranza delle aziende risicole), che sono considerate greening conformi “by definition” (come pure le aziende “bio” e molte di quelle che praticano foraggicoltura  o pascolo estensivo). Si possono aggiungere un pagamento “accoppiato” per talune tipologie di produzioni (tra cui il riso) ed uno specifico per i giovani agricoltori, oltre ad un regime “semplificato” per i piccoli agricoltori con importi di aiuto molto bassi.

A rischio 600 euro…

Cerchiamo ora di stabilire quanto sia l’importo dei contributi percepiti da un’azienda agricola per ogni ettaro coltivato e quale sia la sua incidenza sui bilanci. Il valore medio nazionale del pagamento di base, calcolato per mera divisione del plafond nazionale annuo di circa 3,8 mld di euro per il numero di ettari ammissibili (circa 9,5 mln), ammonta attualmente a 398 euro per ettaro (https://www.agea.gov.it/portal/pls/portal/docs/1/6414205.PDF ). Aggiungendo un valore medio di circa 200 euro di contributi “greening” l’importo medio percepito  da una teorica  azienda agricola media italiana oscilla intorno ai 600 euro per ettaro, al netto di eventuali pagamenti aggiuntivi per i giovani o la presenza di colture ammesse all’aiuto “accoppiato”. L’ammontare varia in funzione delle norme specifiche, che sono cambiate nel tempo: così le aziende viticole ed ortofrutticole percepiscono aiuti di importo modesto, mentre chi ad esempio faceva tabacco percepisce importi in genere più consistenti ed anche i risicoltori beneficiano di contributi più alti della media.

…che diventano 800 per il riso

Anche il riso è stato soggetto all’introduzione di pagamenti diretti compensativi della riduzione dei prezzi  “istituzionali”: la “riforma Fischler” abbattè il prezzo di intervento da 304 a 150 euro per tonnellata, introducendo un sistema di pagamenti diretti per complessivi 1069 euro ad ettaro. Con l’entrata in vigore della riforma Ciolos il taglio si è fatto più sensibile, anche se l’adozione da parte dell’Italia del “modello irlandese di convergenza” ha consentito di ridurne l’impatto. Oggi una media azienda risicola può percepire un pagamento di base oscillante tra circa 400 e  470 euro per ettaro, cui si aggiunge il pagamento “greening” (alla cui normativa le aziende con più del 75% della SAU a riso sono automaticamente conformi) compreso tra 200 e 250 euro, e l’aiuto accoppiato al riso che per il 2018 resterebbe intorno ai 100 euro (il nuovo titolare del nuovo Ministero delle Politiche Agricole e del Turismo ha proposto di innalzarlo a 150 euro per ettaro dal 2019, ricavando le risorse necessarie attraverso la riduzione lineare dell’1% del pagamento di base di tutte le aziende agricole). Il che significa un contributo aggregato per pagamenti diretti oscillante tra 700 e circa 800-820 euro per ettaro. Ipotizzando una PLV oscillante tra 2000 e 2400 euro per ettaro l’incidenza percentuale dei contributi PAC sui bilanci aziendali assume quindi proporzioni importanti, quantificabili tra il 25 ed il 30% del totale degli introiti complessivi di un’impresa agricola ad indirizzo risicolo prevalente. Ma non è tutto.

A rischio anche i Psr

Al “primo pilastro” della PAC, ovvero ai pagamenti diretti cui possono accedere tutte le aziende che vantano la qualifica di “agricoltore attivo”, si affianca il “secondo pilastro” costituito dai Programmi di Sviluppo Rurale, che prevedono un’ampia gamma di misure a cui le aziende (e non solo le aziende agricole) possono accedere  facendo domanda. Tra le aziende risicole assumono una certa rilevanza le operazioni agro-climatico-ambientali, caratterizzate da diverse interpretazioni anche tra Regioni contermini. Il problema principale dei Psr non è generato dall’Ue ma dall’incapacità delle pubbliche amministrazioni di attivare le misure e assegnare i fondi messi a disposizione dal bilancio europeo. Secondo dati ufficiali (https://www.reterurale.it/spesa ) al 30 giugno 2018 risulta speso in Italia meno del 20% della dotazione finanziaria per il periodo programmatorio 2014-20 (pari a quasi 21 mld di euro), con alcune  Regioni in forte ritardo ed esposte a rischio di “disimpegno”.

L’incertezza sul futuro

Il futuro della PAC, attualmente al centro di dibattito e negoziato, è incerto e molti Paesi lavorano non per uscirne ma per portare a casa il massimo possibile. Dopo la pubblicazione di un documento in cui venivano delineate le prime linee “strategiche” che aveva suscitato qualche nota di ottimismo (https://www.risoitaliano.eu/casati-il-nodo-e-la-produttivita/ ), i successivi testi licenziati dalla Commissione UE hanno raffreddato le speranze. Secondo alcuni “rumors” sarebbe probabile l’impostazione di una PAC 2021-27 basata su un sistema di due pagamenti diretti obbligatori e altri facoltativi (questi ultimi più o meno “rinazionalizzati”).  Un pagamento diretto obbligatorio potrebbe essere denominato pagamento di base per la “sostenibilità”. L’altro pagamento obbligatorio dovrebbe essere denominato “redistributivo”. Tra i sostegni “facoltativi” dovrebbero rientrare gli aiuti accoppiati, il regime per i piccoli agricoltori e quello per i giovani. Il “greening” dovrebbe sparire, sostituito da un regime per il clima e l’ambiente ad adesione probabilmente volontaria composto da misure delegate ai singoli Paesi membri. Tutto si deciderà dopo le elezioni europee del 2019. Firma: Paolo Viana

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Risicoltura
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