SUL BRUSONE NON SI DEVE ABBASSARE LA GUARDIA

FacebookLinkedinTwitterWhatsAppPrintEmailMentre le operazioni di raccolta del riso procedono con relativa regolarità (meteo permettendo), emergono dalle nostre campagne dati e situazioni che possono fare da spunto per diverse riflessioni. Una riguarda...

foto FlavioMentre le operazioni di raccolta del riso procedono con relativa regolarità (meteo permettendo), emergono dalle nostre campagne dati e situazioni che possono fare da spunto per diverse riflessioni. Una riguarda l’ incidenza di Pyricularia oryzae, l’agente patogeno del “brusone”, nel corso della corrente campagna. Una campagna certamente caratterizzata da una pressione del parassita abbastanza modesta (grazie anche alle elevate temperature che in alcuni periodi dell’ estate hanno inibito la germinazione delle spore), ma non del tutto trascurabile. In particolare nella fase finale del ciclo colturale si sono osservate alcune infezioni che, senza avere effetti devastanti sul profilo quantitativo della produzione, hanno comunque determinato qualche sorpresa in negativo rispetto ad alcune entusiastiche aspettative. Un’ attenta e puntuale strategia di difesa dalle malattie fungine si è quindi confermata come arma vincente per garantire la costanza delle produzioni e la loro qualità. foto 1 tondo A conferma di tutto ciò mi permetto di sottoporre all’ attenzione dei lettori di Riso Italiano due reperti fotografici relativi a altrettante situazioni interessanti. Nella foto 1 sono riprese due pannocchie di riso di una varietà a granello tondo, per la quale viene consigliato dalla ditta sementiera il trattamento fungicida. La risaia da cui provengono le pannocchie, caratterizzata da terreno tendente a sciolto con bassa CSC, è stata trattata il 2 agosto, in corrispondenza di condizioni di “rischio 1” riportate dal Progetto Lotta al Brusone delle Provincie di Novara e Vercelli e di evidenti sintomatologie di infezione in atto su piante spia (riso crodo nelle zone di transito della trattrice). Si sono utilizzate le sostanze attive Triciclazolo alla dose di 0,35 kg*ha-1 di formulato commerciale e Propiconazolo (in presenza, data la tipologia di suoli, di condizioni di rischio verso l’elmintosporiosi peraltro già in atto su piante spia) alla dose di  0,45 lt*ha-1 di f.c.. E’ stata lasciata un’ area testimone non trattata, da cui proviene la pannocchia collocata a destra nella foto: nel testimone la manifestazione patologica appare chiaramente, con necrosi del colletto, completa compromissione dell’infiorescenza e conseguente totale perdita della produzione, mentre la pannocchia proveniente dalla zona trattata non presenta alcuna rilevante evidenza patologica. foto 2 lungo parboiled Nella foto 2 sono riprese due pannocchie di una varietà a granello lungo A da parboiled considerata mediamente resistente al patogeno. In questo caso il trattamento è stato effettuato il 5 agosto a fronte di un’ indicazione di “rischio alto” restituita dal  Bollettino Riso emesso da ERSAF Lombardia relativamente alla data dell’ 1 agosto per il Comune in cui ricade il terreno in oggetto. Si sono utilizzati Triciclazolo alla dose di 0,3 kg*ha-1  di f.c. abbinato ad Azoxystrobin alla dose di 0,6 lt*ha-1 di f.c.. In questo caso la risaia presentava una infestazione di riso crodo più diffusa, con evidenti sintomatologie in atto. Anche in questa circostanza la pannocchia proveniente dalla zona trattata (a sinistra in foto) si presenta integra. Quella a destra proviene da un testimone “involontario”, ovvero da un angolo perimetrale in corrispondenza di un punto di svolta della trattrice in cui evidentemente la barra irroratrice non è riuscita a spruzzare. La pannocchia non trattata presenta un’ evidente necrosi del colletto, anche se (forse per effetto della “resistenza” del genotipo) l’infezione appare più tardiva rispetto al caso precedente e la compromissione della produzione granellare risulta parziale. Le due situazioni descritte sono forse particolari (ricordiamo che in risicoltura ogni caso è per certi versi particolare), ma confermano che anche in annate all’ apparenza “facili” non si può abbassare la guardia sul fronte della difesa fitosanitaria. Che va sempre impostata e gestita con cura, con un approccio non solo formalmente “integrato”, ma che appunto integri tutti gli strumenti disponibili a livello agronomico, a partire dal miglioramento genetico e dalla gestione del profilo nutrizionale della coltura, fino al razionale utilizzo del mezzo chimico. Che resta, allo stato attuale, uno strumento essenziale e spesso irrinunciabile per garantire la “sostenibilità” delle produzioni da un punto di vista quanti-qualitativo. Questo non significa utilizzare al chimica in modo “indiscriminato”. Al contrario il mezzo chimico, proprio per la sua essenziale importanza, va utilizzato con estrema razionalità, in una costante ricerca di metodologie e strumenti innovativi che consentano di minimizzarne i rischi per l’ ambiente, i consumatori e gli operatori stessi. Ogni leggerezza e “disinvoltura” in questo campo rischia di avere un “effetto boomerang” dalle conseguenze imprevedibili.  D’ altro canto pure le eventuali “furbizie” sul fronte opposto possono avere effetti devastanti. Senza entrare nel merito delle polemiche sul fenomeno del “finto bio”, mi pare opportuna, se consentita, una riflessione. Per rilevare che il “finto bio” non costituisce solo un “falso materiale”, un imbroglio ai danni del consumatore ed un atto di concorrenza sleale nei confronti dei produttori onesti, convenzionali o “veri bio” che siano. Rappresenta anche un “falso ideologico” ancor più grave di quello materiale. Perché fornisce all’ opinione pubblica, ed in ultima analisi al decisore politico, l’ illusoria convinzione (magari influenzata da qualche “opinion maker” che pontifica di agricoltura non avendo mai visto un campo se non in cartolina) che fare agricoltura senza chimica e senza tecnologia in genere sia facile, mentre è in realtà difficilissimo ed in qualche caso allo stato attuale pressoché  impossibile.  Oggi, in un contesto normativo in evoluzione, il combinato disposto di qualche “disinvoltura”  di troppo nell’ uso della chimica e di “furbizia” nello spacciare per “naturale” ciò che naturale non è può veramente produrre effetti dirompenti.  Magari per favorire, paradossalmente, le produzioni di Paesi in cui tranquillamente si usa tuttora il bromuro di metile…. Autore: Flavio Barozzi, dottore agronomo – flavio.barozzi@odaf.mi.it (06.10.2015)

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